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Approdo a Hong Kong

Diego Busiol
(19.07.2016)

Sognavo il Messico, il Centro America, la lingua spagnola, il Brasile: come sono giunto qui? Hong Kong è una cittá così radicalmente altra che era fuori da ogni mia coordinata. Non avevo mai pensato di trasferirmi a Hong Kong: è forse questa una condizione necessaria per il viaggio? Destinazione, destino; il viaggio procede indipendentemente dalla volontá. Possibile stabilirne la direzione? Lao-tzu: un viaggio di mille miglia comincia con un singolo passo. Ma la direzione è data dalla parola: giungiamo dove ci porta il racconto, non dove vogliamo noi. Ed ecco l’approdo. Ecco Hong Kong, il porto profumato.


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Hiko Yoshitaka, "Ligature généalogique", 2008, acrylique sur papier

Cos’è una cittá? E com’è Hong Kong? La prima volta che giunsi ad Hong Kong, da turista, continuavo ingenuamente a chiedere dove fosse il “centro”. Hong Kong è una cittá senza centro, anzi è una cittá che decentra, che obbliga ad un continuo spostamento, all’abbandono d’ogni punto (che credevamo) fisso. Venire a Hong Kong per ritrovare le proprie radici, italiane ed europee. Parlare coi cinesi per scoprire i limiti del discorso occidentale. Hong Kong, tra il mito di Babele dove ognuno parla la propria lingua, e la Pentecoste, dove ciascuno comprende nella propria lingua.
Hong Kong è un posto Altro, non semplicemente un altro posto, come ce ne sono tanti. Difficile innamorarsi di Hong Kong: efficiente, funzionale, veloce, non è la cittá della passione travolgente, delle emozioni forti, dell’amore a prima vista. È piuttosto la città delle opportunità, ma anche della scoperta, della sorpresa. Come dice il nome stesso, Hong Kong è un porto, un porto di mare, e per molti è un posto di passaggio. A prima vista piccola, è in realtá inesauribile. Non ha una lunga storia, ma ha tante storie, largamente sconosciute ai suoi abitanti. Il luogo comune la descrive come il punto in cui l’occidente e l’oriente si incontrano. Niente di più falso. </br

Siamo giunti dall’Italia a Hong Kong perchè eravamo disorientati, perchè cercavamo un orientamento? La stessa idea di oriente e un’idea occidentale, che nasce nel settecento. Ma se la Terra è rotonda, nessun oriente e nessun occidente, e nessun Paese di Mezzo. Hong Kong, più occidentalizzata dell’Europa e più ostinatamente cinese della Cina, dimostra che occidente e oriente non esistono, e tanto meno si incontrano.



A Hong Kong, alla City University conduco le mie ricerche intorno alla psicanalisi, e dunque intorno alla parola e all’ascolto. Quale posto migliore di una cittá che ha Hello Kitty, un pupazzo senza bocca, tra le sue icone? Come ci intendiamo coi cinesi, come ci parliamo? Condizione dell’ascolto non è tanto la lingua in cui parliamo, italiana, inglese, o cantonese. Piuttosto, come parlare la lingua Altra? Il malinteso è una condizione strutturale, e forse è la condizione dell’incontro. Inutile prendersela con l’Altro. La lingua cinese, più di altre, evidenzia questo aspetto, questa impossibilitá di raggiungere un accordo completo, una compresione definitiva.



Nonostante una curiosa e deprecabile abitudine degli italiani a parlare male del proprio Paese (che è l’altra faccia della svalutazione della propria moneta), viaggiando tanto all’estero ho potuto apprezzare le mie origini, che non baratterei facilmente con altro. C’è più gusto ad essere italiani. Il gusto per la battuta, ad esempio. Il gusto per il cibo, il gusto nel vestire, il buon gusto di osservare e ascoltare il posto in cui mi trovo, mischiandomi con gli abitanti del posto. Molti stranieri a Hong Kong tendono a riprodurre la vita che facevano al Paese d’origine, nel tentativo di addomesticare l’Altro. Ma se non c’è apertura, non c’è viaggio. E condizione del viaggio è la questione dell’ascolto. Non ci si può rappresentare l’Altro, perchè l’Altro non è stupido, nè cerca di fare il furbo. Vivere a Hong Kong, doversi relazionare con persone di una cultura così radicalmente altra dalla nostra è una sfida che richiede un desiderio inesauribile, sempre nuovo, perchè ci mette a confronto coi limiti. Beninteso, i nostri limiti. Ma anche a Hong Kong, più che altrove, la sfida è intellettuale. Non occorre essere esperti di questioni cinesi, anzi. Occorre desiderare, perchè avvenga l’incontro. L’altro non esiste a priori, non è giá dato. Occorre abbandonare la tentazione antropologica. Il desiderio sposta le montagne, anche e soprattutto a Hong Kong.



I quattro vangeli attribuiscono a Gesù il detto nessuno è profeta in patria. Profeta, chi è in cerca dell’interlocutore. Nessuna fuga di cervelli, dunque. Il viaggio non può essere nell’ottica delle fuga, nè della vacanza o della parentesi. Se c’è curiositá, se c’è apertura, allora il viaggio sará interminabile, perchè le cose non finiscono. Se c’è racconto, non c’è ritorno, non si ripassa dal via. Niente più logica circolare, niente ripetizione, i fantasmi del passato non ritornano. Se il viaggio è intellettuale, nessuna idea di abbandono, di perdita, di distacco da qualcosa che, al contrario, non può che ritrovarsi Altrove.


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19.05.2017