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L’uomo, T-shirt e jeans neri, scarpe da footing bianche era entrato al Caffè Greco e facendo appena un cenno ai camerieri che si erano affrettati a salutarlo si era diretto con passo deciso alla seconda sala prendendo posto in un tavolo d’angolo. Ordinò un Campari shakerato e nell’attesa iniziò a leggere, forse delle email nel suo IPhone. Gli ero seduto di fronte e non potei far a meno di notare in quell’uomo un’aria stanca, come se fosse reduce da un lungo e faticoso viaggio, e al contempo soddisfatta, come di qualcuno che avesse raggiunto una meta. In quell’istante sollevò gli occhi e mi fissò sorridente. Mi accorsi solo allora che sotto la barba ispida, oltre le rughe che gli segnavano la pelle abbronzata, aveva il viso di un ragazzo. Forse di un vecchio ragazzo. Di quelli che non si lasciano sconfiggere dall’età facendosi scudo con i sogni.

Fu solo per un attimo, ma mi parve mi trasmettesse, quasi telepaticamente, qualcosa. Non capii cosa ma quel qualcosa mi bloccò il respiro. Vidi nei suoi occhi milioni di uomini, milioni di posti, milioni di cose. Non capivo che significasse ma ne avevo una precisa sensazione. Come se quelle immagini mi avessero per un attimo invaso la mente. Sempre sorridendomi il ragazzo, come se avesse visto quello che avevo visto io, mi fece un cenno affermativo con la testa e finì di bere il suo Campari, guardò il conto e infilò una banconota sotto il piattino. Si alzò, si diresse deciso verso di me e dando risposta alla mia aria interrogativa mi mise una mano sulla spalla e mi disse: Stay hungry, stay foolish… Poi con un aria sempre gentile ed elegante ed il passo di un ventenne felice Steve Jobs, imprenditore americano di 56 anni si diresse verso l’uscita scomparendo in quel mondo misterioso fatto forse di Tutto o forse di niente. Aveva cambiato il modo di interpretare il mondo, ora dopo essere tornato solo per me nella mia memoria, andava a riposarsi. Era il tramonto di una calda giornata romana, il 6 Ottobre 2011. (Un grazie a Steve Jobs che ha avuto nella mia vita un ruolo fondamentale influenzandola non tanto con degli strumenti ma con dei modi di vivere e di pensare. E un grazie a Dino Buzzati che ho cercato, inutilmente, anche in questo banale racconto di imitare. Quando li raggiungerò ci sorrideremo, senza bisogno di ricordare nulla perché, forse, avremo raggiunto il punto nel quale la quiete si sostituisce all’ansia e un sorriso vale tutte le parole del mondo, quelle che furono dette quelle che lo saranno e quelle che mai nessuno udirà.)