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Giampaolo Lai. -i- senza nome

Francis Pagano
(5.03.2012)

Intorno alla lettura di Giampaolo Lai (Disidentità, 1999) s’agita la questione “della guerra, delle migrazioni, del caos” come i tristi animali del terzo millennio. La lettura svolge la questione dell’animale, che animalizzato e localizzato, edifica il proprio Tempio nella metamorfosi greca: Dio-animale.

Una questione che s’accosta, per parusia, al mito greco è il mito ebraico, entro cui il millenarismo: colui che verrebbe a regnare, a edificare un tempio per mille anni, sarebbe il Messia. L’apparizione del Messia, letta da Gérard Haddad, apre la parola Comune, il fantasma di Padronanza della vita, il Tempo.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2007, bronzo (collezione privata Parigi)

Il fantasma del tempo è questione clinica. La clinica del tempo è la clinica della parola che, dall’ossimoro “non solo-ma anche”, apre le porte all’altro: il diverso.

Il diverso è diversità e non diversione dei fatti, dove ancora il relativismo impera come maniera di vedere anziché modo di guardare.

La maniera come stile di scrittura. La bella scrittura.

Il manierismo, la bella copia. La copia della copia. L’uno che fa uno con sé in maniera algebrica, affinché il cerchio si chiuda.

Il modo è altro, esso esige il dispositivo, la piega, il fare come apertura intellettuale.
L’uomo non è lo stile, non è la bella calligrafia o "lo stile Barocco", tanto amato da Lacan. Esso è modo, tratto, accento linguistico che ricerca la politica altra, quella diplomatica entro cui accordarsi.

La bellezza, il fascino magnetico, sono i limiti dell’impero; della Necropolis, la cui maniera metamorfica trova genealogia dalla città arcaica a quella postmoderna. Dalla città macerata alla città ideale. Un’idea di città e di Tempio: il regno di Dio-Uomo sulla terra. Il regno di Dio-Uomo è il regno delle mura entro cui l’arte non può entrare. Esso è il trono del pensiero, è l’impero dell’eccellentissima mente, è la regalità della “scienza” che ha ragione, per partito preso, in maniera sragionata.

“A ciascuno la sua città, la sua impresa. Tanta chiarezza e semplicità può abbacinare chi persegue il lotto, la lottizzazione dello spazio, la fetta di città da accaparrare, amministrare e assumere, credendo nella città dell’Altro.

Se la città fosse la riserva dell’Altro, l’uno si condannerebbe a riprodurla in modo economico, come riserva personale. La riserva mentale sospende le ragioni di vita, sospende l’arte, la cultura e la scienza per occuparsi politicamente della città spaziale da riorganizzare”
, scrive Giancarlo Calciolari.

L’ordine e il dis-ordine dispongono della Necessità. L’ordine della necessità e la necessità dell’ordine (Freud) vengono investiti dal macchinismo della morte, in cui la festa trova la sua istanza. La festa è eccesso, è guerra, è caos, è migrazione, dove tutti s’accodano e s’iscrivono a questo o a quel partito. Sospendere la norma afferma la Res publica nella normalizzazione pubblica dove, di norma, le proprietà alchemiche circolano.

La festa è il tempio dell’alchimia, del dispendio senza riserva e dell’investimento senza riserva, essa è il luogo dell’ossimoro (se A allora A). Occhio per occhio, dente per dente, in maniera esponenziale.

“A ciascuno e non a ognuno, la sua logica. Ciascuno, ovvero quell’uno che è preso nella differenza da sé non rimane indifferente all’altro”, Giancarlo Calciolari. L’indifferenza è guerra. È razzismo.

Giampaolo Lai scrive: “(Poi) ci sono gli altri, i non identici, i diversi che minacciano la nostra salvezza facendosi specchio del nostro caos terrorizzante”, “i diversi parlano una lingua diversa”, la lingua altra.

L’alingua, la chiave che apre le porte all’arte, alla poesia, non ha classificazione etnica, non ha bisogno d’essere o d’avere senso sulla lista.

L’aPoesia è inclassificabile, in-localizzabile ed esige l’intelletto, la lettura tra le righe, per intenderla. Essa fa rimbalzare qua e là accenti e toni trovando funzione etica.

