Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Quale psicanalisi. Intervista a Erik Porge

Alessandra Guerra
(3.10.2011)

Alessandra Guerra: Grazie infinite per la sua disponibilità e per la sua attenzione al Manifesto italiano, così come per le sue risposte alla nostra intervista. Il primo dei nostri incontri verteva sulla formazione dello psicanalista. Oggi ci occupiamo della clinica psicanalitica.


Perché una tale tematica? Oggi, regna purtroppo ancora in Italia una confusione assoluta in cui clinica psicanalitica e medica si confondono: medicina, psicanalisi e psicoterapia sembrano una sola e unica cosa.


I suoi due ultimi libri trattano proprio di tale questione: Trasmettere la clinica psicanalitica, I fondamenti della clinica psicanalitica. Se l’editore lo permette noi potremmo mettere le copertine dei libri sul sito, in modo che il nostro pubblico conosca i suoi libri, il nostro pubblico italiano ma non solamente...

JPEG - 209.9 Kb
Opera di Christiane Apprieux

A partire da domande molto concrete vorrei indirizzarla verso una prima problematica: quale è secondo lei la differenza tra clinica psicanalitica e clinica medica, come si può rendersene conto? Le mie domande possono sembrarle estremamente banali ma purtroppo, lo ripeto, la situazione attuale in Italia è tale che mi sembra essenziale di dibattere delle basi stesse del discorso e della pratica psicanalitica.

Erik Porge: Buongiorno Alessandra, sono lusingato di parlare con lei una seconda volta su queste questioni. Proverò a risponderle proprio su ciò che richiede schiarimenti e sullo specifico della situazione in Italia. Situazione che si può riassumere così: quella di una confusione tra psicoterapia e psicanalisi: È oggi la posta in gioco del dibattito e del confronto.


La psicanalisi è un nuovo discorso che è emerso nella storia con Freud tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Un nuovo discorso: ovvero che non esisteva prima, esiste da quel preciso momento, con tale origine storica. Dire questo subito vale a sostenere che ci sono delle differenze con tutto ciò che si chiamava psicoterapia ed esisteva già prima della psicanalisi. Qualcosa di nuovo è apparso in quel momento e già si è distinto dalle forme esistenti di psicoterapia. Qualcosa di nuovo per via della sua origine, grazie a Freud, rispetto al senso della sua dottrina e della sua pratica.


Rispetto al senso della sua origine: all’inizio Freud ha creato la psicanalisi a partire dalla sua esperienza medica, poi da quella dell’ipnosi, poi ha disgiunto la psicanalisi dall’ipnosi. Per tutta la sua vita Freud ha dovuto combattere per mantenere la specificità della psicanalisi sia nei confronti di ciò che non era la psicanalisi (la medicina, le forme di psicoterapia, ecc.) sia nei confronti delle deviazioni della psicanalisi.


La questione della specificità della psicanalisi si è posta con la sua stessa nascita e non ha smesso di porsi con differenze che variano a seconda delle epoche. La questione è interna alla psicanalisi e consiste nel dover sempre ricordare e definire la sua specificità rispetto al settore delle psicoterapie. Rispetto alla medicina, per esempio, si può dire che la psicanalisi è legata al trattamento dell’isteria che ne ha fatto Freud; l’approccio di Freud si è distinto da quello psichiatrico, tanto più che per la psichiatria l’isteria è stata assimilata spesso a una forma di simulazione. Ma l’isteria può confondersi con altri tipi di malattie trattabili dalla medicina. Tuttavia da subito Freud s’accorge che la paralisi isterica non segue il tragitto dei nervi. I sintomi sono un modo di parlare per mezzo di una parte del corpo che si esprime ma senza che ci sia una corrispondenza con le localizzazioni nervose. Qualcosa riguarda al tempo stesso il corpo, che non è organico nel senso medico del termine: non c’è nessuna lesione corporale localizzabile nel corpo. È dunque nel contempo vicino alla medicina, poiché la medicina si interessa al corpo, alla sua fisiologia, alla sua patologia, ma è un corpo sul quale la medicina non poteva dire niente; è per questo che si arenava nel volere trovare delle cause all’isteria senza mai arrivarci. C’è voluto Freud affinché infine si capisse qualcosa di questa malattia (se si vuole chiamarla così) conosciuta da secoli. È una manifestazione del corpo legata al linguaggio, legata a enunciati, che si esprimono nel corpo in una forma simbolica, legata ai ricordi d’infanzia... Come se una parte del corpo fosse una parte della memoria di qualcuno rimossa e fissata nel corpo.


