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In viaggio col padre. Racconto

Diario

Moira Bruni

"Mio padre non è ancora arrivato e, di colpo, guardandomi intorno, mi salgono alla mente parole, di due anni fa: "...E le ho fatto capire che non può venire in Italia finché non ho sistemato le cose con mia moglie..." e poi "Tu non hai mai pensato ad una vita con me, vero?" e ancora "Sì!"."

(16.01.2005)

Mi era sembrata una buona idea quella di partire in treno da Pracchia per raggiungere San Mommè: avrei risparmiato a mio padre venti chilometri inutili di strada ed io avrei fatto di nuovo un tratto della linea ferroviaria che da Porretta arriva a Pistoia. In inverno, di solito, non ci sono i problemi che d’agosto ti fan pentire, nove volte su dieci, di aver deciso per il treno. D’altra parte è un tratto "di fortuna" quello: conservato ancora giusto per accontentare quei pochi pendolari (sempre meno dato lo spopolamento della montagna pistoiese) che raggiungono i centri maggiori (Porretta Terme, Pistoia, Prato e Firenze) per lavoro.

Hiko Yoshitaka, "Groundwork", 2003, acrilico su juta, cm 62x101

Non ricordavo a quanta distanza fosse San Mommé e nemmeno se il treno che avevo trovato sul sito delle ferrovie prevedesse la fermata: lungo quella linea di pochi chilometri, fra vallate, ponti rialzati e gallerie, ci sono sì e no sei borghi minuscoli e quasi sempre il treno si ferma direttamente a Pistoia. Naturalmente il costo del biglietto è lo stesso ma mentre viaggi sei comunque ripagata dallo spettacolo del paesaggio. Difficilmente decidi di prendere un libro per far trascorrere la mezz’ora.

Anche il tratto inverso, che porta fino a Bologna, mi fa lo stesso effetto. E non sono la sola.
Per sicurezza (eventualmente avrei ripiegato per la macchina) ho chiesto sulla fermata al macchinista-capotreno-controllore: non lo sapeva nemmeno lui.
Ha controllato la sua tabella di marcia e a quel punto son salita.

Ho fatto appena in tempo a spalancare gli occhi sul lago di nebbia che invadeva la piana pistoiese colorato da un tenue arancio di sole, che il treno si è fermato: San Mommè. Tre minuti di viaggio, due euro e dieci. Mi sono consolata pensando che, mi è capitato di spendere di più al cinema, uscendo con la noia ancora appiccicata agli occhi.
Ho chiesto all’uomo del treno: San Mommè....è San Mommè.....posso scendere?

"Se vuole, se no la porto a Pistoia, faccia lei!"

In effetti c’era una non-stazione. L’edificio con il cartello della stazione era sì è no grande come una toilette pubblica e non c’era un caspita di passaggio se non fra i rovi rinsecchiti. Eppure era salito un passeggero, da qualche parte doveva esser passato.
Fuori dal piazzale, ancora più piccolo della stazione, c’erano due cartelli azzurri: Passo della Collina a sinistra, Pistoia a destra.

Dove dovevo andare io? Mi avevano detto che dal bivio per San Mommè sulla Statale 64, dove mi avrebbe aspettato mio padre arrivando da Pistoia, ci sono un paio di chilometri che avevo calcolato di fare a piedi ma non sapevo se il bivio era più vicino al Passo o a Pistoia. Caspiterina!
Sono andata a naso ed ho chiesto all’unica signora che gironzolava fra le quattro case del borgo, se di lì si proseguiva per Pistoia. Evviva! Avevo visto giusto!

Ho cominciato a camminare lungo una strada che scendeva come una larga scala a chiocciola, ciò nonostante percorsa da qualche macchina.
Chi passava mi scrutava con curiosità: non deve passare inosservata una che è scesa ad una minuscola stazione e si dirige a piedi verso Pistoia vestita con un lungo cappotto rosso.
Quando siamo abituati a perdersi in spazi affollati, ritrovarsi a muoversi incerti, in luoghi sconosciuti, dove solo alberi e cielo dominano, fa sentire piccoli ed indifesi.
Mi è venuto in mente un film dove una nana vestita con un impermeabile rosso shocking girava per Venezia e non le succedeva niente.
Mi sono tranquillizzata.

Camminando, pensavo a mio padre: quella deviazione verso un paesucolo sconosciuto, il fatto che quel week end ero comunque salita a Pracchia, alla mia casa di montagna, non facendo così tutto il viaggio in macchina con lui, verso Sambuca Pistoiese, dove avevamo un appuntamento con il sindaco, doveva averlo messo in agitazione e, di solito, quando mio padre è in stato di agitazione, bestemmia ad ogni contrattempo, specie se si trova da solo a fare qualcosa di cui non si sente sicuro.