La guerra non è figlia né madre. La guerra è tra le righe, è una battaglia intellettuale, se non fosse tale si ridurrebbe a campo di concentramento. Il campo è altro, il campo di concentramento erige il Nome, nel Nome-del-Padre. In nome di Dio, in Nome dell’Etnia, s’instaura la vertigine della specie. Il fantasma genealogico innalza l’araldica della politica, e la falsità indossa l’abito della chiarezza.

L’inciampo è chiaro a chi veste l’oscurità.

Il Nome come vestito dell’identità e dell’appartenenza a tale città ideale, è il nome di Teseo.
“Abitare con Dio-Animale” lo lascia nell’oscurità della diversità tra Dio e l’animale in cui ciascuno trova la sua funzione. Il discorso religioso vuole la trinità Dio-Uomo-Animale sospendendo così la parola religiosa, la preghiera originaria.

L’originale non è l’originario. L’originario è il fare con materia e in materia del fare il plurale non ha copia. Il plurale, i diversi, -i- Senza Nome, non hanno bisogno di carta d’identità (un nome sul nome) poiché, scrive Lai: “essi sono senza nome, nessuno può chiamarli. Nessuno può riconoscerli, perché sono state cancellate le loro coordinate di origine e di appartenenza. Nessuno sa da dove vengono né dove vanno, perché propriamente, non vengono da nessuna parte e non vanno da nessuna parte”. Il loro viaggio, la loro dissidenza, non trova dramma, ma cittadinanza nel fare, nell’impresa, il cui unico effetto è artistico.

Una piega ebraica



Leggere Giampaolo Lai è leggere il libro, la lettera, l’in-linearità del tempo. Leggere è leggerlo alla cifra, con l’esperienza religiosa.

La terra, il fango, il mare sono accenti che s’accordano con il Genesi e con la topologia rappresentata da Lacan. La lettura s’accosta alla Genesi ebraica: Bereshit tradotto come l’inizio, il cominciamento anteriore. L’inizio per l’ebreo è in-lineare, mentre per il greco l’inizio circola. Il tempo è un cerchio chiuso come scrive Platone nel Timeo.

Lai riferisce la questione della terra dove vi si rintracciano le questioni intorno la diversità e la divisione. “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” in ebraico Adam è terrestre, Adamah è terra. La polvere di terra. Quindi intanto la polvere.

La mia lettura intorno la questione è originaria, è una lettura non specialistica.
L’incontro è tra la dimensione del deserto e la polvere.

Migba” in ebraico non è il vuoto del deserto come la lettura italiana propone, esso è la “parola”. Il deserto parla, la sabbia parla.

La sabbia è originaria della parola, del cibo che, come la Bibbia insegna all’uomo, è alimento, vita. L’infinito, l’otto.

L’uomo è artefice della sua vita, la sua volontà si trova sempre sul livello della costruzione permanente. Artista delle sue regole, delle sue parole, egli le ricerca perché sono fondazione di una Torah personale che risalgono all’origine: il libro fondatore.

Lo sguardo e lo specchio sono questioni importanti per leggere Giampaolo Lai con l’ebraismo.

Per l’ebreo il mondo non si fonda né ha fondamento nell’immagine, nell’imago di Lacan, ma piuttosto, per mezzo della costruzione e della modulazione, esso s’incontra con l’infinito.

La tensione compiuto-incompiuto, il continuo movimento, viene letto nel testo biblico de “Il cantico dei cantici” dove un ragazzo e una ragazza non trovano mai l’incontro perché nell’istante in cui lui la raggiunge, lei fugge.

L’inconciliabile ha la posizione impossibile di Dio o dell’infinito o dell’uomo, dove la funzione della ricerca di se stesso, procede da se stesso.

La ricerca verso se stessi è la ricerca della terra, dello spazio, dell’infinito che si elabora davanti o dietro noi stessi nella parola originaria.

“Una volta però approdati sulle nostre terre della ricchezza inaudita, senza abiti e senza nome, gli stranieri venuti dal fango e dal mare, diventano lo specchio allucinato dell’anima”

Lo specchio allucinato dell’anima è la posizione impossibile dell’infinito, la posizione del padre.

Nel Genesi, Bereshit, l’inizio anteriore, non vi è imitazione, non vi è ricreazione, ma incontro tra l’intelligenza, la tecnica e lo sguardo anteriore entro cui l’intervallo trova ritmo sull’aldilà del tempo, sul tempo dell’origine.