Si nota già alla partenza come la psicanalisi abbia potuto differenziarsi dalla medicina. Ma oggi, proprio perché spetta alla psicanalisi di riaffermare la sua specificità, essa deve confrontarsi con altre influenze che hanno deviato l’approccio dell’espressione dei disturbi, dei sintomi come li si coglieva al tempo di Freud. In questi fattori bisogna contarne parecchi altri. Dapprima, l’arrivo della farmacologia nella patologia psichiatrica nel 1952. C’è stato anche il peso della richiesta dello Stato di controllare le patologie in un senso di sempre maggior sicurezza, in qualche modo di prevenzione, con il pretesto della predizione. Si sono notati recentemente degli abusi: predire la delinquenza osservando i bambini tra zero e tre anni. Ciò ha suscitato in Francia e a buon diritto molte critiche. C’è infine l’importanza del discorso capitalista, il discorso liberale, di redditività, di gestione che cerca di controllare sempre più l’organizzazione della società, ivi compresa l’organizzazione intima, l’organizzazione psichica delle persone, la questione dell’intimità delle persone rispetto alle preoccupazioni economiche di redditività e di resa nel lavoro, facendo intervenire il peso economico delle assicurazioni che rimborsano i trattamenti delle malattie. La regolazione trascina inevitabilmente alcune contestazioni verso i tribunali e tutto ciò ha per conseguenza una tendenza alla riduzione al settore giuridico del campo della salute.


C’è in questo modo un sistema di controllo della salute nel quale è inclusa la salute detta mentale, in cui le preoccupazioni cliniche sia passano in secondo piano sia sono completamente trasformate dal discorso liberale che offre un approccio della patologia clinica che non è più rigorosamente individuale ma che diviene collettiva, che diventa pure statistica con i suoi malcelati pensieri di fondo e con giustamente un fondo economico, di redditività, meno appariscente ma che fornisce un migliore controllo della segregazione, per scostare quelli che sono meno produttivi, relegare in qualche modo tutto ciò che è dell’ordine della malattia sul bordo della strada, per lasciare la via libera che a quelli che sono più produttivi.


Questa politica della salute sostenuta dalle assicurazioni private, dai laboratori farmaceutici, dunque una politica instaurata dallo Stato, ha delle conseguenze sulla formazione medica. Ma tocca anche la formazione degli psicanalisti con il decreto sulle psicoterapie che crea un nuovo corpo di professioni sulla salute mentale a un costo inferiore e destinato alle funzioni di emergenza per risolvere alcuni problemi sociali. Si assiste sempre più ad un giurisdizionalismo della salute: le persone si mettono a intentare dei processi perché non sono contente delle cure; una specie di mentalità giudiziaria s’installa quale corollario del nuovo accesso della clinica stessa.... Fino al punto di un vero ribaltamento: se si prende per esempio la questione dei medicinali ci si accorge che non sono più là per curare le malattie ma che li si inventa per trovare poi una malattia da curare. La clinica analitica è inclusa in questa novità. Dove sbocca questa situazione? Per attenermi a cose molto precise, prenderò in considerazione la questione della iperattività nei bambini (ma se ne parla adesso anche rispetto agli adulti) ai quali bisogna prescrivere del Ritalin. Di fatto si è trovato dapprima il Ritalin e poi si è cercata una malattia che poteva corrispondere alla prescrizione di questo medicinale. Si è giunti a fabbricare questa entità che non ha nessuna consistenza – l’iperattività -, cosa che non vuol dire niente perché un bambino può essere iperattivo per un’infinità di ragioni. Non si tratta di un’entità patologica in sé ma lo diventa per potere giustificare la prescrizione del Ritalin e fare degli esami di laboratorio costosi alla ricerca di anomalie del Dna, ecc. Si tratta qui di fare entrare nella medicina questa patologia.


