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Un contributo essenziale alla dissipazione della paura

Il nome non significa

Giancarlo Calciolari

Il nome non determina. Il nome non è un destino, malgrado rampolli suicidi o omicidi per evitarlo. Il nome è ingenealogico.E l’idiota sa quello che vuole.

(3.03.2005)

"La restituzione è originaria. Il testo è originario. E la lettura, con cui avviene questa restituzione, è originaria. Senza semiologia. Non c’è già il testo".
Armando Verdiglione, La rivoluzione cifrematica, p. 519

In qualche modo, forse non certo, noi non leggiamo i libri di Armando Verdiglione. Né li abbiamo mai letti né mai li leggeremo. Eppure leggiamo. Senza attenerci a eventuali statuti di lettori che siano qualificati come sociali.
Leggere un libro non è mai leggere.

L’ingenuità sarebbe che leggere corrisponde a leggere un libro. Ognuno si rappresenterebbe il libro, se lo porrebbe davanti, lo appenderebbe all’albero del bene e del male. Invece, il libro è irrappresentabile, quindi illeggibile, proprio perché la leggibilità è senza lettura. Così indica l’Esodo.

Nel mondo si leggono milioni di libri scritti sul principio di leggibilità. Nel senso che si leggono i libri con la chiave di lettura compresa nel prezzo. E guai a chi sgarra!

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Hiko Yoshitaka, "Palinsesto per il terzo millennio", 1998, olio su tela, cm 70x90

Leggere il testo di Armando Verdiglione senza credenza, senza immaginazione, senza l’idea di origine, senza la genealogia. Chi appartiene a un suolo, a un partito, a una religione, a un clan, a una genealogia non può accettare di leggere la cifrematica. Leggere non corrisponde al volere leggere, né al sapere leggere, né al dovere leggere, né al potere leggere.

Accettare e stare nell’economia dell’appartenenza è l’idiozia. Non è questione di erigere un maestro per commentarlo, contestarlo, sorpassarlo e sopravvivere infelici e scontenti tenendo stretto il posto con i denti.

L’acefalia, l’altro nome della credenza nella conoscenza del bene e del male, non può capire né intendere nulla. Poiché l’idiota sa già quello che vuole (il bene attraverso l’economia del male). Ognuno sa tutto, anche quando afferma l’incognita lo fa solo per creare un omeomorfismo con un sistema noto.

Nell’idioletto lacaniano, l’inconscio non è apparentemente noto, ma lo sarebbe il linguaggio, così l’inconscio è strutturato come un linguaggio. E poi lalangue diventa nota, come tesoro dei significanti, quelli che rappresentano un soggetto per un altro significante. E nella catena significante, tutto circola. E i rospi bisogna ingoiarli, altrimenti non c’è nessun accesso al simbolico.

La società dello spettacolo, che si regge a mala o a buona pena, ma sempre sulla pena, sul credibile, sul visibile, sull’immaginabile, sull’opinabile, sul leggibile, s’accorge che noi leggiamo il testo di Verdiglione. E trasforma il dogma, la qualità nella sembianza, nel dogmatismo dell’altro e la gloria nell’ingloriosa esperienza dell’altro, senza rendersi conto dell’autoritratto che abbozza.

Quanto sarebbe più edificante per il canone occidentale, insomma per gli affari di ognuno, se noi facessimo quello per il quale siamo tagliati. "Calciolari viene da calzolaio. Fai le scarpe e basta!". Ma già la frase "fai le scarpe" può diventare il pretesto dell’itinerario, e non quello per la circolazione, producendo così le scarpe o facendole a qualcuno. In effetti, è così che la psicotizzazione legge, ovvero evita la lettura originaria. E certamente sospendere la credenza nel fare le scarpe procede dall’apertura originaria.

Ciascun elemento linguistico (non più sostanziale e non più mentale) entra nel viaggio. Il pretesto è testuale, è proprietà intellettuale. In tal senso, analizziamo il discorso della morte, la presunzione genealogica, la nobile e l’ignobile menzogna, anche nella sua variante impossibile che è la teologia.

Chi fa le scarpe si fonda in modo trasparente sulla potenza che lo ha gettato nel mondo come calzolaio. Calzolaio non sarebbe un mestiere che richiede l’industria della parola ma l’esecuzione come rispondente alla delega a Dio, fatto a immagine e somiglianza dell’uomo. Dia algebrista e calzolaio esecutore. Dio che può giocare o non giocare a dadi, che tanto il calzolaio non avrebbe che dei dadi truccati, poiché il delegato superiore ruba, truffa e se la ride. Parola di calzolaio (professionista o funzionario) che, come ognuno, si prende per dio.

E se al colmo dell’eseguibilità del presunto programma insito del nome, qualcuno si trovasse a mancare la lettura perché il pretesto sfugge alla presa e all’impresa mimetica? Se il nome Calciolari venisse dai coltivatori di calceolaria, sarebbe meglio darsi alla coltivazione di questa pianta erbacea ramosa? Ma calceus indica proprio che il fiore ha la foggia di scarpetta, allora, cosa fare? Scarpe o fiori? Ovvero, come leggere? Ciascun caso è il nostro caso? Anche il caso Verdiglione?

Il nome non determina. Il nome non è un destino, malgrado rampolli suicidi o omicidi per evitarlo. Il nome è ingenealogico. Armando Verdiglione non significa. Infatti, c’è un altro Armando Verdiglione, un tranquillo, o meno, produttore di vini in Australia, e non darà che qualche grattacapo in famiglia o qualche rompicapo a qualcun altro vignaiuolo. Di sicuro nessuno scandalo della verità, nessun affaire.

La linguistica della vita è inevitabile. Eppure la disciplina universitaria che si chiama "linguistica" la evita, senza clamore.

Non è questione di ciò che si legge, ma della lettura senza compromessi.

La lettura procede dal latte e approda al miele, senza più la cenere, oltre il dolce/amaro come dicotomia, poiché si tratta invece di un modo dell’apertura. S’inaugura così l’alimentazione intellettuale. Un contributo essenziale alla dissipazione della paura.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017