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L’altra cura

Marina de Carneri
(30.11.2011)

La psicanalisi non è una medicina, quale momento migliore per ribadirlo, oggi in Italia, quando una recente sentenza della cassazione equipara non solo la psicanalisi, ma anche qualsiasi colloquio a scopo terapeutico a una terapia medica il cui esercizio richiede una apposita autorizzazione da parte dello stato?

Si dirà—ma la psicanalisi non vuole far guarire? Non è forse una terapia per la psiche che si propone di eliminare sintomi e disagi e restituire felicemente il paziente al suo assetto sociale?



Secondo questo modello epistemologico, lo psicoterapeuta cura la psiche nello stesso modo in cui il medico cura il corpo. Come il corpo subisce delle malattie, così la psiche soffre di “disordini”, come li chiama il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), i quali devono essere guariti con le opportune terapie. Che tipo di terapie? La psichiatria, il ramo della medicina che si occupa della salute mentale degli individui, ha sempre amato gli interventi decisi—niente fa più piacere al medico che intervenire chirurgicamente, cioè mettendo per quanto possibile direttamente le mani (gr: cheirourgia da χείρ, mano ed ἔργον, opera) sull’organo malato. Nel corso della prima metà del XX secolo, cioè nel momento del grande sviluppo della psichiatria, il piacere della chirurgia si manifesta nella tipologia dei trattamenti proposti per curare le malattie psichiche di cui quattro sono stati quelli che hanno goduto di maggior favore: la terapia del coma insulinico, la terapia a base di cardiazol, l’elettroshock e la lobotomia prefrontale.


L’idea di trattare i malati mentali, e in particolare gli schizofrenici, con il coma insulinico venne per la prima volta al neurologo e psichiatra austriaco Manfred Sakel nel 1927. Sakel aveva l’abitudine di somministrare iniezioni di insulina ai tossicodipendenti per ridurre i sintomi dell’astinenza. Un giorno però gli fu portato un paziente che, oltre che tossicodipendente, era anche schizofrenico. La schizofrenia è una condizione mentale molto complessa, ma diciamo che gli schizofrenici sono i “folli” per eccellenza perché fanno spesso discorsi incomprensibili e hanno comportamenti strani e inquietanti per chi li osserva; inoltre possono diventare molto agitati e quindi aggressivi finendo per spaventare amici e familiari che non sanno come gestirli. Gli schizofrenici sono pertanto i primi candidati per il manicomio e il mandato che la società dà allo psichiatra in questi casi è di trovare un modo di controllare il loro comportamento. In quell’occasione, Sakel somministrò per errore al paziente schizofrenico una dose eccessiva di insulina che lo fece andare in coma ipoglicemico. Dopo averlo risvegliato con iniezioni di glucosio, Sakel notò, miracolo, che l’uomo mostrava un miglioramento delle sue condizioni mentali poiché si mostrava improvvisamente tranquillo e ragionevole. Tuttavia, Sakel si accorse in fretta che il miglioramento era temporaneo; evidentemente un solo shock insulinico non bastava a procurare una modificazione permanente del comportamento, così ideò una terapia che prevedeva la somministrazione di ripetute iniezioni di insulina anche per sei giorni la settimana al termine dei quali il paziente era messo in coma e poi risvegliato, procedimento che veniva ripetuto in media per un periodo di due mesi. Se al risveglio il paziente non si mostrava guarito, il trattamento poteva essere portato avanti anche per più di un anno finché non si fosse raggiunto il risultato desiderato. Per farsi un’idea della violenza del trattamento, basti sapere che ne fu fatto ripetuto oggetto il figlio di Mussolini e di Ida Dalser quando per volere del Duce fu internato nel manicomio di Monbello, dove alla fine morì nel 1942 di “consunzione”.