Adamo nel giardino terrestre nomina le cose per la prima volta. Esso chiama se stesso con il migba.

Quindi una nota d’accordo per introdurre alla lettura del testo di Giampaolo Lai è intorno a ciò che non è. Non è il discorso d’identità e della dis-identità; non è nemmeno il discorso dell’an-indentità, piuttosto si tratta di leggere la parola, l’anima, lo specchio allucinato, l’atomo, che il demiurgo ha arrangiato, rafforzato, in materia intellettuale.


Francis Pagano


Dal libro di Giampaolo Lai, Disidentità, 1999 :

[…] La guerra, le migrazioni, il caos, tristi animali dell’apocalisse a cavallo tra i due millenni, interessano dunque qui non solo perché ci precipitano nel dramma dei nostri giorni e perché proiettano una nube plumbea sul nostro futuro, ma anche perché intersecano in maniera decisiva le vicende dell’identità e della disidentità. La guerra ha il fascino magnetico della lucida bipenne che ordina il disordine, che normalizza il caos: di qua del taglio netto ci siamo noi, gli identici omologati dalla medesimezza; di là, fuori, ci sono gli altri, i non identici, i diversi che minacciano la nostra salvezza facendosi specchio del nostro caos terrorizzante. Come una perfetta geometria appare allora agli occhi di ogni gruppo di identici, di co-identici nella medesimezza, il fatto che il Kosovo ha il suo nemico nella Serbia, esattamente come la Nato ha il suo nemico nella Serbia, esattamente come la Serbia ha il suo nemico nella Nato e nel Kosovo; che da quella parte, o dall’altra, si lotta per l’indipendenza, mentre dalla parte simmetrica si lotta per l’asservimento dei popoli. Ma la guerra, figlia del caos e dei metissaggi delle migrazioni, si trasmuta in prolifica madre di caos e di migrazioni, sfociando sempre più spesso e sempre più massicciamente nella forma della pulizia etnica, paradossalmente scatenata proprio per normalizzare il caos, per purificare il diverso perché gli accade di parlare una lingua diversa, di provenire da una razza diversa, di adorare un dio diverso.


Ora, le migrazioni alle quali assistiamo, per molti aspetti drammatici e disperati, sono probabilmente uguali a tutte le migrazioni di tutti i tempi; un fenomeno spaziale di masse di individui senza orizzonte che attraversano un limite, escono da un luogo proprio per entrare in luogo d’altri, diventando, nel collo della clessidra, stranieri rispetto alla terra da cui sono partiti e stranieri verso la terra di approdo. Ma nelle migrazioni attuali, - sembra non esserci ostacolo all’escalation dell’orrore, - troviamo un fenomeno che in qualche modo rappresenta un perfezionamento delle situazioni concentrazionarie. Ai migranti cacciati dal Kosovo non solo vengono sottratti beni e soldi, ma vengono tolti i documenti, strappate le targhe delle auto, bruciati i libretti di circolazione. Dopo, nessuno può chiamarli, perché sono senza nome; nessuno può riconoscerli perché sono state cancellate le loro coordinate di origine e di appartenenza; nessuno sa da dove vengono né dove vanno, perché propriamente, non vengono da nessuna parte e non vanno da nessuna parte. Come chi è senza nome. I nuovi tragici migranti semplicemente non sono. Non uguali a chi li caccia ma nemmeno differenti, impossibilitati ad accedere alle differenze dell’identità sono resi an-identici, secondo il concetto introdotto da Antonino Minervino. Una volta però approdati sulle nostre terre della ricchezza inaudita, gli ospiti nuovi an-identici, senza abiti e senza nome, gli stranieri venuti dal fango e dal mare diventano lo specchio allucinato dell’anima in cui ciascuno di noi incontra l’immagine delle proprie metamorfosi che non ha mai voluto vedere: il morto vivente, la larva farfalla, il Minotauro mostro e fratello. E da qui potrà ricominciare l’inesausto ritorno delle figure immutabili del ciclo, sulle tracce di un Teseo sempre disposto a riportare l’ordine nel caos, a purificare gli spazi contaminati dall’ospite ibrido, sia con la furbizia del gomitolo sia con la violenza della spada. Ma, anche nei giorni della guerra, delle migrazioni, del caos, la disidentità ci consente la scelta di abitare il labirinto assieme al Minotauro, senza gomitolo e senza spada. […]


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19.05.2017