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Il mito in poesia

L’ornitificazione dell’anima

Lucia Guidorizzi
(27.02.2012)

C’è un mito, ricordato da parecchie fonti greche e latine, tra cui le Metamorfosi di Ovidio, che per la sua cruda tragicità ha sempre colpito la mia immaginazione.



Tereo, fiero re della Tracia è sposato con Procne, dalla quale ha avuto un figlioletto, Itis. Quando vede la sorella di Procne, Filomela, è preso da un tale desiderio che, dopo averla trascinata in una stalla nel fitto del bosco, la violenta. Poi, affinchè questa non denunci lo stupro subito, le taglia la lingua, per ridurla al silenzio. Filomela però non si arrende ed essendo molto abile nell’arte del ricamo, tesse una tela in cui rappresenta le scene della violenza subita e la invia in dono alla sorella che la crede morta. Procne, venuta a conoscenza di quanto è avvenuto, giura di vendicarsi del marito e perciò, dopo aver ucciso il figlioletto Itis, ne cucina in un calderone il corpo tagliato a pezzi. Poi invita Tereo al sinistro banchetto e gli offre da mangiare, a sua insaputa, le carni del figlio. Solo dopo aver mangiato Tereo con raccapriccio si rende conto di aver divorato il figlio, poichè Procne gliene presenta i resti riconoscibili. Tereo, sconvolto per il terribile accaduto, vuole uccidere la moglie e la cognata, ma a questo punto interviene Zeus, che pietosamente trasforma Tereo in upupa, Procne in rondine e Filomela in usignolo.

Intorno a questa sciagurata vicenda la mia immaginazione si è più volte soffermata a riflettere e dalla lettura del mito sono scaturite, in tempi diversi due poesie.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2007, bronzo

Ciò che mi colpiva maggiormente era la metamorfosi che restituiva all’anima dei protagonisti in un certo qual modo la sua essenza originaria, quella appunto volatile. Restituendo le ali all’anima dei personaggi coinvolti in questa tragedia familiare, Zeus compie una sorta di ricomposizione della frattura emotiva operata dalla violenza e dal lutto inflitti e subiti, premettendo ai protagonisti della storia di esprimere tutto il loro dolore attraverso la voce degli uccelli in cui sono stati trasformati.

IL CANTO DI FILOMELA


Re e signore crudele,

Mi hai strappato la lingua

Perché non rivelassi il tuo scempio,

Tereo,

Tu che mi attendi spiando

Tutto il tempo

Ora sei triste upupa

Per il delitto compiuto,

Forzare quella porta

Che non conosce nessuno

La tua violenza

Mi ha straziato

Il corpo e il cuore

Voleva spegnere

Anche la mia voce

Tu non sai

Che il mio canto

Si libra alto

Anche se muto

Ho ricamato l’offesa

Senza scampo

Ho ricamato per giorni

Attraversando il silenzio

E il sacrificio di Iti

E’ doloroso dono di sorella

Perduta la forma,

Ho ritrovato la voce,

Colma di echi terribili

Ora innamoro la notte

Con la profondità

Del mio canto


Lucia Guidorizzi, Scandalose entropie. Riflessioni poetiche sugli abusi prodotti dal divenire storico, Editoria Universitaria, Venezia 2006

La seconda poesia è stata analizzata dalla psicoanalista e poetessa Marina Montagnini che con la sua lettura è riuscita a cogliere con acuta finezza e sensibilità di sguardo, i significati più intimi racchiusi nel testo.

ANCHE LE RONDINI HANNO UN’OMBRA


Altissime, agili e luttuose

sfrecciano attraverso il cielo

nel loro aspro crudo grido

si rinnova di Procne il dolore

Anche quando t’innalzi

la Terra dolcemente sostiene

il tuo peso la gravità

del tuo corpo offeso

Quel grido alto si eleva

invocando di nuovo gli azzurri

intrisi di tenebra nera

sussulto di quello che era

Inchiostro diluito nell’acqua

è il ricordo che torna la sera

lo sterile e vacuo tumulto

d’un ombra smarrita e straniera

Se impazzita di luce e d’azzurro

si libra il ritorno di un’era

io resto, ancorata alla terra,

più vuota, più sola, più nera.

Lucia Guidorizzi, Milagros, Edizioni Supernova, Lido di Venezia 2011

RONDINI

Ombre celesti di Marina Montagnini

La poesia è inserita nella raccolta “Milagros”, gli ex-voto che testimoniano un avvenuto miracolo. Milagros, miracolo, si può cogliere l’assonanza. Più esattamente si trova nella terza parte della raccolta: “Destierro” cioè esilio o ancora, per assonanza, sradicamento.

In questa poesia c’è forse un miracolo che sradica?

Sì, la rondine, Procne, nel mito è una donna che per amore, gelosia, crudeltà, viene tramutata in uccello come la sorella Filomena viene tramutata in usignolo.

L’antitesi è chiara tra la donna-rondine immateriale che può volare ma è sradicata dalla terra e la donna umana che resta ancorata alla terra.