Sakel fu candidato al premio Nobel per la sua meravigliosa scoperta anche se questa non si basava su alcuna teoria della schizofrenia e delle sue cause né su alcuna verifica di un effettivo miglioramento dei sintomi dal punto di vista soggettivo del paziente, ma solo sul riscontro di una maggiore ragionevolezza e tranquillità dopo l’intervento. Per spiegare il funzionamento della cura, Sakel affermò che il coma insulinico causava
un’intensificazione del tono del termine parasimpatico del sistema nervoso autonomo bloccando le cellule nervose e potenziando la forza anabolica che induce il ristabilimento della funzione normale delle cellule nervose e quindi la guarigione del paziente.”[1]


Al di là di questa fantasiosa ricostruzione che non aveva alcuna base scientifica, ci sono buone ragioni per ritenere che la mutazione del comportamento dei pazienti sottoposti a coma insulinico non fosse dovuta a “un ristabilimento della normale funzione delle cellule nervose”, ma semplicemente a un istupidimento prodotto dal danno cerebrale causato dai ripetuti shock insulinici e successivi coma. La comunità medica sapeva bene che l’ipoglicemia causava danni cerebrali perché le autopsie di persone morte di ipoglicemia avevano rivelato un’estesa degenerazione e necrosi delle cellule nervose in particolare nella regione della corteccia cerebrale, la sede delle funzioni intellettuali superiori.[2] Quanto agli effetti positivi dal punto di vista psichico, Sakel non nasconde il fatto che i pazienti all’uscita del coma mostravano una regressione a uno stadio infantile—si comportavano come bambini e si rivolgevano ai medici come se fossero i loro genitori da cui si attendevano cure e affetto. In altre parole, come scriveva un medico dell’epoca:

Questo tipo di reazioni infantili corrispondono al comportamento della personalità primitiva; si tratta, per così dire, di una regressione a uno stadio ontogenetico precedente, una regressione che dal punto di vista della patologia cerebrale è stato indotto da una temporanea soppressione dei livelli intellettivi superiori.[3]


La cura per la schizofrenia consisteva quindi nel lesionare le funzioni cerebrali superiori per generare un comportamento più tranquillo nei pazienti. Il ritorno a uno stato mentale infantile li rendeva più dipendenti dall’approvazione e dall’affetto altrui e la riduzione dell’autoconsapevolezza faceva loro dimenticare le loro precedenti ossessioni e depressioni riuscendo anche a metterli in una condizione di pacifico buon umore. Il prezzo da pagare era però era la cancellazione una parte sostanziale della loro personalità.



La terapia del coma insulinico restò in auge in Europa e negli Stati Uniti dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Cinquanta. Per tutto quel periodo, gli psichiatri che la utilizzavano dichiararono altissime percentuali di successo terapeutico finché gradualmente non cominciarono a levarsi voci più sobrie che facevano notare che l’efficacia della terapia non era stata dimostrata. Misteriosamente le percentuali dei risultati terapeutici positivi cominciarono a calare e diventò allora possibile confutare il discorso medico dominante e l’autorità della professione medico-psichiatrica. Nel 1957, la prestigiosa rivista medica inglese The Lancet, riportò i risultati di uno studio clinico randomizzato che stabiliva che gli effetti sui pazienti del coma insulinico erano uguali a quelli riscontrati su un gruppo di controllo che aveva semplicemente ricevuto barbiturici. La conclusione fu che dal punto di vista degli effetti del trattamento se le iniezioni di insulina curavano la schizofrenia, così facevano anche i barbiturici.[4] O piuttosto, potremmo dire, che la schizofrenia non era curata da nessuno dei due.


