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“Habemus papam”, di Nanni Moretti

Gino Spadon
(24.10.2011)

“Il film “Habemus papam”, di Nanni Moretti, è la storia dolorosa di un’intima prigionia alla quale il cardinale Melville, eletto al soglio pontifico, è condannato non per “deficit di accudimento” come vorrebbe la giovane psicanalista che di questa spiegazione fa un leit motiv piuttosto corrivo, bensì per “eccesso di accudimento”, eccesso che lo confina nell’infelice schiera di coloro che, come dice l’eletto stesso nella scena finale del film, “hanno bisogno di esser condotti”, poiché da sempre abituati ad obbedire a una scala di valori non scelta ma imposta loro dall’esterno.

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Hiko Yoshitaka, "Absurde", 2011, cifratipo, olio su carta

La testimonianza di questo “eccesso di accudimento” ci viene fornita in due momenti del film. Un sintomo, se pur d’importanza non decisiva, lo abbiamo nella scena in cui vediamo il neo-eletto dar sfogo, in maniera apparentemente incongrua, alla sua insofferenza o piuttosto alla sua ira, di fronte alle premurose profferte d’aiuto della proprietaria del negozio dove egli si è rifugiato in preda allo sconforto e allo smarrimento.

Un secondo sintomo, questa volta di natura assolutamente probatoria, si manifesta nel grido straziante e straziato con cui il cardinale accoglie la sua elezione. Quel grido è “straziato” perché l’uomo che lo fa risuonare nelle severe stanze vaticane ha definitivamente “perduto la speranza”. Fin qui la sua era stata una vita d’obbedienza, ma d’obbedienza d’uomo tra gli uomini, di credente fra i credenti, il che gli dava l’illusione di obbedire a regole che egli stesso, insieme agli altri, si era prescritte. Dopo la sua elezione al soglio pontificio questa illusione naufraga drammaticamente.

A partire da questo momento la scala di valori che regolerà la sua esistenza diventerà assolutamente inderogabile perché è Dio stesso ad imporgliela, Scompare dunque quel barlume di libertà che ancora illuminava, seppur fiocamente, la sua vita ed egli protesta contro quel Dio al quale ha sempre obbedito e che ora incombe sopra di lui in modo ancor più imperioso espropriandolo, in un istante, dell’intera sua vita, facendo di lui un guscio vuoto senza più affetti, pensieri, memorie.

Inutilmente i cardinali, credendo di confortarlo, gli diranno che la sua elezione è dovuta non alla volontà degli uomini, ma a quella di Dio.È’ proprio questa consapevolezza, infatti, che lo annichilisce. Ciò che gli ripugna è annegare il suo essere nell’Essere divino, far suo il motto, così caro ai mistici: “Totus Tuus” . E vani saranno dunque i tentativi di chi gli sta intorno di “riportarlo in vita”.

Ogni espediente messo in atto per sottrarlo alla prigionia da cui è mortalmente oppresso si rivela a sua volta una nuova prigione. È prigione la psicanalisi che dovrebbe liberarlo e che invece gli appare costituita da schemi preconcetti tendenti a ridurre “ad unum” la complessità dell’esistere. E’ prigione. ancora, tutto ciò che potrebbe apparire un paradigma di libertà, vale a dire la musica, il gioco, il teatro.

La musica innanzitutto, cui dà voce, paradossalmente, una guardia svizzera incarnazione perfetta dell’obbedienza ossequiosa. Per un attimo questa musica sembra risvegliare nei cardinali che l’ascoltano il gusto dell’improvvisazione e perfino dell’infrazione, ma poi quei loro battimani maldestri, quei loro accenni a goffi passi di danza sembrano essere il segno di una regressione infantile e quindi di un’antica dipendenza.

Anche il gioco, momento apparente dell’invenzione gioiosa, si rivela, a ben vedere, una prigione fondato com’è su una minuziosa serie di prescrizioni inderogabili, di regole imprescindibili. A renderlo tale è lo psicanalista che organizza la partita di palla a volo (palla “prigioniera” aveva suggerito significativamente il decano dei cardinali) in maniera squisitamente maniacale suddividendo il gruppo dei cardinali in squadre a seconda della nazionalità, prevedendo gironi eliminatori, organizzando incontri mirati, stabilendo in modo dettagliato i modi di colpire la palla… Lo rendono tale i cardinali stessi che durante il gioco della scopa discettano su quella legge inesorabile dello spariglio che impone a chi non sia mazziere di fare in modo che le carte in gioco di un certo valore rimangano in numero dispari.

Perfino il teatro, che esercita una sorta di sortilegio sul papa appena eletto e che sembra l’unica via capace di restituirgli una sua vera identità, si rivela a poco a poco come il luogo in cui la libertà, non incanalata nella regola, si tramuta in anarchia, in cui l’assenza di disciplina ingenera follia come dimostra il comportamento dissennato dell’attore che stravolge il copione per seguire, allucinato e allucinante, la sua fantasia vagabonda e malata.

In questo film dell’umana fragilità e dell’inutile compassione è da elogiare, innanzitutto, la splendida recitazione di Michel Piccoli, tutta giocata su un’estrema economia di mezzi espressivi e e di tale intensità espressiva che quando l’attore non è presente sulla scena tutto sembra perdere interesse e peso. Eccellente la sceneggiatura che rifugge da ogni facile concessione all’enfasi e da ogni scivolamento verso un troppo facile umorismo cui la vicenda pur si presta. Encomiabile, infine, la ricostruzione ambientale che si raccomanda oltre che per lo splendore dei costumi, la ricchezza degli interni, l’armonia dei movimenti di massa, anche per certi dettagli che sono insieme “naturali” e calcolatissimi come, ad esempio, il cortile dove si svolgono i giochi dei cardinali, in cui la macchina da presa ci offre una visione dove coesistono il rigore geometrico delle architetture e delle decorazioni insieme con lo svolazzare delle tonache, il lieto ondulare dei corpi, il chiacchiericcio quasi infantile dei cardinali a significare il contrasto ineliminabile fra ordine e invenzione, fra disciplina e improvvisazione.

Un film, per stringere in breve giro ciò che ho creduto di leggervi, che ci mostra come “libertà” e “obbedienza” siano i volti speculari di un identico dramma. La libertà, infatti, intesa come totale assenza di regole, porta alla dissennatezza (ne è incarnazione esemplare l’attore) mentre l’obbedienza, intesa come cieco affidamento “all’altro da sé”, ha come risultato la spersonalizzazione più completa e tragica (come dimostra l’eletto al soglio pontificio).



Gino Spadon


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30.07.2017