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"Donna, casa, vita", di A. Biedermann. Il testo di economia domestica

Monica Cito
(19.09.2011)

I miei genitori comprarono una casa per farci abitare mia nonna; una vecchia casa dell’ente INA che, in un determinato periodo della storia italiana, costruì appartamentini, tutti più o meno uguali, sparsi per i patri paesi e città.

Questa casa INA, come tutte le INA case che si rispettino, possedeva una cantina. Nella cantina di pertinenza di mia nonna, rinvenimmo un paio di scatoloni nei quali erano relegati, o meglio, lasciati ad ammuffire, una serie di volumi. Si trattava soprattutto di libri scolastici: una letteratura italiana, qualche libro di catechesi cattolica. I vecchi proprietari avevano abbandonato i testi in cantina, e me li avevano così lasciati in eredità.

Con la santa pazienza, per un paio di giorni ho visionato tutto il materiale, e prelevato quanto di mio interesse, compresa qualche strana, piccola, agiografia.


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Hiko Yoshitaka, "Al tempo di Lot", 2011, cifratipo, olio su carta

I libri puzzavano di vecchio, e soltanto quando hanno preso posto nella mia piccola stanza, hanno cominciato a rivivere, a ricordarci chi erano. Sono firmati con grafie tonde pulite semplici, e recano l’impronta dei loro tempi.

Di tutti ne segnalo uno: Donna, casa, vita di A. Biedermann. Chi sia costui non lo so di preciso, ma adesso di preciso so cosa fosse una materia chiamata “Economia domestica”, poi sostituita con “Educazione tecnica”, che ancora si studiava quando frequentavo le scuole medie inferiori; oggi non so.

Mia madre e tante altre donne della sua età hanno invece studiato quell’economia domestica: una materia di stampo ortodosso-sessista, tesa a rendere l’essere umano femmina succube di un sistema che la voleva sposa, madre ed in questo felice. Angelo del focolare, la donna tale doveva rimanere, legata al suo più alto sogno di purezza: vivere l’esistenza per l’uomo e la felicità dei figli.

L’indottrinamento era stato normato, in libri come quello che adesso propongo alla vostra attenzione. Libri che certo non dovrebbero stare ad ammuffire in una cantina, ma dovrebbero rappresentare documentazione sulla storia di segregazione sessista, posta in essere in quintali di anni e da quintali di Stati.

Così, mi sento, nel mio piccolo, un’eroina, per aver salvato questo brutto libro di testo dalla rovina dei tarli. Rovina però lenta, come se gli stessi tarli – che avevano ben attaccato gli altri manuali della cantina – si fossero momentaneamente astenuti dal cibarsi del Biedermann. Hanno parzialmente aggredito Don Bosco, si stavano preparando ad aggredire fratel Alessandro Alessandrini e san Francesco d’Assisi, prima di colpire Biedermann.

Quanta sensibilità storica, possiedono i microrganismi… non so, fatto sta che ho potuto leggere il libro dopo aver visto “Monna Lisa Smile” al cinema, e così il mio quadro sull’oppressione della donna nella storia si è arricchito.

Ho anche maturato l’idea che, se il mondo della cultura fosse diverso da quello che è, dovremmo tutti poter leggere dei documenti come questo, senza incappare per caso nella loro essenza materiale. È probabile che questa copia non sia l’unica lasciata ad ammuffire in una cantina. È chiaro che parecchie donne hanno voluto disfarsi di un certo indottrinamento; ciò che invece non è chiaro è fino a che punto abbiano voluto disfarsene. Chiarissimo è che la cultura delle donne deve ancora essere scritta e che, a mio parere, anche le femministe poco hanno contribuito a tale summa.

Chiaro è anche che, fino a quando esisteranno le Emily Dickinson, pure in tutta la loro cultura e sentimento, chiuse in un eremo, tale cultura non verrà scritta.

Chiaro è, infine, che vi sono libri scritti da certe donne delle quali si è perso il ricordo.

Tutta questa chiarezza non è limpida, se le donne vanno considerate buone e beate soltanto in odore e onore di domestica santità.

Il mondo cambia, direte; ma io in verità vi dico e chiedo: quanti – e quante – ancora pensano che la fanciulla abbisogni di una dote “spirituale” composta di virtù morali, estetiche e pratiche? Quanti ancora pensano che le virtù morali della suddetta fanciulla debbano sostanziarsi in un “buon carattere” e nell’amore per la Casa? E quanti pensano che la donna debba ordinare, risparmiare, ben spendere, non sperperare? E quanti ancora osano dire che la donna sperpera; l’uomo suda? Quanti ancora credono che la donna vada educata a non sperperare ed a rendersi conto del sudore dell’uomo?

Così piena di soprusi e mistificazioni, da altri operati e da altri riassunti in digesti nomotetici, la vita delle nostre nonne, delle nostre madri, e di parte di noi ancor oggi, nell’era della globalizzazione!

La donna è sensibile: è questo il paradigma oscuro che ha trascinato al finto rispetto, ai diari da educande, ma anche alle Claudine di Colette & company.

Poi, qualcuno ha pensato di distruggere, dopo aver “studiato” la donna, ed ha sproloquiato, funzionalizzato, infine azzerato la sua umanità.