Stessa cosa con la questione della depressione: è diventata un ripostiglio; ci si mette dentro un sacco di cianfrusaglie e risulta giustificata dalla prescrizione di antidepressivi. Persone che hanno avuto dei periodi d’angoscia dicono che sono stati depressi e si è prescritto loro degli antidepressivi. La depressione diventa dunque un ripostiglio, un alibi per potere prescrivere dei medicinali.


Per restare in questo approccio della clinica, lo psicanalista non può oggi non oggi interrogarsi sull’utilizzazione che fa dei termini medici, sul fatto di convalidare o meno delle nominazioni, un nosografia fabbricata per scopi commerciali. Non voglio dire che non ci siano dei depressi! Ma ciascun caso è particolare, e solo così si ritrova la specificità della condotta psicanalitica: essa consiste nel ricevere qualcuno su sua richiesta, una domanda personale e particolare, e non perché gli si è prescritto un trattamento ma perché egli stesso lo chiede. Lo scopo non è la prevenzione della malattia, il miglioramento del suo livello di vita o un surplus di felicità. Perché qualcuno va da un psicanalista? Perché c’è qualcosa che blocca, che non va, qualche cosa che emerge e di cui ci si rende conto: può essere l’angoscia, le relazioni sociali, i legami d’amore, la ripetizione di insuccessi in questi campi, ecc. È qualche cosa che è enunciato attraverso una domanda, una domanda di miglioramento, ma una domanda in cui il soggetto non sa subito esattamente qual è il suo sintomo. L’analista accetta di ascoltare questa persona. Talvolta occorre parecchio tempo per accorgersi di quale sintomo si tratta. Non è lo stesso modo d’intervento della medicina, quello che è riassunto dalla triade segno-diagnosi-trattamento. Nella psicanalisi i segni stessi dei sintomi, l’apparizione di questi segni è inclusa nel trattamento con la parola. I veri sintomi possono impiegare molto tempo per essere riconosciuti come tali. Quando il soggetto è in grado di enunciare ciò che fa sintomo per lui, questo marca spesso un certo progresso, il superamento di qualcosa.


Questa designazione dei sintomi richiede del tempo. È inclusa nello stesso parlare a qualcuno. Questo modo di parlare a un analista proviene dal fatto che c’è non solo qualcosa che non va ma qualche cosa che non va rispetto a cui il soggetto pensa che ci sia una ragione, una causa che proviene da lui ma che egli non sa, una parte di inconscio che amerebbe conoscere. È questo che lo porta a consultare uno psicanalista piuttosto che un indovino. Avverte che qualche cosa lo riguarda in modo più o meno oscuro in quello che non va con gli altri. Sente d’essere il detentore di un sapere insaputo, un sapere che non conosce, e che parlando, con le parole, i significanti acquisiscono un posto più o meno centrale, vanno a ricollegarsi gli uni agli altri e permettergli di avvicinare questo sapere.


Va ad avvicinarsi a questo sapere insaputo attraverso ciò che dice, ma anche ciò che non dice, attraverso le formazioni dell’inconscio: i lapsus, le dimenticanze, i sogni, ecc. Il soggetto si rende conto che ne dice più di quel che dice, più di quanto non sappia, dice altro: c’è un scarto tra ciò che dice e ciò che dice in più. Il sapere inconscio comincia così ad articolarsi e a permettergli di avere un ascolto di sé, che gli dà maggior sicurezza e gli permette... cosa? È qui che si vede come rispetto ai sintomi la via è differente da quella delle psicoterapie: beninteso il soggetto vuole essere sbarazzato via da ciò che non va, ma contrariamente alle psicoterapie non si va subitaneamente verso una soppressione del sintomo. Perché? In primo luogo perché bisogna reperire il sintomo. Secondariamente, certi sintomi possono non cedere completamente perché hanno una certa funzione per il soggetto e l’hanno anche nelle sue relazioni con gli altri, dentro o fuori la sua famiglia. Talvolta certi dispiaceri non possono essere soppressi senza creare altrove dei disordini.