Il coma insulinico era spesso affiancato a un altro trattamento: la terapia a base di cardiazol ideata nel 1934 dal neurologo ungherese emigrato negli Stati Uniti Ladislas Meduna. La comunità psichiatrica di quegli anni era convinta che la schizofrenia e l’epilessia fossero malattie antitetiche perché apparentemente gli schizofrenici che soffrivano di epilessia manifestavano una remissione dei sintomi psicotici. Perché allora non ipotizzare che la schizofrenia potesse essere curata inducendo un attacco epilettico? Meduna sperimentò prima con la canfora e poi con un preparato sintetico analogo, il cardiazol. Un’iniezione di cardiazol induceva delle convulsioni talmente violente che i pazienti potevano fratturarsi le ossa di gambe, braccia, schiena e mandibola oltre a lacerarsi i muscoli e a subire emorragie interne ai polmoni, fegato, milza e cervello. I risultati al risveglio erano del tutto analoghi a quelli ottenuti con le iniezioni di insulina e come quelli erano temporanei. Per questo le iniezioni di cardiazol dovevano essere ripetute molte volte prima di ottenere un risultato permanente. Un trattamento completo poteva prevedere anche quaranta iniezioni somministrate due o tre volte alla settimana. Gli psichiatri erano però stupiti dall’eccessivo timore mostrato dai pazienti per il trattamento dopo aver subito la prima iniezione. Più che di timore si trattava di autentico terrore: i pazienti piangevano, urlavano e imploravano come se li si stesse portando al macello. Alcuni ipotizzarono allora che la paura indotta dal trattamento fosse precisamente parte della cura, nel senso che la paura della prossima iniezione agiva come dissuasore per i sintomi della malattia. C’era per altro la convinzione che la terapia del coma insulinico fosse più appropriata per la schizofrenia, mentre il cardiazol era più indicato per la depressione bipolare. Ma nulla impediva a qualche fortunato paziente di poter godere dell’azione congiunta di entrambi i trattamenti.

Poiché le convulsioni producevano un risultato terapeutico così evidentemente positivo, neurologi e psichiatri erano sempre all’opera per trovare nuovi modi di provocarle. Dobbiamo l’elettroshock, ossia la terapia elettroconvulsivante ideata nel 1938, a un italiano. Lo psichiatra Ugo Cerletti dell’università di Roma per anni aveva fatto esperimenti sui cani ma senza grande successo. I poveri animali ricevevano una scossa elettrica congiunta proveniente da un elettrodo applicato alla bocca e da un altro all’ano e morivano di arresto cardiaco, il che non dovrebbe sorprendere visto che si trattava della stessa tecnica adottata per le esecuzioni sulla sedia elettrica. L’assistente di Cerletti, Lucio Bini, studiò gli effetti dell’elettroshock sul cervello dei cani e trovò pronunciate lesioni delle cellule nervose negli strati profondi della corteccia cerebrale, ma queste lesioni, secondo Bini, erano da considerarsi la prova che la configurazione del cervello poteva essere modificata in meglio e cioè che le lesioni erano la cura per le malattie mentali.[5] Insomma, la terapia elettroconvulsiva sarebbe stata un successo, se le cavie non fossero morte. Bisognava quindi trovare un modo di temperare la forza delle cariche elettriche. A quanto pare, Cerletti trovò la soluzione quando un bel giorno andò a osservare come venivano uccisi i maiali al macello. Lì si accorse che gli animali non erano finiti con l’elettroshock, ma che ricevevano prima una scossa elettrica sul capo che li tramortiva dando il tempo ai macellai di tagliar loro la gola in tutta comodità.[6] Per tornare ai malati mentali, la soluzione era quindi applicare gli elettrodi solo sulla testa alla giusta intensità. Il vantaggio dell’elettroshock era di essere semplice, pulito, veloce e a buon prezzo. Inoltre, il danno alla corteccia cerebrale era più profondo e duraturo e quindi secondo i criteri psichiatrici, più efficace. Quando i pazienti si riprendevano dalle convulsioni erano confusi e disorientati. Per settimane dopo il trattamento erano affaticati, tutte le funzioni cognitive erano rallentate e soffrivano di amnesie, la qual cosa era però considerata desiderabile poiché:

Il meccanismo di miglioramento e guarigione sembra essere quello di tramortire il cervello e ridurre le attività cerebrali superiori per ledere la memoria, così le acquisizioni mentali più recenti, cioè lo stato patologico, vengono dimenticate.[7]


