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Il farmaco e la droga

Giancarlo Calciolari
(13.11.2011)

La parola è sempre di troppo per le istituzioni e non solo per le mega imprese dello psicofarmaco. Il troppo è la materia stessa della parola. Il controsenso sessuale, come qualifica Freud il sintomo, è sempre troppo rispetto al senso comune, al buonsenso e al consenso. Il troppo occorre leggerlo e non disfarsene chimicamente, e non disfarsene in nessun altro modo. Non bisogna nemmeno disfarsi dello psicofarmaco, altrimenti lo si consacrerebbe nella sua mitologia. Non si tratta di togliere lo psicofarmaco dal reale, poiché si riaffaccerebbe in altre modalità.


Il primo nome dello psicofarmaco è rimedio e la sua altra faccia è il veleno. Anche storicamente: l’eroina inventata dai laboratori della Bayer era venduta come farmaco, rimedio; come medicamento, poi com’è noto è stata rubricata come droga, che per molti è considerata un eccellente rimedio, e così via.


Quindi psicofarmaco non è solo quello che viene chiamato psicofarmaco.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Lo psicofarmaco riduce, risolve, neutralizza, tratta, annulla, elimina il sintomo? Nessuna inscrizione del sintomo nella vicenda della parola, allora la singolarità di ciascuno lascia il posto ai ruoli sociali, ai protocolli da attuare come robot. Il sintomo è il metodo stesso dell’analisi. È l’oro di ciascun caso.


La prima farmacia è la caverna di Platone. Non a caso un interessante testo del filosofo Jacques Derrida ha per titolo “La farmacia di Platone”. Pharmakon è il capro espiatorio. L’animalismo fantastico, quasi illeggibile per i discorsi correnti e più o meno dominanti, è quello dell’immagine fatta, dell’immagine dell’immagine, dell’idea che ognuno presume di farsi dell’immagine. Immagine fatta che è anche nell’antropologia che, come l’animalismo, è fantastica.


Il discorso della caverna è il discorso occidentale, anche nei suoi ultimi aggiornamenti come il discorso tecno scientifico e manageriale, che secondo lo psicanalista e storico del diritto Pierre Legendre governa ancora l’occidente. Non si tratta quindi della lotta contro i mulini a vento, perché altrimenti sarà sempre la stessa aria che tira. Si tratta di leggere il canone occidentale e di restituirne l’altra verità, che peraltro, come insegna Freud, sfugge da tutti i pori.


L’ideologia e l’organismo che amministrano e controllano ogni corpo e ogni mente, tale è anche la questione del biopotere di Foucault, che è appunto thanatopotere, ossia il discorso della morte che stiamo analizzando.


Occorre distinguere tra materia e sostanza, il sostituto impossibile della materia stessa. Il piacere dello psicofarmaco e della psicodroga è sempre sostitutivo, non è quello originario. Per la stessa ragione lo stupro e l’amore mercenario sono negazioni della sessualità. E il farmaco e la droga del canone occidentale sono negazioni della logica della nominazione e della significazione. Nell’atto di parola la droga è una proprietà del nome, dello zero, del padre. Per questo quando si instaura il nome, ogni droga cosiddetta è sostitutiva e non raggiungerà mai l’originario. Il nome è appunto insostituibile. Nessun nome del nome, nessuna droga della droga. Nell’atto di parola il farmaco è una proprietà del significante, dell’uno, del figlio. Quando s’instaura il figlio, senza più cedere alla richiesta generalizzata di uccidere Isacco, allora ogni psicofarmaco e ogni corpo farmaco è sostitutivo e non raggiungerà mai l’originario. Vivere una vita già vissuta, predestinata, è impossibile. Sopravvivere di psicofarmaci e di psicodroghe non riesce. Gli indizi si trovano nella linguistica freudiana, l’inconscio, alla cui dissidenza nessuno sfugge.


Quindi non diamo una notizia sul male dell’Altro, incarnato profanamente nelle multinazionali dello psicofarmaco e del corpofarmaco. Per esempio la psicoterapia come il male minore, o ancora più minore: un fine settimana in un centro di benessere. Sempre il bene e sempre l’essere. Si tratta anche di leggere l’ontologia del farmaco, il colpo a fini di bene. Il rimedio alla vita. L’antidoto.


Contro lo psicofarmaco, un ultimo psicofarmaco s’impone come necessario (è anche la necessità dell’ultima sigaretta prima di non smettere mai), in nome di uno psicofarmaco ideale, benefico rimedio primordiale: un colpo di qua e uno di là, uno sopra e uno sotto.


Il colpo in testa: lo psicofarmaco. Il colpo contro l’animale fantastico: la psiche come farfalla. Anche psicanalisi, come ciascun elemento linguistico, non è un significante istituzionale, malgrado la paura non faccia altro che coprirsi d’istituzioni, sempre più militari e religiose.


Dalla gabbia muraria alla gabbia chimica? Dall’ospedale psichiatrico alla psicofarmaco? Né l’ospedale psichiatrico costruito, decostruito e poi ricostruito come reparto d’ospedale, né lo psicofarmaco affrontano la questione della parola, del sintomo come risorsa, come metodo stesso dell’analisi.


L’intero, il nome, il soffio, il respiro, il ritmo, il numero, l’aritmetica, mai si rompono in due, come corpo e psiche, frazioni, nome del nome e nome dell’altro, algebra e geometria, pneuma e psiche … Ironia di un elemento linguistico irraggiungibile dal business: ruah, in ebraico respiro, talvolta tradotto come anima. Soffiofarmaco? Alitofarmaco? Respirofarmaco? Impossibile contesa tra il soffio e il colpo. Non c’è alternativa tra il soffio e il colpo. Non c’è gnosi, nessuna teoria della conoscenza del colpo e tanto meno del soffio.


Per la persistenza del soffio, della leggerezza e della liberà della parola il viaggio di vita non pesa, e non richiede più rimedi. Non c’è caverna platonica, non c’è prigione, non c’è gabbia che possa imprigionare il soffio. Il soffio originario è così impensabile che è stato attribuito all’inattribuibile, dai mille nomi del nome.


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