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La cucina di Freud

Giancarlo Calciolari
(24.01.2012)

Ciascun libro di Sigmund Freud è un libro di cucina, è un libro di arte della combinazione, che trova la sua condizione nel fuoco fatuo. Non nel fuoco simbolico, non nel fuoco immaginario, non nel fuoco reale. Tra gli infiniti contributi di Freud c’è un testo che parla di cucina e del primo pasto dell’umanità, Totem e Tabù (1913).


L’arte della combinazione, teorizzata per esempio con l’associazione libera, s’imbatte in continuazione in combinazioni nuove, quelle per le quali è stato osteggiato il cammino di Freud. La seconda fase è quella dell’assimilazione, sempre con l’esclusione della novità, com’è accaduto con la psicoterapia sotto il terzo Reich, che ha richiesto non solo l’esclusione di Freud e dei suoi iscritti, ma anche quella di tutti gli psicanalisti ebrei.


Parlare della cucina di Freud non è un gadget, un regalino dell’industria editoriale per rosicchiare un po’ di denaro, che nell’edipismo risulta l’altra faccia dello sterco, ovviamente del diavolo. Non si tratta della manovra di James Hillman e di Charles Boer che nel 1999 hanno scritto “La cucina del dottor Freud”, ossia una raccolta di ricette attribuite improbabilmente all’inventore della psicanalisi, scherzando, più che giocando, con le parole, all’insegna ad esempio del Minnastrone, citando Minna, la cognata di Freud… La connessione convenzionale è data dall’erotismo e dal cibo. Non emerge che lo scherzo con la vita è in effetti un compromesso con la morte. È proprio il contributo di Freud di leggere tra le righe e articolare il fantasma di morte che pervade la cucina e la società.


Freud in Totem e tabù analizza come si è formata la società, il potere, la gerarchia, il singolo. E per farlo ricorre a un mito, che chiama mito scientifico del padre dell’orda primitiva che è, diremmo al seguito di Peirce, un’ipotesi abduttiva. L’ipotesi dell’arte della combinazione, in cui la ricetta è un rebus. Non un’ipotesi deduttiva che gli permetta di trovare alla fine quello che aveva già posto nelle premesse, ma quell’ipotesi improbabile che il lavoro analitico richiede. È anche rispetto a questo che in un’analisi procede l’intervento analitico più che dell’analista.


Freud nella sua costruzione oscilla tra l’ipotesi improbabile e il fantasma necessario. Si tratta per Freud d’intendere la natura del transfert, che dice che s’instaura nel momento di massima resistenza. E è tutto quello che enuncia rispetto all’Edipo. La società si fonda sul crimine, sul patto tra i fratelli per spegnere la loro rivalità e uguaglianza rispetto a che tenta di ripristinare l’ordine del padre. Il primo pasto dell’umanità sarebbe quello in cui viene divorato il cadavere del padre ucciso. Poi ci sarebbe la ripetizione, il pasto totemico, quello in cui ritualmente viene ucciso l’animale o il suo sostituto (da intendere: l’anti Isacco, la vittima, l’ebreo, lo straniero, il negro, la strega…).


Ancora più nello specifico va letta l’obbedienza a posteriori (nachträglichen Gehorsams) che Freud stesso mette in corsivo e tra virgolette. C’è la natura degli uomini burattini, obbedienti ai capi carismatici. C’è già la risposta alla domanda che Primo Levi fa in Se questo è un uomo: “se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania” (95).


La cucina fantasmatica che Fred elabora in Totem e tabù si compie come produzione industriale nella cucina infernale di Auschwitz. La cucina della morte, la cucina della fame sino alla morte di fame. “Il Lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente” (66). La cucina dell’essere per la morte, la cucina del soggetto alla morte. È anche questa la cucina di Heidegger, di Jünger, di Schmitt?


La cucina di vita di Freud è la psicanalisi, la sua lettura dell’inconscio e di ciascuna cosa non più presa nel sogno impiramidale della gerarchia di padronanza e di controllo sugli umani e sulle cose.


La cucina di vita per Primo Levi comincia con l’amico operaio, intellettuale, nel senso che lo è lui intellettuale e non l’elite nazista degli intellettuali da palestra e da campo. Lorenzo, il giusto. L’operaio italiano che per sei mesi lo nutre, sino a prima della malattia e dell’evacuazione dal campo. Ovvero Lorenzo non cede alla delega al dio sterminatore di Hitler e dei tedeschi, e rischia la vita per l’uomo. Per l’altro uomo, irriducibile alla bestia nonostante “l’orribile laboratorio sociale” per disumanizzare l’uomo, per demolirlo. La cucina più nera della storia dell’umanità. Non è da trascurare il dettaglio che i forni crematori sono stati costruiti con una variante dei forni da pane. E l’azienda dei forni dopo la Shoah non ha subito nessun processo intellettuale.


Nel caso di Lorenzo, operaio come Leonardo, uomo sanza lettere, non c’è abdicazione rispetto all’autorità e alla responsabilità, ignaro delle significazioni sociali che può assumere il suo gesto. Quando Primo Levi incontra nuovamente l’amico dopo Auschwitz, quasi non si ricorda di lui e di quello che ha fatto. Come i rari giusti, l’avrebbe fatto perché non poteva che farlo.


La natura dello sguardo del dottor Pannwitz è quella di chi crede nell’ordine sociale naturale, nell’impero naturale, sia come riflesso di divino che di un umano superiore, appunto imperatore. Quando la gerarchia psicanalitica internazionale s’imbatte nell’emergenza della cucina intellettuale, come in quella di Lacan, accade la stessa incredulità. Lo sguardo che pone sull’anomalo è quello scambiato attraverso la parete di vetro di un acquario…


L’ingegnere di buona famiglia ebrea torinese Primo Levi non trascura di testimoniare la sua stessa incredulità, ovvero la credenza in un buon ordine delle cose in cui lui è ingegnere e Lorenzo è operaio.


“Oggi, questo vero oggi in cui sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose sono realmente accadute”. Frase quasi ossimorica nella sospensione del congiuntivo per il presente. Non che le cose siano accadute ma lo sono, accadute. L’incredulità è iperbolica: non gli basta di scrivere “oggi”, occorre aggiungere “questo vero oggi” e ancora non gli basta, gli occorre l’ancora dell’essere seduto a un tavolo. E forse senza lo scrivere non terrebbe la difficile posizione di Primo Levi.


La condizione del Lager sta dunque nel passato come nel futuro, dice Cesare Segre nella sua intensa postfazione al libro di Primo Levi. È questa anche la lezione che per un’altra via diviene quella di Gérard Haddad, in questo ultimo libro che ha scritto, Luce degli astri spenti. La psicanalisi a confronto con i campi di sterminio.


La struttura verticale di dominio, la divisione in due campi, il bene e il male, sino alle suddivisioni della gestione delle carriere, anche con la spartizione sacro-profana tra chef di cucina e cuoche di casa, è il bastone del comando rispettato anche da Freud e da Lacan nella pratiche istituzionali da loro avviate. È tempo di un’altra cucina, in cui il testo di Freud sia restituito in altra qualità, distinguendo tra immagine e fantasma, tra l’originario e la sua impossibile copia. È in gioco la cucina di vita senza più compromessi con il fantasma di morte e la sua sensazione, la paura.


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19.05.2017