La psichiatria ha sempre spacciato il senso comune per scienza e ha preso alla lettera il consiglio che si è sempre dato alle persone sofferenti di “nervi”, cioè di non pensarci. Poiché il pensiero era il problema, la scienza psichiatrica ha provveduto a dotarsi degli strumenti più efficienti per aiutare le persone a eliminarlo intervenendo direttamente sull’organo malato per estirpare fisicamente i circuiti intellettivi responsabili del male. Se il pensiero è il problema, l’ignoranza è una benedizione e i poveri di spirito, come si sa, andranno in paradiso. Quel che bisogna sottolineare e che non può che colpire chi studia la storia della psichiatria è quanto labili siano sempre state le “prove scientifiche” di cui si è fatto scudo il discorso psichiatrico. Ultime nate tra le branche della medicina, la psichiatria e la psicologia hanno cercato continuamente di legittimare il proprio status scientifico presentando teorie grossolane e trattamenti da camera di tortura. Non c’è da sorprendersi che nel corso dei decenni abbiano messo in scena cure tanto spettacolari quanto truculente spacciate come assolutamente scientifiche. Cure che sono state poi di volta in volta accantonate silenziosamente in favore di altre teorie e terapie altrettanto truculente e spettacolari, senza che nessuno dei protagonisti sia mai stato considerato responsabile di diffondere trattamenti pericolosi, crudeli e basati su teorie senza alcun fondamento. Uno tra i più famosi e violenti tra questi trattamenti è stata la lobotomia.

Lobotomia, il taglio (dal greco tomē) dei lobi frontali, cioè più specificamente taglio delle connessioni che partono e arrivano alla corteccia prefrontale del cervello. Nel 1927, il neurologo portoghese António Moniz inventò un’operazione che prevedeva la distruzione intenzionale di porzioni di tessuto dei lobi prefrontali raggiunti mediante una trapanazione del cranio. Con questo intervento, Moniz si proponeva di curare una vasta gamma di malattie mentali dalla schizofrenia, alla depressione, alla nevrosi da angoscia e al disordine bipolare. Secondo lo studio clinico di Moniz, dei venti pazienti da lui operati e osservati fra una e dieci settimane dopo l’intervento, un 35% mostrò sostanziali miglioramenti, un altro 35% solo miglioramenti moderati e il restante 30% non mostrò nessun miglioramento. Al di là della questione di quali fattori costituissero “miglioramento” e dal punto di vista di chi, Moniz si figurava così il funzionamento delle malattie mentali:

I problemi mentali devono avere una relazione con la formazione di raggruppamenti di connessioni cellulari che diventano più o meno fisse. I corpi cellulari possono rimanere complessivamente normali, i loro cilindri non hanno alterazioni anatomiche, ma i loro legami multipli, che sono molto variabili nelle persone normali, possono avere configurazioni più o meno fisse che sono collegate alle idee fisse e ai deliri tipici di certi stati psichici morbosi.[8]


Quindi le “idee fisse” di qualunque tipo fossero, ossessive, depressive o deliranti, secondo Moniz corrispondevano a nodi di connessioni neurali. La teoria di Moniz sovrapponeva semplicemente mente e cervello rappresentando il cervello come una rete di idee che si materializzavano direttamente in connessioni neurali. Quando queste connessioni erano sbagliate o in qualche modo difettose, bisognava rimuoverle con la chirurgia. L’intervento era fatto inoltre alla cieca dato che allora come oggi nonostante le varie tecniche di brain scanning, non è possibile disegnare una mappa delle innumerevoli reti neurali e tantomeno delle loro funzioni e significati, i quali ci possono venire comunicati solo attraverso la parola di chi li esperisce. Allora come oggi non è possibile rintracciare costruzioni complesse come idee, ricordi e stati d’animo in aree precise del cervello poiché il contenuto della mente può essere espresso solo attraverso il linguaggio e la parola, cioè con gli strumenti scelti dalla psicanalisi, che si è sviluppata nel corso della prima metà del XX secolo a partire dalla neurologia e dalla psichiatria, ma separandosene fin da subito in maniera radicale. Questo però non ha impedito alle suddette di seguire il loro corso e di continuare a produrre teorie suggestive e interventi “terapeutici” di incredibile violenza.

