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Il problema senza nome: Anne Sexton

Marina de Carneri
(10.10.2011)

"SUONARE LE CAMPANE" da UNA COME LEI

Anne Sexton


E così suonano

le campane a Bedlam

e questa è la signora delle campane

che viene tutti i martedì mattina

per darci una lezione di musica

e perché gli assistenti ci fanno andare

e perché ci importa per istinto,

come api intrappolate nell’alveare sbagliato,

siamo il circolo delle pazze

che siedono nella sala della clinica psichiatrica

e sorridono alla donna sorridente

che passa a ciascuna una campanella,

che indica la mia mano

che tiene la campanella, mi bemolle,

e questo è il vestito grigio vicino a me

che mugugna come se fosse speciale

essere vecchio, essere vecchio,

e questa è la ragazzina curva come uno scoiattolo

dall’altra parte

che si strappa i peli dal labbro superiore

che si strappa i peli dal labbro superiore tutto il giorno,

e così le campane suonano davvero,

serene e pulite

come una cucina funzionante,

e questa è sempre la mia campanella che risponde alla mia mano

che risponde alla signora

che mi indica con il dito, mi bemolle:

e anche se non siamo migliori per questo,

ti dicono di andare. E tu ci vai.

Il problema era rimasto taciuto per molti anni, nascosto nella mente delle donne americane. Era uno strano moto interiore, un senso di insoddisfazione, uno struggimento di cui soffrivano le donne degli Stati Uniti nella metà del XX secolo. Le casalinghe rinchiuse nei quartieri residenziali lo subivano in solitudine. Mentre rifacevano i letti, facevano la spesa, sceglievano la tappezzeria, mangiavano sandwich al burro di arachidi con i figli, li portavano dai boyscout o dormivano accanto ai mariti la notte, avevano paura anche solo di formulare la domanda silenziosa: è tutto qui?

Questo è l’incipit di un testo famoso, un classico del femminismo americano, La mistica della femminilità di Betty Friedan, pubblicato nel 1963. La prima raccolta di poesie di Anne Sexton uscì nel 1960 e le vicende che la portarono a iniziare a scrivere versi risalgono al 1956. Dello struggimento patito dalle donne americane di quell’epoca Sexton fu l’antesignana. La depressione, l’angoscia, le crisi di panico di cui soffriva furono i sintomi di un disagio che non poteva manifestarsi in nessun altro modo perché secondo i criteri di giudizio di allora quel disagio non aveva una causa – il problema non esisteva. Nulla poteva mancare a queste casalinghe benestanti e attraenti, dotate di mariti altolocati, di figli sani, di bei giardini con piscina. Guardando indietro a quegli anni, Anne osservava: "Mi sforzavo moltissimo di avere uno stile di vita convenzionale, perché ero stata allevata per quello e perché era quel che voleva mio marito. Ma non si possono tenere lontano gli incubi con delle piccole palizzate bianche".

Anne era un disastro come moglie, non sapeva cucinare, non curava la casa. Aveva sperato di guadagnare una stabilità emotiva sposandosi giovanissima e aveva avuto due figlie. Purtroppo, dovette constatare che anche come madre non era all’altezza: dover accudire i bambini la rendeva spesso furiosa tanto che cominciò a temere di poter far del male alle figlie. Oggi rubricheremmo tutto questo sotto l’etichetta ‘depressione post-parto’ e ce la caveremmo con un discorso edificante sulla solitudine delle madri, sui deleteri effetti degli squilibri ormonali, sulle virtù degli psicofarmaci e sulla necessità di maggiori servizi sociali. Anne invece trovò una soluzione davvero anticonvenzionale, non diventò mai una buona moglie e madre, andò in analisi, smise di scusarsi di essere quel che era e cominciò a scrivere versi: "Sono uscita, una strega posseduta/ che caccia l’aria nera, più intrepida di notte/ che sogna il male/ ho fatto il mio dovere/ al di sopra delle case normali, luce per luce:/ creatura solitaria, con dodici dita, fuori di sé./ Una donna così non è una donna, del tutto./ io sono stata come lei".

La figura della donna strega è ben nota e se le femministe, anche italiane, a suo tempo si sono appropriate dell’epiteto, è in questi versi che vediamo l’origine di questa appropriazione. Anne Sexton per prima ha utilizzato questa immagine in una poesia che è diventata il manifesto di una generazione e ha reso possibile un’altra figura di donna, quella della bad girl, che purtroppo oggi ci affligge, poiché il fato vuole che ogni conquista produca il suo estremo negativo.

Anne Sexton però non fu una ‘cattiva ragazza’, fu semplicemente una donna che per salvarsi la vita si trovò a trasgredire le convenzioni e che riuscì sopravvivere (ma, tristemente, solo fino alla soglia della mezza età) grazie alla scrittura. La sua fortuna fu che in quel momento la storia era dalla sua parte. La società americana, che nel decennio precedente aveva accolto gli psicanalisti ebrei in fuga dalla Germania a dall’Austria, aveva fame di inconscio. L’analisi dell’inconscio prosperava nelle cliniche psichiatriche, entrava nei film, era sfruttata nelle strategie di marketing e fece il suo ingresso anche in ambito letterario con la cosiddetta ‘confessional poetry’. Il termine ‘poesia confessionale’ fu utilizzato per la prima volta dai critici per descrivere la novità del lavoro poetico di Robert Lowell: nei suoi versi Lowell parlava direttamente di se stesso senza nascondersi sotto la maschera di un personaggio (come succede invece nella forma del monologo drammatico) e senza trasformare il suo stato d’animo in un sentimento universale (come avevano fatto i poeti romantici inglesi).

I confessional poets degli anni sessanta cominciarono a parlare di tutte le cose ‘inconfessabili’ a cui prima di allora non era stata riconosciuta dignità poetica. Ciò che in precedenza veniva espresso solo sul divano dello psicanalista, entrava a far parte della letteratura. Nel 1958 Anne Sexton cominciò a frequentare i seminari di poesia tenuti da Robert Lowell all’università d Boston. La nuova forma poetica le calzava a pennello, aveva cominciato a scrivere per dare un nome al dolore che sentiva dentro di sé e scoprì che altri stavano facendo lo stesso e, quel che più contava, che c’era un pubblico potenziale pronto a ricevere le sue ‘confessioni’. Nel frattempo la questione dell’emancipazione delle donne stava entrando sempre più prepotentemente nel dibattito pubblico. L’espressione della soggettività femminile finalmente riscuoteva interesse e otteneva ascolto. Anne Sexton fu tra le prime a cercare di esprimere un io lirico consapevolmente femminile che parla di amore, di morte, di Dio.


Marina de Carneri


www.resistenzadellinconscio.com


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19.05.2017