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L’equilibrio del corpo e della mente attraverso la letteratura: tre classici a confronto

Monica Cito
(20.02.2012)

Fëdor Dostoevskij e Gustave Flaubert nascono entrambi nel 1821, Giovanni Verga nel 1840, Italo Svevo nel 1861.

Io nacqui nel 1972, ma questo è altro tema.

Procediamo per gradi: ho iniziato ad apprezzare Giulio Perrone editore dalle sue pubblicazioni, prima di pubblicarci il mio “Venere”. Ed ho iniziato a conoscere la casa editrice attraverso i signori in epigrafe citati ed, in particolare, tramite due scritti: “Una burla riuscita” di Ettore Schmitz, da noi tutti conosciuto come Italo Svevo, e “La tentazione di Sant’Antonio” di Gustave Flaubert. Poco dopo l’uscita del mio Venere, ho fatto conoscenza con un particolarissimo libricino di Fëdor Dostoevskij: “La moglie altrui e il marito sotto il letto”. A questo punto, dopo un paio di recensioni tendenti all’attualizzazione di quel Flaubert e quello Svevo e il successivo, continuo interessamento al lavoro di Walter Mauro, direttore per la Giulio Perrone della collana “I classici” e “I classici pocket”, ho meditato sulla possibilità di presentarli al pubblico tramite voce il più possibile narrante. Intanto, è giunto il libricino di Giovanni Verga: “Tigre reale”, e il mio progetto era quasi consolidato. Verga, signori miei, come avrei potuto inserirlo?

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Opera di Christiane Apprieux

Alla fine ho “realizzato” un fantastico incontro tra autori, un simposio intorno all’ampio tema de: “L’equilibrio del corpo e della mente attraverso la letteratura”; ed ho continuato a studiare. Risultato dello studio: un’enorme confusione. Ma la confusione non è mancanza assoluta di dati, al più è profusione scomposta degli stessi.

Così, riordinando le idee, il mio tema si è ridotto. Grazie anche alla munifica lettura del saggio di Tecla Starace, gentile dono dell’editore Antonio Carello: “Influsso della Tentation de Saint Antoine, di Flaubert, sul Decadentismo inglese”. Tale lettura ha dato un nuovo input: ha permesso che non mollassi la presa sul titolo da dare alla mia giornata di studio, e perciò stesso di non mutarlo, ma soltanto spostarlo su un tema, per così dire di natura erotica: la femmina fatale.

A questo punto, che Fëdor, Italo, Gustave e Giovanni fossero uomini dalle date di nascita più o meno contemporanee e dagli influssi, paesi e storia diversi, non aveva più quasi importanza. Il tema diventava banale, da romanzetto rosa, ma umano, così tanto umano e basilare da non poter essere sottaciuto e, soprattutto, mi avrebbe permesso di proferire sdegno verso la letteratura contro le donne.

Poveretto, a rimaner fuori dal progetto pareva essere Italo! Lui “mica” sessualizzava mai, nel suo “Una burla riuscita”, le donne! Come far di lui, quindi, un degno compagno degli altri illustri, da innalzare e contemporaneamente biasimare? Semplice: con un’altra banale dietrologia: se non parla di donne, con le donne non vuol parlare. Ma se parla con gli uccelli? Forse… ma non troppo attualizzando in era di Pride più o meno gay…!

Gli uomini, sappiamo, mal sopportano i propri mali fisici o spirituali. Sì, lo so che è una frase più o meno fatta, un esergo da scimmie, ma così è, perché così a noi donne dalle nonne è stato insegnato, e mai gli uomini hanno dimostrato o ritenuto di dover provare il contrario. E, dalle epoche dei grandi uomini trattati ad oggi, nulla è mutato. Perciò, posso continuare a giocare al sesso forte – il femminile – ed aggredire questi bei tiretti illustri.

Cominciamo con Flaubert, che è quello più emblematico, il tenutario per eccellenza. La Starace di lui scrive: «La Tentation de Saint Antoine è forse la composizione più aderente alla natura profonda di Flaubert, è quella che lo esprime più completamente mostrando la sua sensibilità e l’immaginazione che sono al fondo di tutta la sua opera letteraria». E, al fondo dell’opera di Gustave c’era la femmina fatale, l’Emma di “Madame Bovary”, la p...... In punto di morte, egli esclamò che quella p...... di Emma gli sarebbe sopravvissuta.

Insomma, una donna – non sappiamo fino a che punto fantastica – sopravvive al povero Gustave. E lui non può far a meno di lei, fino a farne suo costante tema di scrittura. E poi sono certe femmine, anche oggi, a guardare Beautiful…!


Benedetto Croce (che a me, sulle prime, a scuola sembrò un santo, ma era un critico) così si esprime, porgendoci fresco di forno il suo ruspante Flaubert: «La via d’uscita che egli trovò fu la medesima del Baudelaire, come assai simile era la malattia di cui soffriva: l’arte, e non l’arte confessione, l’arte-effusione, l’arte sconvolta e passionale, ma l’arte che domina la torbidezza passionale con la purezza della forma».