Per l’invenzione della lobotomia Moniz ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1949. Nel frattempo dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, si era fatto strada un altro personaggio, il neurologo e psichiatra americano Walter Freeman che credeva fermamente nell’efficacia della lobotomia, ma temeva che l’intervento non sarebbe stato sufficientemente accessibile ai molti che ne avevano bisogno—chi può dire di non avere qualche circuito neuronale un po’ bislacco dopotutto—perché la maggior parte dei manicomi non disponeva di una sala operatoria e della presenza di neurochirurghi. Freeman cominciò quindi a sperimentare su cadaveri utilizzando un picchetto rompighiaccio invece del trapano e infine costruì uno strumento che chiamò “orbitoclasto” con il quale penetrava nel cervello del paziente perforando l’area dietro la palpebra per poi eseguire una manovra con la quale separava i lobi frontali dal talamo. La prima lobotomia trans-orbitale fu eseguita nel 1946 a livello ambulatoriale e durò solo venti minuti, una durata appropriata per un intervento che si pensava sarebbe stato in grado, letteralmente, di cancellare dal cervello e quindi dalla mente idee fisse e sentimenti dolorosi o irrazionali. Sedotte da questa prospettiva moltissime persone cominciarono a visitare Freeman che decise di impegnarsi personalmente nella divulgazione della sua nuova tecnica viaggiando da un manicomio all’altro ed eseguendo personalmente anche una dozzina di interventi al giorno al costo di 25 dollari l’uno. Poiché si trattava una semplice operazione ambulatoriale, Freeman assicurava, il paziente poteva forse in seguito non mostrare un miglioramento, ma l’intervento in sé certamente non gli avrebbe fatto alcun male.[9] Tuttavia la corteccia cerebrale, che con la lobotomia viene scollegata dal resto del cervello, è un tratto distintivo del genere umano—in nessun altro animale questa area è così sviluppata. È qui che ha sede l’intelletto, cioè tutte le funzioni cognitive superiori che presiedono alla coscienza, al pensiero logico e al linguaggio. La tesi di Freeman era che il problema dei malati mentali era proprio l’ingombro rappresentato dall’intelletto e che la cura era l’eliminazione di un tale impedimento.

[Dopo la lobotomia il paziente] è liberato dall’angoscia e dal senso di inferiorità; egli non ha più interesse per se stesso né per quanto riguarda il suo corpo né per le sue relazioni con l’ambiente; non gli importa più se il suo cuore batte o se gli si torce lo stomaco o se imbarazza gli astanti con i suoi commenti. Il suo interesse si volge verso l’esterno e i pensieri ossessivi sono aboliti … c’è qualcosa di infantile nel comportamento allegro e spensierato del paziente operato.[10]

Lacan ha osservato a suo tempo che la specificità del discorso scientifico è la rimozione del soggetto dal campo di investigazione. È tristemente paradossale che sia la psichiatria sia la psicologia operino senza avere né la nozione né una teoria della psiche e altrettanto paradossale è che di questa psiche che non conosce e non concepisce, la scienza medica raccomandi l’eradicazione: essere felici significa essere assenti a se stessi. Del resto, questo è un sogno che attraversa tutta la storia dell’umanità. Gli uomini hanno sempre desiderato sbarazzarsi dell’inconscio, cioè della divisione soggettiva che mette l’essere umano in conflitto con se stesso, e hanno sempre fantasticato di poter vivere in un ritrovato stato di natura senza pensieri e senza contraddizioni. Anche i vangeli riecheggiano questa aspirazione:

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.[11]


Gli uccelli nel cielo e i gigli del campo non si affannano per il futuro e non si crucciano del passato, non lavorano e non filano perché il Padre Celeste si prende cura di loro. Solo gli uomini non riescono a vivere in pace. Ma forse un’analoga beatitudine può essere raggiunta dai lobotomizzati, che come scrive Freeman, quasi con un filo di invidia, sono stati liberati dall’angoscia e dal senso di inferiorità; non hanno più interesse né per il loro corpo né per le loro relazioni con gli altri; né gli importa più se il cuore batte forte o se gli si torce lo stomaco o se imbarazzano gli astanti con i loro atteggiamenti, poiché la scienza medica provvede per loro.

