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La semiotica è un’introduzione alla cifrematica

Dal segno alla cifra. Thomas Sebeock

Giulio Battaglia

Conta la distinzione tra inferenza deduttiva, inferenza induttiva e inferenza abduttiva. E conta ancora di più che "nell’abduzione si realizza un’eccedenza, un resto che fa qualitativamente ampliare". È la qualità stessa. La cifra delle cose. Dal segno alla cifra.

(7.07.2009)

Occuparsi dei segni è occuparsi della vita. E occuparsi dell’opera di Thomas Sebeock - tra i semiotici più importanti dopo l’inventore della semiotica, Peirce - è occuparsi di chi ha indagato la comunicazione integrale, e non solo quella dei "segni umani".

E l’ipotesi di Augusto Ponzio e di Susan Petrilli è quella che l’antroposemiotica, con la sua funzione modellizzante, slegata dalla semiosi integrale, sia responsabile di una certa modalità del processo produttivo, del consumo delle merci oltre che del loro scambio.

I segni e la vita. La semiotica globale di Thomas Sebeock, di Augusto Ponzio e Susan Petrilli (Spirali, 2002, pp. 265, C 30,00) indaga sulla dottrina dei segni di Sebeock che a proposito del segno parla di processo. Si tratta del segno situato nell’interminabile catena degli altri segni.

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Hiko Yoshitaka, "Onde aritmetiche", 2003, acrilici su juta, cm 100 x 150

Teoria non facile da analizzare, che si ritrova anche nella psicanalisi di Jacques Lacan con la nozione di "catena significante", e che comporta la struttura formale delle cose. Allora, che la vita sia semiosi comporta la vita come logica, ma ancora senza la sua altra faccia della politica delle cose che si fanno. La vita solamente come logica rimane formale, ovvero già scritta. Ma per l’appunto, i segni non sono già dati, ma in processo. Processo che non è solo logico, come invece presume la conoscenza segnica che cerca il sistema, l’alfabeto, l’algebra, la geometria del segno.

Che non ci sia isomorfismo tra i segni e la realtà risulta il modo per smentire chi afferma il monopolio della verità, come monopolio della realtà. Segnicamente canonica. Senza scomodare il paradosso della mappa che non contiene se stessa come oggetto della realtà.

La combinazione logica non rimpiazza l’arte della combinazione, e risulta una combine, ossia un fantasma materno: un tentativo di padroneggiare la logica e la politica. Così ci sarebbe la materia segnica e l’antimateria segnica, per via della "catena semiotica" e quindi dell’algebra di Boole.

La vita coincide con la semiosi? Ne fa parte la "semiosi umana"? Eppure dal segno umano è impossibile arrivare alla tripartizione dei segno, introdotta da Armando Verdiglione. Non si tratta della tripartizione di Peirce in simbolo, indice e icona (che trovano un altro statuto nella cifrematica), che allude piuttosto alle dimensioni della parola.

La semiosi o processo segnico rimane nel labirinto rappresentato nella grande rete di segni. E il linguaggio verbale e non verbale risultano convenzioni per "l’animale umano" (citato come "animale semiotico", e quindi per quanto semiotico, sempre animale), che solo l’abduzione dissipa come fantasma di fantasma.

Quale sarebbe la mente dell’animale umano? Quella come sistema di segni. Allora l’essere umano non è segno, se non di morte. E lo sarebbe solo per la questione dell’essere. L’importanza dell’abduzione da - Peirce a Sebeock - è capitale per Ponzio e Petrilli. In effetti l’analisi dei paradossi della semiotica indica l’abduzione come porta del fare, dell’invenzione del gioco; come interfaccia tra il segno come logica e come politica, come struttura e come industria.

La bio-semiotica come scienza della vita implica la vita come logica; e quindi l’esperienza come determinata, predestinata. Logica binaria quale genealogica. Quindi partendo dalla dottrina semiotica che intraprende lo studio della comunicazione e della significazione dell’animale umano non si arriva al segno artificiale e alla sua libertà.
Il segno è inclassificabile. E il ricorso alla topologia quale "formalizzazione di tutte le morfologie statiche e dinamiche del mondo naturale e umano" è quello che va dalla cabbala all’algebra di Leibniz e di Lacan.