Occorre tempo per apprezzare tutti i parametri in gioco. Si non può dire di primo acchito: “Bisogna sopprimere tale sintomo”. Quando il sintomo sparisce, completamente o no, si tratta del risultato di un certo numero di svolte in cui è stato esplorato il rapporto del soggetto con se stesso, con la sua esistenza, svolte che mettono il sintomo in prospettiva con gli elementi letterali precisi del discorso del soggetto. È certamente legittimo che il soggetto si aspetti una guarigione dall’analisi. Ma come lo dicevano Freud e Lacan: “La guarigione viene in sovrappiù". Non si tratta tuttavia di guarigione nel senso di restitutio ad integrum perché la psicanalisi, quando è condotta a termine, provoca una trasformazione del soggetto nel suo rapporto col mondo e con gli altri. Non è più lo stesso che era all’inizio della sua domanda di analisi. La sua soddisfazione non è più la stessa. Ci sono stati dei percorsi, dei messaggi che ha inteso e che gli fanno abbandonare, almeno in parte, le soddisfazioni che traeva dai suoi sintomi.


Se non si fa questo, capita che si sopprima un sintomo e un altro appaia immediatamente o che si rompa un intero equilibrio (che fa star male il soggetto ancora più di prima), o che la psicoterapia serva a guarire o più propriamente a rimuovere qualche cosa che appartiene al sintomo (e capita anche, non voglio dire che ogni psicoterapia sia condannabile). In tal senso, sufficientemente rimosso, il sintomo non è più troppo visibile, troppo ingombrante e il soggetto si accontenta. È un possibile risultato della psicoterapia, e perché no? Si può dirlo. Ma questo non è lo scopo della psicanalisi.


Può accadere che un sintomo sia mascherato - e può succedere anche nell’analisi - un soggetto interrompe la sua cura piuttosto rapidamente proprio perché il suo sintomo è sparito, dunque è contento e non vuole andare più lontano. Va bene! Tanto meglio per lui. Non si può dirgli: “Bisogna continuare l’analisi” se non ne non ha nessuna voglia! E non avrà altro senso da indicare che in questo caso la psicanalisi è stata essenzialmente una psicoterapia, funzionando sul modello di coprire un po’ le cause del sintomo e non di togliere completamente la rimozione. Ma lo psicanalista non ha da volere il bene del suo paziente al di là di ciò che chiede lo stesso paziente. L’analisi resta una decisione libera, quella del paziente, che può proseguire o meno. Certamente l’analista può incitare a continuare se pensa che sia necessario e che il soggetto non stia facendo altro che una gran cavolata, ma in ogni caso l’ultima parola spetta al soggetto.


Un certo numero di psicanalisi sono in effetti delle psicoterapie perché il soggetto non ha voluto andare più lontano ed è il suo diritto! Non si tratta, in nome della psicanalisi, di condannare la psicoterapia. Quello di cui si tratta è di marcare le differenze in modo che non ci sia confusione.


