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"Il cavaliere di Sassonia", di Juan Benet

Monica Cito
(19.09.2011)

«Nel passato, l’eretico marciava verso il rogo restando eretico, proclamando alta la sua eresia ed esultando in essa»

(da: 1984, di George Orwell)


Questa recensione non ha titolo, perché l’operazione editoriale ha, tutto sommato, lasciato senza parole, e soprattutto col rimpianto per un intento buono ed un frutto grafico povero.

La casa editrice (la Guida di Napoli) ha, secondo me, tradito lo spirito del libro, ed anche traviato la sua struttura, svelato il suo contenuto in modo del tutto gratuito, col rischio di lasciar morta di contenuti una lettura che inclassificabile non può più rimanere.

Grazie alla traduttrice, che almeno ce ne consegna il vero spirito… Perché non si è lasciato a lei, l’onere ulteriore di un’introduzione?

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2011, cifratipo, olio su carta

Siccome oggi mi sono improvvisata professoressa di scuola creativa, vi consiglio di non fare il saccente errore di tutto voler chiarire, quando e se dovete imbastire un’intranea ed estranea presentazione. In più, così facendo, si rischia – come hanno fatto costoro – di non dire la verità, o almeno di non dire tutta la verità. Dato che non di prosa semplice ed essenziale si tratta, ma di dotta e complessa struttura.

Il romanzo storico che vi si propone è infatti denso di spunti riflessivi.

Partendo dal genere, non si può non constatare, se un romanzo di tal fatta è ben strutturato, di quanta cultura di base e studio esso necessiti. Eppure, il Genere oggi subisce un’apice di vendita, seguito da un cadere nel dimenticatoio di titoli ed autori.

È difficile, per chi decide di far arte con qualcosa che arte non è, rimanere sulla cresta dell’onda. Pochi sono, in materia, i veri surfisti. Senza andare ai classici (molti e pochi al contempo) del genere, potenti per struttura e comunicazione (i pochi, non i molti naturaliter…).

Il romanzo storico, importante per ogni letteratura di tutto rispetto, rischia oggi di svanire nelle maglie oscure dell’immaginario collettivo post o neo industriale; a seconda del parametro soggettivo, ossia il costrutto politico-identitario del soggetto lettore.

Per quanto, insomma, tale genere sia studiato dalla sua nascita, resta oscuro ai più, e quindi elitario per natura. È più semplice proporre una poesia, per esempio della Resistenza (amore, morte, libertà) che spiegare la stessa (contenuto della) in termini narrativi; senza troppo trascendere o divagare.

Base, quindi, prima di tali lavori, è la conoscenza storica che l’autore ha d’una certa personalità e di certi eventi verificatisi, per od intorno al dato personaggio. Faccio un esempio: per romanzare la vita di Cristoforo Colombo, devo conoscere sia l’epoca del Colombo sia le civiltà precolombiane.

Questo dato conoscitivo crea un distacco, che dirò professorale, fra scrivente e ricevente; che, immancabilmente, interattivamente, diventa discente. Col pregio e la comodità, da parte di quest’ultimo, di non diventare un ricercatore diretto.

Quindi, il primo (lo scrittore) deve ben interrogarsi sull’oggettività dell’opera posta in essere. Egli è uno studioso prima, un narratore dopo; e si trova su un piano altro. E cerca discenti. Spesso, questi ultimi, a digiuno dell’argomento (se intuitiva può essere la scoperta dell’America, meno intuitiva lo può la vita di Maometto), sentono tutto il peso dell’insegnamento loro rivolto (se intuitivo può essere, dopo anni di scolarizzazione, sapere chi è Leonardo da Vinci, meno intuitivo può essere, anche dopo anni di scolarizzazione, sapere cos’è stato il Rinascimento).

Una cosa è studiare il periodo x ed il soggetto storico y sui libri di storia, classificatori e datanti, ed una cosa è con quella storia (vita quotidiana soprattutto) interagire tramite la narrativa. La narrativa storica è la narrativa del particolare, della curiosità e persino dell’umana idea soggettiva. Non si può iniziare un libro di narrativa storica come se fosse un libro di storia sacrosantamente documentata, ossia bibliografata o scartabellata in archivi.

