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Quale lingua

A proposito del "De vulgari eloquentia" di Dante Alighieri

Alice Granger Guitard

Dante ci insegna, in questo "Trattato della volgare eloquenza", a quale punto la lingua è tutt’altra cosa che un affare di comunicazione!

(21.02.2011)

Il trattato dell’Eloquenza in volgare, scritto in latino da Dante nel 1307, è uno studio della lingua che ancora adesso appare rivoluzionario. Seguiamolo a passo a passo.

Alla ricerca dell’illustre lingua volgare, illustre nel senso d’illuminare, di risplendere, di giungere al cuore delle cose in modo grandioso, Dante ci annuncia che ciascun uomo ha la sua, come una lingua naturale, essendo ciascun uomo - per questa lingua singolare, questo idioma - una specie differente tutta da solo.

Noi ci accorgiamo quindi che questa lingua volgare non è una lingua di comunicazione, ma al contrario, quando due uomini s’incontrano e si parlano, cominciano per essere colpiti dalla loro rispettiva singolarità, da un’impressione di stranezza, prima ancora che qualcosa di grandioso, di risplendente, li faccia entrare in risonanza - si potrebbe dire - in un modo prima affettivo e poi intellettuale.

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Hiko Yoshitaka, "Il governo", 2003, olio su cartoncino telato, cm 24x33

Questa lingua volgare, questo idioma, è ciò che fa che ciascuno sia una singolarità.

Nessuno parla la stessa lingua. Per questo Dante, partendo alla ricerca dell’illustre volgare, facendo l’ipotesi che potrebbe essere parlato in una precisa regione da tutta una popolazione, s’accorge che questa pantera non è localizzabile da nessuna parte, ma che, al contrario, ciò che invia, ovvero il suo profumo, potrebbe dirsi un’entrata in risonanza affettiva e intellettuale tra gli uomini che si parlano, e può incontrarsi un po’ dappertutto, con maggiore o minore intensità. Allora, questa possibilità di trovare il profumo della pantera è un vero ritornello.

È come cantare della poesia, questa possibilità di parlare la propria singolarità, nell’entrare in risonanza con un’altra singolarità in un’incredibile sensazione di vicinanza nel seno stesso della distanza tra gli uomini che sono ciascuno di una specie differente.

Riferendosi alla Bibbia, Dante ci spiega come un uomo comincia a parlare, in quale condizione, per dire cosa, e con quale interlocutore. È straordinario come, attraverso la sua spiegazione biblica, noi possiamo comprendere con precisione come il bambino acquisisca la lingua e perché parla.

Dante dice che no, non è possibile, non è una donna, Eva, che per prima parla nel paradiso terrestre, al serpente. È Adamo, un uomo, che al contrario parla per primo, per pronunciare la parola el, ovvero Dio; e è questo Dio che gli dà la facoltà di parlare. Questo è veramente straordinario.

Adamo, precisa finemente Dante, è un uomo senza madre. Nell’intendere che Adamo è separato, che ha definitivamente tagliato il cordone ombelicale, che si è assolutamente desincronizzato dal contesto biologico-materiale: questo indica la nozione di Dio, qualche cosa d’invisibile e d’intoccabile che è pure dell’assoluto, del sacro.

Separandosi, desincronizzandosi, Adamo conserva in sé qualcosa d’assoluto, di sacro, la gioia infinita immortalizzata come inscrizione, traccia indelebile, memoria, dell’esperienza che potremo dire "matriciale", dalla quale si è tagliato per nascere nel paradiso terrestre.

La nozione di Dio, ovvero che c’è qualcosa d’assolutamente sacro per Adamo, qualcosa d’irrinunciabile, racconta che la separazione, quindi il fatto che Adamo sia detto uomo senza madre e che non è Eva che parla per prima, non è per niente rinunciare.

Al contrario, Adamo vuole questa gioia infinita per Dio, per questo punto sacro, essere quello che lo fa ritornare, non vuole essere dipendente dall’onnipotenza e dal buon volere di una sorgente esterna, matriciale, di stimolazione. Vuole essere colui che tiene in mano i fili e quello che esige una qualità ben precisa di gioia.

In quanto uomo, a differenza dell’animale, può rappresentarsi, perché il suo cervello lo rende possibile, un’esperienza del passato che fu così affettivamente gioiosa.

Adamo può, con le parole, con il pensiero, con la lingua, farsi rappresentare nuovamente le condizioni di questa gioia. Dio è il punto vuoto sacro che stigmatizza il desiderio che si rappresenta sempre con gioia così viva. In tal senso, Dio è il creatore.