Donna = casa, per questi ordinatori sociali, e casa = vita, per questi carcerieri:

«L’angelo della casa è la donna. Un giorno, l’angelo della casa sarai tu. Non ci hai pensato? È necessario che tu ti prepari: tempra la volontà, correggi il carattere, ama gli ideali puri e santi. Soltanto così, tu, che oggi attendi con fiducia il tuo avvenire, potrai essere un giorno l’angelo della tua casa» (pag. 15).

D’indottrinamento in indottrinamento, prosegue l’autore, attraverso le vene della fanciullezza delle donne, e le corrompe d’immagini soavi, NATURALI.

Il testo è in effetti disseminato d’immagini ottundenti, alcune apparentemente solari. Vi è un albero fiorito ed una didascalica frase; vi è una pozzanghera che, se immaginiamo che rappresenti la donna prima dell’istruzione domestica, ci coglie nell’intimo del timore di perdere la nostra storia della rivisitazione di un passato non ancora dimenticato: «Neppure la pozzanghera può dimenticare il cielo».

… E sfoglio ancora il libro.

L’ho letto, ma solo sfogliarlo basta, per capire che la pubblicità, così come noi la conosciamo, “anticamente” era propaganda, e da sola bastava, ben assestata, a produrre l’effetto propostosi:

Ama, donna, con amore puro e fedele, paziente e disinteressato, illuminato e retto, affinché esso “bruci” come nel disegno del tuo libro di testo!

E la santità è al suo apogeo in un viso sereno e sorridente, che è «un invito costante alla bontà» perché «[c]ome la brina può infiorare la croce, così la bontà deve infiorare il sacrificio», dato che «[n]ella vita non basta il gusto, ci vuole il buon gusto» (corsivo mio). Ed un’efficiente distribuzione del lavoro casalingo, teso al buon mantenimento della casa che «è la parte più viva della nostra vita; in essa amiamo, operiamo, soffriamo, ritroviamo noi stessi». E notate che si scrive noi stessi e non noi stesse: anche qui vi sarà una scelta propagandistica precisa, disgelata da un’altra fra setta in cui l’ape è la donna e l’uomo è l’albero, ma fra i due c’è il miele, prodotto solo e soltanto dall’ape: «L’ape accumula il miele, l’albero il sole per noi». È forse per questo che «[u]n fiore in una casa è come una nota in più in un accordo».

Adesso la smetto con le concatenazioni, ma vi riporto le altre frasi, così per informarvi, scandalizzarvi, e per prendere posizione dovreste leggere il testo.

La società delle immagini era già nata, e la potenza espressiva non era inficiata dalle fotografie in bianco e nero. Quindi:

«Senza pulizia ogni bellezza e ricchezza scompare; la polvere stende il suo velo grigio, rende tutto opaco, vecchio, triste»; «Pecora: animale semplice ed umile. Lana: fibra preziosa ed elegante»; «Come il tono dà valore alla parola, così il ricamo è la nota armoniosa della biancheria»; «Fredda una festa senza fiori, gelida una casa senza bambini».

E la donna cosa deve dire e pensare e fare ancora, per essere donna secondo Biedermann? Una giovinetta nella foto, con un grembiulino da scolara, regge fa le braccia, uno a destra uno a sinistra, due polli, con un sorriso d’assassina alla Dario Argento, perché la donna è o dev’essere anche questo? Intanto pensa: «Piccoli e preziosi domestici e gustosi».

Risultanza dell’indottrinamento, eccola dalle pagine di Ingiustizia è fatta! Cento storie di violenza sui bambini, autrice: Fiora Luzzato Izzi, nella prima edizione del 1979, per i tipi della Enne, Campobasso:

«[…] ciò che conta, nella nostra società, è che in ogni famiglia un maschio ci sia, che egli materialmente esista sotto quel tetto. È la sua mera presenza che vale, più che l’effettiva carica di amore che egli riesce a dare ai suoi familiari. Difatti una donna sposata, anche se presa a botte dal marito tutti i giorni, godrà sempre di una considerazione sociale ben superiore a quella della “zitella”, vittima di ogni più basso sarcasmo. Non si può allora né stupire né indignarsi se una madre nubile, pur di dare al suo bambino “un nome e una famiglia”, lo getta in pasto ad un patrigno che lo sevizia, lo violenta e lo uccide. […]

Nella nostra società, viene considerato del tutto ovvio che sia la madre ad assumere il ruolo infermieristico-assistenziale nei confronti di qualsiasi familiare che ha un comportamento anormale; e tutto va bene, infatti, fino a quando il padre va fuori a lavorare e trascorre in compagnia con il “diverso” soltanto le poche ore del pasto e del sonno; ma allorché l’uomo va in pensione, ed è costretto a misurarsi momento per momento con le “stranezze” del congiunto, allora esplode l’intolleranza maschile, che può giungere fino all’omicidio, specialmente se la moglie nel frattempo è morta, ed ha lasciato il marito da solo alle prese con il duro compito di comprendere e di tollerare, giorno per giorno, un figlio difficile».


Ferragosto 2011

<Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.
Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.
Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere gluten sensitive e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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30.07.2017