Gli scopi, i metodi e le dottrine non sono le stesse. La dottrina elaborata da Freud e da Lacan è estremamente ricca, la ricerca analitica è sempre in corso, si è modificata, trasformata, ha portato moltissimi concetti nuovi: l’inconscio, il transfert, la pulsione di morte, il soggetto diviso, lo stadio dello specchio, il nome del padre, ecc. L’elenco è molto lungo, è il sommario dei dizionari di psicanalisi, mostra la ricchezza dell’apporto teorico e dottrinale della psicanalisi. La psicanalisi resta una dottrina estremamente viva! Se la si paragona alla psicoterapia, non c’è confronto. E sin dall’inizio non si può dire "la" psicoterapia. La psicanalisi, anche se ci sono varie differenze nei riferimenti psicanalitici è organizzata intorno a una stessa origine: per richiamarsi alla psicanalisi occorre riferirsi al dire originale e inaugurale di Freud. Se si dice che l’origine della psicanalisi non è Freud, in quel momento si esce della psicanalisi: è un punto unanime qualunque siano le differenze (e sono numerose!) fatte in seguito nella lettura dei testi di Freud e nelle pratiche che ne conseguono.


All’opposto non c’è "la" psicoterapia. La lista delle psicoterapie recentemente invalsa indica trecento metodi di psicoterapie differenti. Del resto si può inventarne un’altra tutti i giorni. Nessuna unicità della psicoterapia! Questa differenza è molto importante. L’altro fatto è che alla ricchezza d’invenzione della psicanalisi si oppone una povertà dottrinale delle psicoterapie; avente ciascuna in generale due o tre idee principali intorno alle quali funzionano e che cercano di inculcare ai loro pazienti. Qui ancora un’altra differenza: la suggestione, l’utilizzazione del legame di suggestione tra il paziente e il terapeuta e, secondo il modello, l’applicazione di un certo sapere prestabilito a seconda del tipo di psicoterapia (il grido primordiale, l’ipnosi, il metodo di Rogers, ecc.). Si cerca di applicare un dato modello teorico consono a ogni paziente.


La pratica dello psicanalista è differente: la sua dottrina è in continua evoluzione e rifacimento; non si tratta di applicare un sapere prestabilito per la comprensione del paziente, di una terapeutica particolare. Per lo psicanalista è fondamentale che ciascuno sia affrontato come un nuovo caso, nella sua singolarità e per niente sul modello di un altro caso. Si tratta di sottoporsi alla singolarità dell’ascolto di ciascuno, essendo il metodo psicanalitico un metodo di ascolto. È quindi consigliato allo psicanalista di non capire troppo presto! È un punto molto importante che in generale gli psicoterapisti non adottano.... Di non comprendere troppo in fretta e di diffidare, sempre, beninteso non solo all’inizio poiché l’analista non sa niente, ascolta ciò che gli si dice, ha tutto da imparare, ma nel corso stesso dell’analisi. Ogni volta che l’analista interpreta deve diffidare di comprendere troppo rapidamente e di comprendere al posto del malato. Non tocca a lui di comprendere per il paziente! È compito del paziente comprendere!


L’elaborazione teorica della psicanalisi non serve per costituire un tipo di sistema di sapere in cui rinchiudere il paziente, ma al contrario per permettere una certa ascesi all’analista affinché ogni volta si apra a una più grande disponibilità verso la sorpresa, che è per eccellenza la manifestazione dell’inconscio.


Lo scopo della dottrina psicanalitica è di operare sulla mentalità dello psicanalista per permettergli di essere il più ricettivo possibile di fronte al paziente. La ricerca è una sua costante, irriducibile all’applicazione di un sapere, ma al contrario per sottrarre l’analista dal sapere, affinché possa ritrarsene. L’analista è preso in una posizione abbastanza contraddittoria poiché da un lato è consigliato allo psicanalista di essere il più erudito possibile, il più sapiente possibile, e da un altro lato deve essere il più pronto possibile a disfarsi di questo sapere. È preso dunque in un doppio modo di procedere contraddittorio, ma la posizione dell’analista è proprio questa! È a questo prezzo che può permettere all’analizzante di fare l’analisi; e la fa con l’aiuto dell’analista, purché non sia al suo posto ma in una posizione più ritirata su un piano simbolico. La posizione contraddittoria, instabile dell’analista, lo porta a non comprendere dall’esterno e a oggettivare i problemi del paziente. Non è là per capire perché è compreso nel discorso del paziente. È una posizione difficile. È quella in cui è posto dal transfert e questo è un punto di differenza essenziale rispetto alle psicoterapie: il riconoscimento dell’esistenza del transfert e l’accettazione delle sue conseguenze, ovvero di lasciarsi cogliere come oggetto del transfert dell’altro, che è necessariamente differente con ogni persona. Bisogna accettare questa posizione che Lacan ha definito come sbocco dell’azione del significante chiamato il soggetto supposto sapere, e che agisce come terzo nella coppia analizzante-analista.


