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Siamo così/dolcemente complicate Sempre più emozionate/delicate/tanto ci potrai trovare qui/ nelle sere tempestose/portaci delle rose/nuove cose/ e ti diremo ancora un altro… SÌ!
Incipit tratto da una strofa di una hit degli anni Ottanta, divenuta agevole evergreen, cantata dalla bravissima Fiorella Mannoia; ma scritta non da lei, pur essendo anche cantautrice, bensì da Enrico Ruggeri: un uomo, dunque, cantautore e fine dicitore. Per carità: la Fiorella nazionale è liberissima di interpretare testi scritti da altri validi colleghi (tra cui anche Ivano Fossati), ma.. c’era tanto bisogno d’intitolare il pezzo “Quello che le donne non dicono”, se a parlare per loro è un uomo?

Canzone che fotografa alla perfezione un inveterato substrato socioculturale, infuso a piene mani dai maîtres à penser nel corso di… dacché mondo è mondo, verrebbe di dire. Ma limitiamoci alla letteratura, ed alla patria del tale: l’Inghilterra. Postvittoriana, nella fattispecie, e a un auteur decantatissimo: il maestrino dalla penna non rossa ma rosea: David Herbert Lawrence. Coevo della Virginia Woolf grandissima tessitrice – minimalista ma non troppo, però “troppissimo” équivoquée in ciò – della bisessualità, nella vita così come nella fiction (“Orlando” über alles), ma quanto quanto retrogrado rispetto alla compatriota, fulgida ed indecifrabile suicida – forse a causa della depressione-da-celiachia malissimo curata, s’è scoperto oggidì!
Se la visionaria Virginia rivede – entre autre – icasticamente/ironicamente la storia letterario-sociale inglese-imperiale attraverso la caleidoscopica androginia di Orlando, D.H. Lawrence fa, nella sua pretesa, edenica «coraggiosa denuncia sociale» (1) l’elogio del peccato e del peccatore (per dirla sempre con la mia Mannoia; stavolta il pezzo è stato scritto da lei. E s’intitola, se non erro “Quante inutili parole”). Ma non si limita a questo, nossignori!, bensì pretende d’immedesimarsi nella complicanza, e nella compliance, dell’universo femminino, quando compiaciuto indugia su quanto vi sarebbe nell’utero&dintorni, della Lady del titolo.
Romanzo d’introspezione, padre nobilissimo delle… soap opera; voluttuoso vessillifero del paradigma eterosessuale. Apprendo dal risvolto di copertina che fu fatto bersaglio del puritanesimo dell’epoca sua (primo schizoide dopoguerra) per oscenità. Lungi dall’affossarlo, la censura lo ha immortalato, come spesso accade in tali frangenti. Volgare e pornografico, lo hanno definito: non ripeterò siffatto errore d’impostazione. Noiosissimo invece, nelle sue elucubrazioni di come dovrebbe essere una calda femmina “ben scopata da un furfante di maschio” (come fa dire al lubrico sir Malcom, padre di milady Connie Chatterley), l’amor carnale, la Sublime Dialettica maschio-femmina. A suo favore va uno sprazzo di lucidità, quando profetizza, per bocca di vanesi nobiluomini in epulis, di un futuro di figli in provetta e donne “immunizzate”. Da cosa? Dal “dover” innamorarsi di un uomo, dal doverne condividere intima carnalità. Ma, a ben guardare, non è così che facevano le Amazzoni? Poi rivedute e corrette nelle Baccanti, “brandellica” rielaborazione maschilista dello sconfitto mitico matriarcato.
Ne ha, il nostro maestrino di feuilleton engagé (non paia una contraddizione, questo distico!), pure per le lesbiche. Sarebbero quelle che cacciano via il maschietto prima della di lui eiaculazione. Viene fatto d’interrogarsi se sapesse che il coito interrotto, in una società retrograda, è usato come anticoncezionale di fatto…
Menzioniamo alfine in cosa consista la “coraggiosa denuncia sociale” di cui sopra: una sorta di delirio paranoide contro la disumanizzazione da-rivoluzione-industriale; melenso quanto i due protagonisti e da loro specularmente tratteggiato: Connie la nobildonna per matrimonio (altoborghese di provenienza, ma in gran Bretagna i grossi entrepreneurs furono copiosamente membri dell’aristocrazia rurale, sicché altoborghesi e medioaristocratici sono sostanzialmente même chose) e Oliver il guardacaccia. Delirio che riecheggia il luddismo di un’ottantina d’anni addietro.
Un petit mot di simpatia invece per il Cornuto lord: Clifford Chatterley, il personaggio meglio riuscito, a parer mio, dell’incespicante affresco dalle stucchevoli pennellate che è questo scempio teatraloide. Clifford lo sa bene, dato che della varia umanità fa satira in prosa. Un guizzo d’autoironia, dear David H.? On le souhaite…
(1) Dal risvolto di copertina dell’edizione qui esaminata: volume n. 51 de “La biblioteca di Repubblica. Novecento”; ristampa dell’edizione per i tipi della Marsilio, 2001. Traduttrice dall’originale Lady Chatterley’s Lover: Serena Cenni
Novembre 2011 Elisabetta Blasi