E chi, secondo il decadentismo e non solo, naviga nella torbidezza passionale se non la donna? La conosciamo già, la donna di Flaubert. È Emma. Emma che ha bisogno del maschio e della sua arte per pensare. «Prima di sposarsi, Emma aveva creduto d’amare; ma la felicità che avrebbe dovuto nascere da quell’amore non era venuta, e pensava che doveva essersi sbagliata. Ella cercava, ora, di sapere che cosa volessero esattamente dire, nella vita, le parole felicità, passione ed ebbrezza, che le erano sembrate tanto belle, lette nei libri». Emma la fatua, quasi una modellina contemporanea «Nei salotti dei ristoranti dove si cena dopo la mezzanotte, si divertiva al lume della candela, la folla variopinta dei letterati e delle attrici, creature prodighe come re, piene d’ambizioni ideali e di deliri fantastici. […] L’amore non aveva forse bisogno, come le piante esotiche, di un terreno preparato, di una temperatura speciale?». Emma la donna da biasimare, perché non sa distinguere tra carne e sentimento e il tutto impudicamente unisce «[…] ricordò la eroina dei libri che aveva letto, e la legione lirica delle adultere si mise a cantare nella sua memoria, con voci di sorelle che l’ammaliavano».

Ossessionato da tale immagine ed opinione sulla donna, Flaubert scrive anche quello che definì «il libro della mia vita», traducibile in: le mie ossessioni, prima fra tutte: le donne. E come faccio io, maschio, santo potenziale, a rimanere in equilibrio dinnanzi a loro, a preservare la mia eccelsa mente? Scrivo, no? E che scrivo? Scrivo che voglio percuotere la donna «Nel centro del portico, in pieno sole, una donna nuda era legata a un palo e due soldati la percuotevano con cinture di cuoio; a ogni colpo, tutto il suo essere si contorceva». Scrivo che sono innocente e che è la donna, il diavolo tentatore. «Ridi, dunque, bell’eremita, ridi. Io sono assai allegra, vedrai! Suono la lira, danzo come un’ape, e so raccontare mille e una storia […]». E non importa che il sadismo dell’eremita possa più volte leggersi nella Tentazione. Ciò che conta è sempre e soltanto la sfacciataggine della donna, eterna e suprema tentazione dell’uomo; sua Venere, Chimera, Sfinge, Priscilla, Elena, Diana, Cerere… giù giù giù, sempre più in basso, sino alla Morte.

Eh, direte, l’hai fatta, la scoperta! È il decadentismo. E va bene. Mettiamo che sia il decadentismo: periodo in cui l’ideale di donna è la prostituta, cui semplice compito è far trasalire i sensi.

Ma Dostoevskij è più puro. È più grande. È in equilibrio, malgrado soffra di epilessia. Siamo certi che questo suo libricino debba meravigliarci? Parla di gelosia, è gogoliano. Va bene! Desta meraviglia se confrontato con “Delitto e castigo”, scrigno supremo dell’omicidio assoluto. Ma, se e quando si studia la meraviglia, la magia – ahimé! – un po’ vacilla, e si scopre l’inedito artista che egli era persino nelle paroline d’una letterina: «Non da lui fui attirato, ma da sua moglie, Mar’ja Dimitrievna…».

È il terzo incomodo, Dostoevskij, è l’amante Fëdor. Si diverte a scrivere il racconto “La moglie altrui e il marito sotto il letto”. Questo racconto rientra in un presumibile progetto teso ad una novellistica d’alta funzione pedagogica, e quindi al risanamento delle sue finanze. Giocava d’azzardo, il vate, e molto, ma non posso provare la di lui “anima commerciale”. Rimane, indi per cui, ciò che l’alta critica ha espresso di questo racconto in particolare, e del ciclo tutto dei racconti in generale.

Egli voleva trattare del nodo tematico del matrimonio d’interesse. Siccome, si sa, in un certo periodo i matrimoni d’interesse spesso erano la prigionia delle donne più che degli uomini (per questi ultimi c’è sempre stato qualche posticino dove trovare consolazione e prostituzione legalizzata) Dostoevskij lo potremmo dire un protofemminista? Resta il fatto che nel racconto – ma la vena satirica è alta – la donna è una bambola. E un secolo dopo, Patty Pravo non migliorò la situazione!

Fëdor, però, fu social-rivoluzionario e scrisse, con molto equilibrio, quel che molti uomini, e purtroppo, regredendo, anche donne ai nostri dì, ancora non vogliono capire: «[…] sarete d’accordo con me, la gelosia è una passione imperdonabile, anzi, addirittura una sciagura». Col tempo, l’umanità, soprattutto nelle fasi adolescenziali, dirà che la gelosia è una malattia. Ma è chiaro che, se una casa editrice propone questo racconto, siamo ancora lontani dal debellarla o posizionarci stabilmente in fase adolescenziale. E, forse, anche un grande romanziere ne ha sofferto, perché non è affatto detto che, da amante, non sia stato geloso del maritino legittimo:

— Splendida morale!, osservò stizzito il signore in pelliccia

— Ebbene, che cosa avreste da dire voi della moralità? Eh?