Per Sebeock - scrivono Petrilli e Ponzio - si tratta delle "interzone fra le parti indispensabili del segno, il rapporto tra ciò che è significante e ciò che è significato". E ne va dell’interpretazione del segno. Tuttavia il segno non è interpretabile e non significa. Non c’è decifrazione del segno: l’itinerario va dal segno alla cifra, alla sua qualità.

Un numero infinito di mondi possibili spalancato dalla semiosi è ancora l’infinito potenziale, la negazione del transfinito in cui le cose si fanno ciascuna volta in modo inedito. Infatti, non è la tripartizione del segno in nome-significante-Altro, ma la tricotomia oggetto-interpretato-interpretante che comporta questo processo ad infinitum. Certamente, se esistesse, l’antroposemiotica sarebbe una branca specializzata della zoosemiotica.

Augusto Ponzio e Susan Petrilli giungono a evitare la tentazione antropocentrica e a porsi la tentazione intellettuale di esplorare altri aspetti del segno, senza più modello generale. La credenza nel processo di ominizzazione ha l’altra faccia nell’animalizzazione attuale dell’uomo, quella che altri chiamano barbarie. Se la rete segnica è grande e fitta è chiaro che non c’è soluzione di continuità nella circolazione dei segni.

Ma non c’è proprio lo sferodromo dell’ecosistema mondiale, che comprenderebbe tutti i mondi possibili dove lo scrittore è antecedente alla trascrizione, ossia dove le cose sono già scritte, come dice satana nel Vangelo. Dove regnerebbe la prolessi, quella dell’uomo come unico animale capace di semiotica.

Ponzio e Petrilli annotano che se i componenti della definizione della nozione di segno sono a loro volta segni, come scrive Sebeock, c’è una circolarità. Questione che si trova anche quando "il segno è qualcosa che si intrepreta come segno". Solo così un "segno lo diventa perché l’interpretante lo interpreta come interpretante di un interpretato, lo interpreta come già interpretante".

Eppure, già dire "segno" e "non segno" corrisponde a introdurre qualcosa delle funzioni della parola. Non qualcosa funziona come segno, ma il segno consta di una trifunzionalità: la funzione di nome, la funzione di significante, la funzione di Altro (anche dal nome e dal significante).

Qual è quel linguaggio che è la possibilità stessa dei gioco infinito di costruzione - e decostruzione - di nuovi mondi possibili? È il discorso. Il discorso occidentale, il discorso della guerra. È la guerra la possibilità dei gioco infinito di costruzione e decostruzione di nuovi mondi possibili. Risiede qui la fondazione e la rifondazione dell’ontologia in termini semiotici.

Dove sta allora la nuova teoria della comunicazione? Abita nella comunicazione indiretta, globale, quale emerge dalla cifrematica. L’altro nome della semiotica globale. La semiotica dove s’instaura il diritto dell’Altro, come notano Ponzio e Petrilli. La semiotica è insostanziale e immentale, non sottostà agli attuali rapporti di potere e di controllo della comunicazione-produzione.

Invece la semiotica come disciplina dei doganieri dei segni (presunti gestori dell’interpretazione infinita o dei limiti dell’interpretazione; che hanno nel dazio l’altra faccia, quella legale, della tangente) poggia sull’assenza dei segno: da qui la zoologia fantastica dell’animale semiotico.

La segnologia è senza segno. E il "plurilogismo" conferma il monologismo, il discorso, conformista o anticonformista. Non c’è nemmeno la mediologia - quella patafisica che ha sostituito ai rapporti di produzione quelli di comunicazione - che non riesce a interpretare l’aforisma di Lacan sull’inesistenza dei rapporto, che dirlo sessuale è paradossale oltre che pleonastico, e infine ironico.
La semiotica è un’introduzione alla cifrematica, un preambolo, senza più teoria della conoscenza. E il cosiddetto essere umano (che non fa più questione, a meno, forse, di affiancargli l’avere umano, l’avere supremo, l’avere divino) cessa di essere un segno in un universo di segni.

Conta la distinzione tra inferenza deduttiva, inferenza induttiva e inferenza abduttiva. E conta ancora di più che "nell’abduzione si realizza un’eccedenza, un resto che fa qualitativamente ampliare". È la qualità stessa. La cifra delle cose. Dal segno alla cifra.

Giulio Battaglia, lettore di psicanalisi e di cifrematica. Vive e lavora a Roma.

2 agosto 2003


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