La croce, il chiasmo, è presente in ciascuna delle cinque terzine e nella poesia nel suo insieme, nelle parole di apertura e di chiusura: “altissime agili” e “più vuota, più sola e più nera”. Ma le braccia della croce sono unite dalla stessa ombra, la morte: “luttuose” – “nera”.

Il titolo “Anche le rondini hanno un’ombra” è un commento, un sunto, che può essere parafrasato in molte direzioni: “anche le rondini che sono così immateriali sono destinate alla morte” oppure: “anche le rondini sono incalzate da un fantasma (per es. il corpo, il dolore, la voce di Procne)” oppure ancora: “anche noi siamo sorelle alle rondini: anche noi mortali, anche noi sradicate, anche noi soggette ai miracoli e alle metamorfosi”.

Il nostro ultimo miracolo, metamorfosi avvincente, estrema e definitiva, è la morte, che rende uguale il destino non solo di tutti gli umani ma anche degli animali e degli umani: tutti noi mortali stretti nell’abbraccio dell’ “anche noi”. Ognuno poi è libero di vedere in questo abbraccio finale una solidarietà di misericordia o di terrore perchè fatichiamo a nascere, a vivere e a morire, tutti. Come dice Qohelet:

“dei figli d’uomo la sorte

e delle bestie la sorte

sono una identica sorte

per gli uni morte

per gli altri morte

in tutti l’unico soffio.

Perchè va forse in sù

l’alito dell’uomo

o forse cade in giù

respiro di bestia?”

Nell’incipit del titolo “Anche” c’è la coscienza di una comunanza malgrado tutto, nel bene e nel male, nel bene o nel male.

Anche le rondini sono nere come chi resta zavorrato e non sale alla luce, anche le rondini gridano un dolore, anche le rondini punteggiano d’inchiostro l’acqua della sera, anche le rondini impazzano nell’azzurro e fanno gazzarra quando viene sera, che sia un “tumulto sterile e vacuo” o uno scoppio frenetico di gioia, il saluto a Procne che ritorna come era un tempo.

La poesia è incredibilmente compatta nel significato e nei suoni. E’ l’unica della raccolta che utilizza la rima, acquistando grandissima musicalità.

nera-era (vv 11-12), sera-straniera (14-16), era-nera (18-20).

L’ultimo verso rima con l’undicesimo: nera-nera creando una epifora che mette in risalto la parola chiave di tutta la poesia.

La giovinezza è nera: “nerezza di capelli è soffio” (sempre Qohelet) ma il nero, nella nostra cultura, è il colore del lutto. Procne è viva, è felice, vola in alto, è libera. Procne è morta.

Nera chiude a cerniera tutta la poesia.

L’effetto che ottiene Lucia è una incomparabile compattezza e leggerezza: corpo e volo, dolore cupo e serena dolcezza.

Per es. terzo v. con allitterazioni in “r” dal suono duro: aspro, crudo, grido o all’undicesimo v.: intrisi, tenebra, nera

che sono da confrontare con il v. 14: “il ricordo che torna la sera” dove il suono piano del verso è amplificato dalla rima sera/straniera. Oppure la rima interna nella seconda quartina peso/offeso.

Nella seconda quartina Lucia si rivolge direttamente a Procne:

anche quando ti innalzi (nella forma di rondine)

la Terra sostiene dolcemente

la gravità del tuo peso (nella forma di donna)

del tuo corpo offeso (offeso dalla metamorfosi e dal tradimento dell’amato)

e la quartina è dolce e sospesa ma se per caso la rondine troppo inebriata crede di poter tornare alla terra come un tempo, lì resta, ancorata, incapace di riprendere il volo.

Il miracolo dà qualcosa, forse l’incomparabile ma in ogni caso toglie per sempre lo stato antecedente.

Ecco come ho visto io le rondini, incantata come Lucia, dal trasvolare della loro ombra:

e tre rondini nere e bianche

che a sciabolata fendono il mio tetto

verso il nido e i loro tre bambini

....

e delle rondini io vedo l’ombra

che trascorre veloce sopra i tetti


LUCIA GUIDORIZZI è nata a Padova e vive a Venezia dove lavora. Laureata in Lettere, insegna in un Istituto di Scuola Superiore. Ha pubblicato con Editoria Universitaria quattro libri di poesie: Confini (2005), Scandalose entropie. Riflessioni poetiche sugli abusi prodotti dal divenire storico (2006), Ibrida Hybris (2007), Quadrilunio. Una tetralogia dell’Anima (2009) e con Supernova Milagros (2011).


MARINA MONTAGNINI è Psichiatra, Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (S.P.I.), membro della International Psychoanalytical Association (I.P.A.).
Ha vinto numerosi premi e segnalazioni per opere di poesia e prosa. Ha scritto a sei mani libri per genitori insieme alle sue figlie, Maria e Giulietta Morra: Il tesoro di Mali Losini, Signom ni Rom . Sono un uomo che ha vinto il secondo premio al Concorso Artistico Internazionale “Amico Rom”. 2009, e Cabeza de Novia. Testolina Innamorata. Ha pubblicato un saggio di Psicoanalisi Applicata Croce e Delizia. Per uno studio dei luoghi comuni e numerosi articoli specialistici.


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19.05.2017