In archivio, “io storico” vado leggo appunto ricostruisco (o cerco di ricostruire) pro veritate.
La verità può essere quella processuale o quella testimoniale, o entrambe. Scopro, insomma, e ritrascrivo. Magari scopro un fatto a lungo celato, ma non invento; al più ipotizzo, ove la penna dell’uomo o la sua reticenza diede modo di esplicare una o più futura/e ipotesi. Posso mistificare, ma non inventare. Posso mal leggere e mal ricopiare, ma non scrivere 1984 di Orwell.

Questa situazione non viene a spiegarsi, almeno non in via diretta, leggendo un contemporaneo. Il contemporaneo, per il fatto stesso che vive la mia stessa epoca, può essere più originale di me nella lettura della realtà, ma la realtà è e rimane oggettiva, e da entrambi i soggetti conosciuta. Esempio: sbarcano in Italia un certo numero di emigrati provenienti dal Paese extracomunitario Q. Posso pensare che sono scappati dalla miseria e dalla dittatura. E va bene… può pensarlo anche il mio co-lettore della realtà, ma partire da una diversa contestualizzazione della realtà d’origine del soggetto. Così, uno stesso fenomeno, attualissimo, subisce il peso di diverse concettualizzazioni, in una catena di vero-falso di difficile districabilità. Il fatto, però, rimane, ed il fatto è che Abdul (emigrato) proveniente dal Paese Q è venuto in Italia.

Se nell’attualità l’opinionare è plurimo, anche la vita quotidiana d’un certo periodo storico dato e trascorso era plurima (sillogismo logico). Come uscire dall’impasse? Non essendo tautologici, potrebbe dire qualcuno.

Accolgo l’obiezione e mi attengo a certe regole, pur pensandole anch’esse in soggettività. Non ci sarebbe giurisprudenza, se non ci fosse necessità e poi esplicitazione di norma, e quindi lotta intorno alla stessa, indi civiltà, indi ancora storia, ed infine sua più o meno palese, soggettiva falsificazione.

In spirito divulgativo, basti ricordare che l’epica cavalleresca ed il romanzo storico s’intrecciano sui libri di testo in spirali conoscitive, che sono la base per comprendere ogni scelta scrittoria tesa al racconto del fatto quale evento realmente verificatosi. Capita di leggere romanzi storici che, avendo messo in risalto l’epica cavalleresca, hanno reso la base sociale di tutta secondarietà. Può capitare altresì che tale epica, diventando mero pretesto, crei degli ibridi, a metà strada tra ciò che fu del mondo e ciò che è del mondo, generando falsificazioni non sempre di tutta evidenza.


Se nel romanzo proposto non può dirsi che vi sia appieno una tale falsificazione (presupponente la falsificabilità), può senz’altro dirsi che d’essa vi sia in principio. Quindi, chi male o per nulla conosce il periodo ed il “personaggio” narrato, male imparerà attraverso la lettura che il “poeta” ne offre.


Se poi l’epico e l’eroico si confondono, il disastro conoscitivo è di tutta evidenza e tendente alla mediocrità.

In un’altra recensione, si è accennato alla possibile tentazione ad imbastire copie d’autore. Tale tentazione diventa forte e preponderante nel Cinquecento; appunto in tema d’epico ed eroico. Si è oggi non del tutto usciti da tale tradizione, che in Italia richiama alla memoria i tonti imperfetti dell’Orlando Furioso.

In più, all’epoca non si tenne ben in conto l’opinione neo-aristotelica, che voleva l’azione quale essenziale al poema eroico. Poema, questo, che doveva ridurre la verità a materia, adattandola a delle forme particolari, per la precisione le forme classiche.

Il passo dal poema epico-eroico al romanzo storico, figlioccio e mai figlio, segna la produzione di grandi opere narrative, siano esse romanzi (sempre in senso classico) o libretti teatrali (sempre in senso classico).

