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L’afasia del male

Stefano Fiini
(12.12.2011)

Nella filosofia scettica, l’afasia, era considerata come assunzione da parte del soggetto, rispetto all’inconoscibilità della realtà, dell’astenersi da ogni giudizio, lasciando sospeso il proprio assenso. Il porsi a metà strada tra il reale e l’ideale pone in essere una aporia essenziale: il mio astenermi , frutto dell’inconoscibilità, mette in dubbio la realtà e al tempo stesso il mio giudizio. Ricorda il momento epimenideo dell’ io parlo- io mento, in cui la veridicità dell’asserto viene sospesa anch’essa nel dubbio.


Il soggetto che formula il pensiero è lo stesso dell’oggetto della frase. Un paradosso che si attenua nel silenzio: il discorso si frange nel momento stesso in cui viene proferito, frantumando il soggetto stesso.

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Christiane Apprieux, "I battenti del paradiso", 2008, bronzo a cera persa

La crisi della parola è raccolta, come la freudiana immagine sonora, da chi ascolta e fatta risonare in un’altra realtà dalla quale l’originario è escluso o, al più, nell’immaginario, reso maschera. La genealogia sociale nasce come malinteso reciproco, in cui la persona si veste nella monocromia lessicale e rituale del riconoscere ed essere riconosciuta, quindi accettata.


Il male , inteso come retaggio dell’assurdo, dell’inspiegabile e dell’ignoto o come imperfezione evolutiva o come ingiustizia sociale o l’imponderabile morte, non può essere reso algebra di vita, ricorrendo alla giustificazione di una natura matrigna che fa soffrire per perfezionare o per portare a compimento lo scopo della vita. Non può essere formulato neppure come sképsis o come atarassìa: nella carne trova il suo esistere e nella sofferenza immeritata il suo linguaggio.


La lectio agostiniana, di derivazione neoplatonica, tenta di giustificarne l’ esistenza attraverso la teoria di una diminuzione del “bene” nell’essere, ma tale ipotesi sottende ad una “plenitudo essendi” che non può appartenere all’essere creato e imperfetto. Neppure il mistico Isaac Luria e la sua ipotesi dello zimzum, cioè del ritrarsi della divinità per far posto alla creazione e porre, in questa modalità, la giustificazione all’imponderabile risulta credibile: si può ipotizzare allora un creatore supremo rispetto al creato e a colui che ritirandosi permette la creazione ?


Ricorrere alla volontà del male, insita nell’uomo come competizione naturale non tiene conto dei due fantasmi di desiderio e bisogno. Il desiderio è imparentato con la condizione dell’esistere oggettivo (la parola data) e il bisogno ne rappresenta l’altro lato: la condizione necessitante ( la parola originaria che continuamente sfugge alla presa della ragione), il mancante e il mancato.


Ricoeur nel suo percorso esistenziale ha sancito la resa della ragione additando il fare come unica via per arginare l’impatto con ciò che non si può domare e spiegare.


Nel fare, l’artista e il mistico, si accontenta d’essere oggettivo, in loro il desiderio produce vita e producendo diminuisce il bisogno; nel “fare la realtà” la hybris che è soggiacente ad ogni soggetto viene spezzata negli oggetti che sono sottesi all’agire del soggetto stesso. Il soggetto che è dato come oggetto posseduto e l’oggetto che è objectum sotteso, scagliato. Aprendo la possibilità di infinite spirali di cose, impressioni, idee, pulsioni, pensieri, parole, totalmente slegati tra loro, orfani dell’intenzionalità del rappresentarsi della coscienza : un presunto supposto sapere non trova albergo nel deserto del soggettile sospeso nella rappresentazione del male.


Le volute che la mia pipa produce che salgono verso quell’ingiurioso ticchettio dell’orologio mi ricordano la caducità del mio essere e la finitudine del pensiero.


Stanco lascio il resto della mia parola ai vostri occhi e abbraccio fraterno Orfeo.


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14.09.2017