In realtà questo ritorno allo stato di natura aveva un prezzo che veniva candidamente illustrato da Freeman e dal suo collega James Watt nel libro Psychosurgery. I pazienti che subivano una lobotomia attraversavano varie fasi di ripresa: nelle prime settimane dopo l’intervento soffrivano di incontinenza, di apatia ed erano del tutto incapaci di alzarsi dal letto. Quando in seguito si rimettevano in piedi assumevano comportamenti inappropriati e imbarazzanti: defecavano in pubblico, mangiavano direttamente dal piatto come i cani e occasionalmente ci vomitavano dentro, e vivevano in uno stato di perenne letargia. Circa il 25% dei pazienti rimaneva per sempre in queste condizioni, tuttavia la maggioranza era in grado di lasciare l’ospedale, cosa che era salutata come “guarigione”. Di fatto, un altro 25% dei pazienti dimessi continuava a comportarsi in questo modo, mostrando cioè di aver perso ogni capacità di valutare l’appropriatezza delle proprie azioni e agendo invece sotto l’influsso degli istinti: le funzioni primarie dovevano essere soddisfatte immediatamente e questo valeva anche per il sesso. Come Freeman e Watts spiegavano nel libro, capitava che i pazienti maschi cercassero di soddisfarsi sessualmente a prescindere dal momento e dalle circostanze e senza considerazione per il desiderio della controparte. Tuttavia, secondo gli autori per le mogli la cosa poteva anche essere eccitante:

Il marito può essere regredito allo stadio dell’uomo delle caverne e a lei spetta di rispondere come una donna delle caverne. Può non essere piacevole all’inizio, ma in breve lo troverà tonificante, anche se anticonvenzionale.[12]


Anche fra i pazienti che una volta dimessi non si abbandonavano a tali intemperanze, la prognosi più ottimistica era che riuscissero a svolgere lavori semplici e di nessuna responsabilità. Inoltre, per tutti coloro che nella vita precedente alla lobotomia avevano avuto un’intensa vita intellettuale da artisti o da studiosi, la prognosi era di perdere ogni interesse, oltre che la capacità di tornare a svolgere quelle attività.

Sakel fu nominato al premio Nobel per la terapia delle iniezioni di insulina, e così Cerletti per la messa a punto dell’elettroshock; Moniz lo vinse nel 1949 per i grandi progressi che fece fare alla medicina con l’invenzione della lobotomia. Le iniezioni di insulina andarono fuori moda intorno alla metà degli anni 50, non perché producessero danni cerebrali, ma perché richiedevano lunghi periodi di degenza e supervisione da parte del personale medico. Molti misero in luce la crudeltà del trattamento, ma non si soffermarono sui danni cerebrali permanenti che provocava. Lo stesso fece The Lancet quando pubblicò uno studio che misurava semplicemente la sua efficacia paragonata alla somministrazione di barbiturici. Del resto, se il discorso scientifico non riconosce l’esistenza della dimensione della psiche, i medici non dispongono degli strumenti concettuali per poter rilevare le menomazioni emotive, affettive e cognitive causate dalle “cure” psichiatriche. Anche la lobotomia dopo il suo momento di gloria cominciò a cadere in disuso a metà degli anni 50—molte voci critiche si erano levate a contestare la sua efficacia e soprattutto la violenza dell’intervento. L’elettroshock invece non è mai stato completamente rinnegato dalla comunità medica, è stato invece perfezionato ed è tuttora utilizzato in certe condizioni, sia pure come ultima risorsa. Dato che a causa delle convulsioni i pazienti potevano rompersi le ossa di gambe e braccia, si cominciò a somministrare anestetici e miorilassanti per paralizzare i muscoli prima dell’intervento. Inoltre, sono state sperimentate diverse modalità di induzione elettrica passando dalla corrente continua alla corrente pulsata. A dimostrazione della perdurante e ostinata rimozione della causalità psichica da parte del discorso medico, l’elettroshock è ancora oggi raccomandato per i casi di depressione “maggiore”, altrimenti detta “clinica”, cioè “immotivata” perché non sopravvenuta come reazione a eventi esterni dolorosi, ma prodotta da presunti e non meglio identificati “fattori biologici”.