— Bé, ecco, è una cosa immorale

— Che cosa?!!

— Sì, secondo voi, ogni marito tradito è un fesso!

— Quindi sareste voi il marito? Ma non doveva essere sul ponte VorzesenskiJ? Che cosa vi importa allora? Perché mi avete importunato?

— Ecco, a me pare che siate proprio voi l’amante.

— Sentite, se continuate così, mi vedrò costretto a riconoscere che siete proprio voi il fesso, cioè, chi sapete.

Chi proprio se ne infischia di amanti in senso classico è il nostro Verga, che da giovane, con il romanzetto “Tigre reale”, aveva cominciato a prendere la brutta piega e china del verismo. Gli Scapigliati tetri, i dark dell’epoca, a lui non piacevano tanto. Gli erano simpatici sì, ma preferiva l’ineluttabilità seria, il disastro finanziario e dell’anima. Era un sadico, diciamocela tutta… non certo come De Sade, ma con buone credenziali. Non per niente fu italiano e meridionale.

Così, preferisce mettere in scena personaggi mediocri ed un elemento assoluto: la malattia, la tisi, meglio poi conosciuta come tubercolosi (per il tramite di certi francobolli per la ricerca, che caustici recitavano: TBC). E che la donna sia femmina fatale, a lui poco importerà. Seguirà un cliché e lo inquinerà dell’impotenza di fronte alla grande distruzione di cui è capace la natura.
Il verismo è infatti il naturalismo italiano per antonomasia; perché – diciamocela tutta ancora una volta – parlare di natura nel Bel Paese è sempre un po’ complesso, e quindi anche la letteratura ha da scendere al compromesso.

Rimane Svevo. Immaginavo che sarebbe rimasto alla fine, come ogni argomento di difficile soluzione. È stato un po’ sfortunato, con tutta la sua arte, in vita, Svevo, finché non ha incontrato un anglosassone, tale… Joyce.

Amava la moglie, pare d’amor vero, e questo forse era il suo supremo squilibrio… se, stonando col suo violino nel cantiere del suocero, pensava di lenire le fatiche degli operai augurandosi di non annoiarli a morte, e tutto sommato, tediava anche se stesso. Per sfinirsi e magari non tradirla? Sì, perché questo è un altro mistero degli uomini: son capaci di tradire anche quando amano, eppoi le donne sono tutte… Lasciamo perdere!

L’argomento delle femmine fatali e degli uomini fatalmente illustri è finito.

Abbiamo perlomeno dimostrato che generalizzare è errato, anche sull’esimio Svevo, che da alcuni documenti pare favorevole alla satira.

… Questo è quanto direi, per sommi capi, se venisse organizzato un monologo tra me e il mio silente auditorio; ammesso che non sia fantasma nato nel 1821, 1840, 1861 e 1972. In Italia, letteratura è morte, o meglio noia mortale, e tutti temono che, andando alla presentazione dei libri, debbano sorbirsi purghette o vedersi abbracciati da Morfeo. E grazie! Avrei le mie teorie in proposito, ma vi siete divertiti abbastanza senza versare nemmeno un obolo volontario. E grazie!, per ora, almeno dell’ascolto virtuale.


Bibliografia:

• Tecla Starace “Influsso della Tentation de Saint Antoine, di Flaubert, sul Decadentismo inglese”, Antonio Carello editore, Catanzaro, 1986;

• Gustave Flaubert “La tentazione di Sant’Antonio”, Giulio Perrone editore, Roma, 2005, collana “I classici” diretta da Walter Mauro. Traduzione di: Lia Cancellieri dall’originale francese (La tentation de Saint Antoine, 1874);

• Gustave Flaubert “Madame Bovary”, RCS Rizzoli Libri editore, Milano, 1994, collana “La Grande Biblioteca Fabbri editori”, traduzione dall’originale francese e note di: Giuseppe Achilli;

• Giovanni Verga “Tigre reale”, Giulio Perrone editore, Roma, 2006, collana “I classici pocket”;

• Italo Svevo “Una burla riuscita”, Giulio Perrone editore, Roma, 2005, collana “I classici pocket”;

• Fëdor Dostoevskij “La moglie altrui e il marito sotto il letto. Un’avventura straordinaria”, Giulio Perrone editore, Roma, 2005, collana “I classici pocket”, traduzione dall’originale russo (Čužaja Žena i muž pod Krovat’jn, 1848) di: Maria Gavrilënko e Mariacarmela Leto;

• Michail Nikitin “Qui visse Dostoevskij”, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1957, collana “Biblioteca moderna Mondadori”, diretta da Alberto Mondadori, unica traduzione autorizzata dall’originale russo (Zdes’ zhil Dostoevskij) di: Riccardo Picchio.


Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.

Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere gluten sensitive e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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19.05.2017