A me piacerebbe, inoltre, accennare al Machiavelli: il più illustre dei Nostri scrittori politici e storici.

Sono, alcune opere del Machiavelli, la chiave di molti romanzi sviluppatisi nella nostra contemporaneità sotto “pretesa” storia. Cito la novella Belfagor Arcidiavolo, perché secondo me è base del lavoro anche dello spagnolo Juan Benet. Tuttavia, l’uomo, crescendo, diventa serio, e ne Il cavaliere di Sassonia si perde l’umorismo tipico machiavellico (?)

Ciò detto, senza ulteriormente dilungarmi, “ritorno” al concetto altro di poetica. Senza definirla ai lettori di Transfinito, ho tuttavia la necessità di una segnalazione, dato che di linguaggio improprio, anche qui sul sito, abbiamo da occuparci. Non che ne siamo obbligati, ma ognuno deve ai propri ideali lo stesso rispetto che deve alla propria vita, che senza gli stessi non ha senso.

Nel risvolto di copertina al libro, si legge:

«Al centro dell’opera di Juan Benet, che costituisce il suo testamento poetico, vi sono quattro episodi della vita di Martin Lutero».

Scelta editoriale azzardata, priva di logica e per nulla buona. Si confonde poesia con poetica, a meno che il «testamento poetico» non sia «della poetica».

Ma, a parte questo dato, sul quale si richiama l’attenzione di studiosi seri e ancora amanti della cultura letteraria, ciò che a me ora preme è uscire dalle maglie tediose della critica, ed improntare una mini-didattica dello scrivere, onesta e gratuita, scevra dal pagamento di rette alle cosiddette scuole di scrittura.

Questa piccola didattica dice: io scrittore, con somma fatica-dedizione-tensione, imbastisco una storia. Su questa storia tu, lettore, ragionerai fino a scoprire il risultato, od esserne scoperto. La meraviglia, indi, giocherà nella tua mente quel quid pluris che ai tuoi occhi mi rende scrittore.

Se al lettore si toglie la meraviglia (che è tutta sua e non dello scrittore), cosa egli da sé, attraverso lo scrittore, può imparare?

E, ancora e meglio, se gli si svela la trama e la base reggente la stessa casa, alla fine il povero lettore legge? Ecco perché ci sono case editrici piccole e grandi.

Non per fatturato infatti, si è piccoli o grandi, ma per prestigio. Ove per prestigio s’intende studio-cura dall’editore dedicati ai libri che propone in lettura. Nulla di più sbagliato, e succede spesso, che anticipato sia il personaggio principale, quando l’arcano da svelare risieda proprio in questo.

Sempre sul risvolto di copertina, si legge:

«Episodi che risalgono al periodo in cui il monaco agostiniano aveva già consumato la rottura con Roma, ma non aveva ancora dato avvio alla grande ribellione che doveva sconvolgere la storia d’Europa».

E, come se fin qui non fosse bastato, senza il rispetto per chi legge, s’insiste:

«Un viaggio in incognito del “Cavaliere Jorge”, l’incontro con l’imperatore Carlo e via via i vari momenti della vita di Lutero diventano, in queste pagine, lo specchio di una generale condizione umana, in cui volontà individuale e destino sono colti nel loro drammatico e irresolubile contrasto. Attraverso una prosa, che ha acquistato il dono della semplicità e dell’essenzialità, Benet trasforma un pretesto storico in un’affascinante meditazione sulla ricerca dell’uomo».

Non volendolo, riportando testé tutto il risvolto di copertina, ho ripetuto l’errore dell’editor.
È un bel libro però, e se non l’avessi già, lo comprerei. Chissà se si trova ancora, e che distribuzione ha avuto!

Agosto 2011.

Juan Benet è nato a Madrid nel 1927, e nella capitale spagnola è morto nel 1993.

Titolo originale dell’opera: El Caballero de Sajonia; traduttrice: Giuliana Tregua.

Dell’autore la stessa casa editrice ha pubblicato, oltre che all’opera succitata nel 1994, anche Lance spezzate ed Un viaggio d’inverno.

Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.

Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere gluten sensitive e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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19.05.2017