L’orologio mi diceva che ero in largo anticipo ma volevo esser sicura di essere sulla Statale prima di lui o avrei visto fumetti di bestemmie sulla macchina.
Ho affrettato il cammino e quello scendere fra il bosco e le montagne, con gioia mista ad un po’ di ansia dell’ignoto, mi han ricordato quando, in vacanza-studio in Cornovaglia, ero voluta andare a vedere il castello dove era stato girato "Quel che resta del giorno" di Ivory, nel Dorset: un viaggio all’insegna dell’incoscienza visto che avevo dovuto cambiare quattro mezzi di trasporto e fare un tratto di strada a piedi in una campagna deserta, senza un’oncia di inglese da saper parlare e senza un cellulare.

Il gioco era valso la candela però e, a parte la solenne quanto incomprensibile sgridata dell’autista del pullman a cui avevo fatto il nome di Powerdam Castle, così tanto per significargli che volevo scender lì, non sapendo dove sarebbe stata la relativa fermata, me l’ero cavata.
Era andata pressoché allo stesso modo anche quando avevo raggiunto Lyme Regis, sempre nel Dorset, per vedere il molo a forma di boa, The Comb, famosissimo, dove era stata girata una scena de "La donna del tenente francese": anche lì mi ero fatta qualche chilometro di campagna a piedi, sprovvista di tutte le conoscenze necessarie ed armata solo di comunicativa e sorriso sulle labbra.
Mi ero sempre fatta capire, anche quando non spiccicavo che un "thank you" ed un "good bye".
Sarei arrivata alla Statale. In orario. Senza far bestemmiare mio padre.

Dopo un chilometro circa mi è salita incontro una vecchia Lancia bordeaux. Dopo un minuto, la stessa Lancia bordeaux scendeva e si soffermava al mio fianco. L’autista, un signore sulla quarantina, mi chiede se voglio un passaggio. Lo ringrazio e per evitare risposte gli chiedo se per Pistoia vado bene. Lui mi risponde di sì ma mi dice:

"Per Pistoia son circa quindici chilometri!"

"Sì, certo, lo so. Voglio solo raggiungere la Statale, in direzione Pistoia. C’è un bivio, no, che devia per San Mommè?"

"Beh, sì, il bivio c’è, a Capostrada...praticamente a Pistoia.....son sempre un bel po’ di chilometri....!"

"Ma...scusi.....sulla statale.....per il Passo della Collina...... non c’è un bivio che indica circa due chilometri per il paese...? Mi ricordo di averlo visto....un paio di anni fa..."

"Ma, lei dove vuole andare al Passo della Collina o a Pistoia?"

Gli spiego brevemente il tutto e, alla fine capisco, che sto sbagliando: in realtà il bivio si trova in direzione opposta. Avevo formulato male la mia richiesta, alla signora di prima: avrei dovuto chiederle del bivio.

Poco male, ero ancora in anticipo e bastava fare altri dieci minuti di cammino di più.
Il signore gentile e forse poco convinto che sarei arrivata dove volevo, mi offre di nuovo il passaggio.
Non mi piace salire in macchina di sconosciuti. Sorrido e lo ringrazio dicendogli che sto facendo quel tratto di strada a piedi molto volentieri e che sono abituata a camminare molto.
Riparto in direzione opposta. Dopo nemmeno un minuto la macchina sale di nuovo e mi affianca:

"È proprio sicura?"

Non so più se sia preferibile rischiare in macchina con un estraneo o ascoltare le bestemmie ed i "te l’avevo detto che la facevi sempre complicata" di mio padre.
Salgo: amen.

In sessanta secondi di conversazione, quell’uomo mi indica la sua casa, mi fa capire che è single e che si perderebbe persino in casa. Mi chiede da dove vengo, il ché è abbastanza complicato dato che non vengo da dove abito e dove abito è più lunga da spiegare. Scommetto che si chiede che cosa ci fa una vestita con un cappotto rosso, in un posto che non conosce, andando dove non sa e aspettando qualcuno che non sa dove trovarla.
Confesso di sentirmi inappropriata ed anche un po’ incosciente. Nemmeno con il busman inglese mi ero sentita così. E magari quell’uomo è un maniaco.
Sfodero il mio cellulare così non appaio del tutto sprovveduta ma intravedo il bivio da lontano. Scendendo, ringrazio di cuore quell’uomo ed il Cielo.

Mio padre non è ancora arrivato e, di colpo, guardandomi intorno, mi salgono alla mente parole, di due anni fa: "...E le ho fatto capire che non può venire in Italia finché non ho sistemato le cose con mia moglie..." e poi "Tu non hai mai pensato ad una vita con me, vero?" e ancora "Sì!".

A volte mi capita che riaffiorino dalla mente stralci di discorsi, prima ancora della situazione legata ad un luogo.
Lì, in quel posto, due anni prima. C’era la neve.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime subito ricacciate, per fortuna, dall’arrivo di mio padre.
Salgo in macchina e sospiro, aspettandomi una bufera di cui non ho proprio voglia.

"Hai bestemmiato, eh?"

"No, perché?".

Moira Bruni, poeta, scrittrice, lettrice d’arte e di cinema. Vive e lavora a Lamporecchio, Pistoia.


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