Allora, questa illustre lingua volgare di cui Dante ci parla, serve all’uomo per rappresentarsi la gioia originaria, paradisiaca. Dante dice che quando Adamo parla, per la prima volta, è per farsi intendere. Egli insiste sull’importanza di farsi dapprima intendere, piuttosto che intendere, semplicemente.

Come se, in un incontro, che è come partire alla ricerca della pantera profumata, occorresse piuttosto di comunicare, farsi intendere nella propria estrema singolarità, nella propria differenza, in ciò che c’è di sacro e di irrinunciabile in sé, e questo dal punto di vista di ciascuno dei due interlocutori, al fine che il profumo originario, nascente, possa farsi sentire attraverso qualcosa d’affettivo e d’intellettuale, della gioia, suscitato da una strana e mutua riconoscenza.

Fare risuonare, all’interno dell’incontro (Dante situa questi incontri nelle differenti regioni d’Italia con i loro differenti dialetti, oppure in tre regioni che delimitano tre specie di idiomi: il germano-slavo, il greco, l’Europa meridionale, a sua volta suddivisa in francese, volgare italiano e ispano-occitano), con la lingua idiomatica che ciascuno parla per farsi intendere, qualche cosa di originario e di gioioso che possa, come un profumo sottile, essere un involucro sensibile che si estende dall’uno all’altro seguendo la più o meno riconosciuta grande prossimità di sensibilità.

Dante dice che, parlando questa illustre lingua volgare per farsi intendere, occorre avere in sé un’unità di misura, un cardine per misurare la qualità delle cose nuove incontrate. Occorre avere in sé una referenza sacra, assoluta, irrinunciabile, una traccia indelebile di una gioia antica che si tratta di rappresentarsi attraverso il cammino della vita, questa vita essendo un esilio dal punto di vista della separazione originaria.

Occorre assolutamente che le condizioni di questa gioia si rappresentino, e facendosi intendere attraverso questa lingua antica, con questa canzone poeticissima, dolcissima, l’uomo misura la qualità del nuovo contesto portato dall’incontro, un contesto stimolante tanto al livello dei sensi che a livello dell’intelletto, con la referenza unica, perduta ma viva, che egli ha in sé. È a questo che serve la lingua volgare.

Questa illustre lingua volgare muta incessantemente, a differenza della lingua grammaticale che è il latino. In effetti, per meglio fare intendere l’estrema sottigliezza inerente alla singolarità di ciascuno, ogni uomo impara, nella ricerca del profumo della pantera profumata, dalle parole dei suoi interlocutori, dalle parole di differenti contesti, da altri idiomi, che sembrano potere meglio dire ancora la propria singolarità. Occorre sottolineare a quale punto, mostrando il carattere mutante di questa lingua volgare, la lingua antica, Dante àncora il destino dell’uomo alla messa in cammino, partendo da uno stato d’esilio, ma con una unità di misura in sé e con un apparecchio psichico capace di rappresentazione delle cose passate.

L’uomo in cammino, esiliato come Dante lo è stato, si trova incessantemente in nuovi contesti, differenti, come in allerta, umilmente, della migliore parola per farsi intendere, e questa parola può essere quella di un altro idioma. Dante dice in modo sopraffino che è necessario che la lingua cambi in rapporto allo spazio e al tempo.
Con l’episodio di Babele è come se gli umani avessero dimenticato di farsi intendere nella loro singolarità e nella loro differenza. Al contrario, vogliono intendersi, come se tutto il mondo fosse lo stesso, insomma.

Allora, ecco la confusione, ovvero l’oblio della lingua antica, quella per farsi intendere. Più nessuno, a parte chi non ha partecipato alla costruzione della torre di Babele, non può allora farsi intendere come singolare, differente, con la gioiosa sensazione che una singolarità risuoni con un’altra singolarità, qualcosa di sacro salvaguardato. Ogni corporazione di mestieri resta rinchiusa nella sua specialità tecnica, utilitaria, e la gioia è perduta.
Dante ci insegna, in questo Trattato della volgare eloquenza, a quale punto la lingua è tutt’altra cosa che un affare di comunicazione!

La formazione scientifica di Alice Granger Guitard non le ha impedito di interessarsi da sempre alla scrittura. Alcuni incontri importanti, forieri di deviazioni formatrici, da Lacan a Sollers e a Verdiglione, e una investigazione critica sul terreno della fraternità, l’hanno portata al "gusto degli altri" che manifesta nelle sue "Note di lettura".
I suoi testi mirano alla ricerca della singolarità di ciascun autore. Dante come referenza.

© "Exigence-Littérature", 29 août 2002.
Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.


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