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La libertà senza più paura
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L’età dell’innocenza, di Edith Wharton

Elisabetta Blasi
(5.02.2012)

… E di e da cosa, innocenza?, vien fatto di domandarsi.
La risposta che viene in mente:
• dell’apparato sociale che conforma la borghesia newyorkese della seconda metà dell’Ottocento (il romanzo è ambientato nel 1870, con una puntata finale e chiosante nel 1900):
• da contaminazioni moderniste, e consequenziali abbandoni di una certa etica del business.
Suffraga questa tesi l’affaire-Beaufort, un membro “laico” (perché Foreign: straniero, alter) del microcosmo sociale dell’aristocrazia statunitense (di qualche secolo recenziore rispetto alla noblesse europea, che aveva, all’epoca inquadrata nel mirino della Wharton, finito di obliger da circa un secolo), traente vita e legittimazione dalla guerra d’indipendenza. Le regole, vincolanti quanto tribali, dell’Ambiente imponevano che ad un proprio membro caduto in bancarotta fosse imposta una sorta di ostracismo, in quanto dimostratosi indegno e disonesto. Andava pertanto (auto)esiliato, affinché non ricordasse, con la sua presenza, una condotta immorale. Quanto più coeso, sempre secondo il paradigma funzionalista, è un sistema sociale, tanto più univoco, ed irreversibile per coloro che lo subiscono, sarà il suo porre in atto procedure di salvaguardia dell’integrità delle sue regole, ergo di se medesimo.

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Hiko Yoshitaka, "Un sogno e una notte", 2008, cifratipo, acrilico su carta

Per intenderci: roba da ridere, se raffrontata al gigantismo atomista (non è un controsenso, ma un ossimoro) neocapitalista odierno, nell’era della globalizzazione e strapotere di superagenzie dette di rating: specie di docenti senza investitura neanche lontanamente riconducibile allo schema di delega democratica del potere (Montesquieu, où es-tu?; anzi: que deviens-tu?), che in un battibaleno prendono e “declassano” intere economie statuali in base a paramentri ragionieristico-speculativi.

Ci eravamo lasciati con un feuilleton che pretendeva d’essere un romanzo di denuncia sociale (L’amante di lady Chatterley); ci ritroviamo col suo complementare opposto. Un romanzo sociale che pare un feuilleton.
Eh sì, perché principia con la preparazione del Giovin Signore (Newland Archer) allo scopo di recarsi a teatro e finisce con il medesimo che, trent’anni appresso, saluta tutti con l’inchino e sen va via sfumando. Aedo di un mondo e di una lealtà che non c’erano già più.
Vale la pena di leggerlo, invece, con spirito critico, questo poderoso tomo sociologico travestito da romanzetto, abilmente intessuto dall’autrice secondo un registro che indulge all’ironia, ma anche all’autocompiacimento.
Un sistema sociale, i suoi codici valoristico-comportamentali, la donna-ebetizzata contro la donna soccombente (Ellen Olenska), e varie gustose sottotematiche di agile invenzione da parte del lettore più arguto e/o disincantato.


Edith Wharton
(1862-1937). Di antica e ricca famiglia newyorkese (i Newland Jones), è facile intuire dove abbia attinto per la stesura dell’affresco testé commentato. Come la sua Ellen Olenska, si sposò, divorziò e visse da single a Parigi fino alla morte. The age of innocence fu pubblicato nel 1920.
L’edizione commentata: “L’età dell’innocenza” è invece stata impressa nel 2003, e collocata nella collana “La biblioteca di Repubblica”, su licenza Longanesi. Traduttrice: Amalia D’Agostino Schanzer.

Elisabetta Blasi
È nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968.
Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).
Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista.
Attualmente collabora con le riviste web www.kultunderground.org, www.kultvirtualpress.com , www.transfinito.eu, www.lucidamente.com


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21.05.2013