Uno di questi casi gravi fu la scrittrice Sylvia Plath che fu sottoposta alla terapia del coma insulinico e a elettroshock prima di tentare il suicidio nel 1953. Plath descrive la sua esperienza con l’elettroshock nel romanzo La campana di vetro :

Il dottor Gordon mi stava applicando due piastrine di metallo ai due lati della testa. Le fissò agganciandole a una correggia che mi si incise nella fronte, poi mi diede un filo di ferro da stringere tra i denti. Chiusi gli occhi. Ci fu un breve silenzio, come un respiro trattenuto. Poi qualcosa calò dall’alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uii-ii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un’aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due. Che cosa terribile avevo mai fatto, mi chiesi?[13]


Leggendo La campana di vetro comprendiamo che la colpa di Sylvia Plath era in verità quella di avere osato essere “clinicamente depressa”, il che era (è ancora) intollerabile per il senso comune, oltre che per quello medico-psichiatrico. La posizione depressiva, che porta a desiderare la morte e a volte a compiere il suicidio, ci minaccia perché mette radicalmente in questione per tutti il valore universale della vita, della vita come bene supremo. Primum vivere, deinde philosophari, prima vivete e solo poi pensate a filosofare, dice il proverbio. Ma il “depresso” rifiuta questa logica e si ostina a chiedere che la vita si dimostri degna di essere vissuta, dice “prima filosofare, poi vivere” cioè testimonia del fatto che è proprio dell’essere umano dover imparare a filosofare per vivere. Le cosiddette malattie mentali non sono cose di poco conto, anche se le qualità e i talenti di chi ne è colpito sono variabili. Attraverso di esse l’umano, consapevolmente o no, avversa il primato della vita intesa come pura immanenza emotivo-corporea. Attraverso le variegate espressioni della cosiddetta malattia mentale l’essere umano testimonia di quella dimensione della vita che la filosofia ha chiamato “spirito”, che noi chiamiamo psiche. Quel che la psicanalisi oggi intende per psiche non coincide del tutto con lo spirito della tradizione filosofica poiché la psiche non è né puro pensiero, né pura ragione, né pura coscienza. La psiche è sempre impura perché è il punto di sintesi e di passaggio tra linguaggio e bios, tra conscio e inconscio, tra pensiero ed emozione, tra singolare e universale. Tuttavia, della psiche propriamente umana si può dare come tratto fondamentale e ineradicabile ciò che Heidegger diceva a proposito del Dasein: un esser-ci che indica presenza a se stessi e contemporaneamente consapevolezza dell’esistenza dell’altro in quanto tale. Ma soprattutto l’umano esser-ci si caratterizza per il suo carattere estatico, il che senza voler disturbare i mistici significa che l’umano è costretto a stare fuori di sé (estasi, dal greco ἐξ στάσις, ex-stasis, essere fuori) non perché abbia visioni straordinarie e ultramondane, ma semplicemente perché la sua costituzione è tale che non può evitare di veder-si, di essere oggetto a se stesso e quindi di sporgere fuori da sé. L’essere umano è dunque un s’oggetto—non può smettere di trovarsi davanti a sé e così facendo si costituisce come altro. L’io non va mai senza l’altro, ma questo raddoppiamento, che è anche una divisione, una Ichspaltung direbbe Freud, istituisce l’inconscio. L’io esiste in quanto si guarda continuamente allo specchio—questo è l’essenza del famoso e tanto vilipeso “narcisismo”. Ma non potrà mai vedersi di schiena, o meglio potrà farlo solo attraverso un secondo specchio. Questo è l’analisi, la cura (Sorge)—non una terapia—per ciò che non può essere direttamente presentato, ma che potrà tuttavia essere prima o poi rappresentato. L’inconscio è come un ospite che è sempre appena partito, ma che ha lasciato delle tracce, tracce con le quali si possono fare molte cose: amori, versi, immagini, canzoni, motti di spirito e atti di coraggio:

Seduta davanti tra Dodo e mia madre, mi sentivo ottusa e passiva. Se cercavo di concentrarmi, la mia mente scivolava via, come un pattinatore, in un enorme distesa vuota, dove piroettava svagata.- Ho chiuso con quel dottor Gordon – dissi mentre tornavamo a casa nostra dopo aver lasciato Dodo e la sua giardinetta nera dietro la cortina di pini – puoi pure telefonargli che la settimana prossima non ci vado. Mia madre sorrise – lo sapevo che la mia bambina non era così! La guardai – Così come? - Come quella gente orrenda. Quei morti viventi della clinica. Fece una pausa – Lo sapevo che avresti deciso di tornare a stare bene.[14]


Potremmo dire che Sylvia Plath nel 1953 tentò il suicidio perché non voleva morire. Quel tentativo fallito si rivelò non un atto mancato, ma un atto riuscito—la aiutò ad acchiappare il suo inconscio per la coda e per un certo tempo a tirarlo dalla sua parte. Rifiutò la terapia, ma non la cura, cioè l’occupazione e la pre-occupazione per quell’ospite sfuggente. Rifiutò di lasciare che la sua psiche scivolasse via piroettando come un pattinatore svagato e scrisse poesie, diari e un unico romanzo, La campana di vetro, che nella sua ricerca ostinata di un’autenticità dei sentimenti e nell’indignazione per l’ipocrisia del mondo sta accanto al più famoso Giovane Holden che tutti giustamente celebriamo e che apprezziamo di più forse solo perché i dolori di un giovane uomo, quindi di un soggetto “universale”, da Werther in poi, sono considerati più nobili di quelli di una giovane donna. Anche di questa ingiusta svalutazione è nostro compito imparare a prenderci cura.



[1] M.J. Sakel, “The classical shock treatment: a reappraisal” in The Great Physiodynamic Therapies in Psychiatry—a Historical Reapprisal, edito da Arthur M. Sackler, Mortimer D. Sackler, Raymond R. Sackler e Feliz Marti-Ibanez, (New York: Hoeber-Harper, 1956)

[2] L. Kalinowsky e P. Hoch Shock Treatments and Other Somatic Procedures in Psychiatry (Grune & Stratton, 1950), p. 82

[3] C. Palisa, “The Awakening from the Hypoglycemic Shock”, supplemento dell’American Journal of Psychiatry, 94 (1938): 96-108

[4] Ackner B. , Harris A., Oldham A.J. “Insulin treatment of schizophrenia; a controlled study” The Lancet. 1957 Mar 23; 272 (6969): 607-11.

[5] “Experimental Researches on Epileptic Attacks Induced by the Electric Current”. American Journal of Psychiatry Supplement 94 (1938): 172-174

[6] The History of Shock Treatment
a cura di Leonard Roy Frank (Leonard Roy Frank, 1978), p. 9.

[7] Abraham Myerson, “Borderline Cases Treated by Electric Shock”, American Journal of Psychiatry 100 (1943): 353-357

[8] ^ Kotowicz, Zbigniew (2005). Gottlieb Burckhardt and Egas Moniz - Two Beginnings of Psychosugery. Gesnerus. 62 (1/2): p. 88.

[9] R. Whitaker, Mad in America (New York: Basic Books, 2002), p. 132-136

[10] W. Freeman e J. Watt Psychosurgery in the Treatment of Mental Disorders and Intractable Pain (Charles C. Thomas, 1950) p. 257

[11] Matteo 6, 25-34

[12] W. Freeman e J. Watt Psychosurgery in the Treatment of Mental Disorders and Intractable Pain (Charles C. Thomas, 1950) p. 199

[13] S. Plath, La campana di vetro in I capolavori di Sylvia Plath (Milano: Mondadori, 2004), p. 385

[14] . Plath, La campana di vetro in I capolavori di Sylvia Plath (Milano: Mondadori, 2004), p. 387


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30.07.2017