Infatti l’analizzante che arriva in analisi coi suoi sintomi viene per sapere qualcosa e suppone che l’analista sappia, ma l’analista non ha a prendersi per il supposto sapere. Egli non sa ed è in tal senso che si tratta di una posizione difficile. Non sa ma ciò che sa è d’essere incluso nel discorso del paziente, come una parte del sintomo del paziente. Non c’è da un lato l’analista e dell’altro il paziente con il suo sintomo. Analista e analizzante formano una specie di coppia che insieme fa sintomo, in cui lo stesso analista è preso. C’è tuttavia asimmetria poiché l’analista è avvertito di questa cosa.


Ma l’analista può essere sorpreso anche dalle conseguenze di questo modo che ha l’analizzante di includerlo nei suoi sintomi, nel suo discorso: l’analista gioca col fuoco, per esempio col fuoco dell’amore o col fuoco dell’odio, il fuoco di tutte le passioni poiché egli non se ne sottrae. La difficoltà è di giocare col fuoco senza che tutto bruci e che tutto si fermi.


Intendere il sintomo come qualche cosa in cui l’analista stesso è preso, un sintomo che occorrerà scoprire nella sua formulazione, il suo dritto e il suo rovescio, scoprirlo con l’analizzante e aiutarlo proprio a trovare la sua propria verità: l’analista non ha un punto di vista di psicopatologo e ciò lo distingue anche in questo caso dalla medicina e dalla psicoterapia. Per riprendere la questione dell’isteria sfiorata prima: non è perché si adoperano dei termini psichiatrici (isteria, paranoia, perversione) che ciò va a corrispondere alle diagnosi di psicopatologia. Questo ultimo termine è emerso dalla psicologia, ma per l’analista non c’è psicopatologia… che varrebbe a dire che ci sarebbe prima una norma e poi una deviazione dalla norma (la patologia). Non si tratta di questo per l’analista. Non è perché utilizza dei termini ereditati dalla psicopatologia e dalla nosografia come isteria o nevrosi ossessiva, ecc. che è nello stesso discorso. Lacan l’ha detto molto nettamente: si è normali nella propria struttura. Questi termini rinviano alla struttura.


Che cosa è una struttura? È una struttura del desiderio, del desiderio inconscio; ci sono delle coordinate del desiderio inconscio, c’è un desiderio al di là della domanda. In tal senso la domanda di cura non chiede sempre una risposta in termini di cura com’è immaginato nella richiesta. Il soggetto può chiedere fin da subito di essere inteso nella sua sofferenza. Qualcuno può chiedere di essere curato, ma domanda tutt’altro che essere curato. La domanda di cura rinvia a un desiderio che occorre poter decifrare.


Si è normali nel proprio desiderio. I termini in cui si definisce una struttura possono o meno corrispondere a dei termini medici come “isterico”, per esempio quando si parla di “struttura isterica ". Ma “struttura isterica” indica un certo rapporto col desiderio e con la domanda di cui Lacan ha potuto dire che è “il desiderio insoddisfatto"; per l’ossessivo parla del “desiderio impossibile"; per l’analista del “desiderio avvertito"; per l’anoressia del “desiderio di niente”... È rispetto a un desiderio inconscio, (ovvero articolato a una domanda e a un godimento ma non articolabile come tale) che per ciascuno si esprime in termini singolari che bisogna intendere, e in tal modo si reperiscono i termini della struttura.


Per ciascun soggetto i termini sono messi in relazione gli uni con gli altri: domanda, desiderio,soggetto, inconscio, simbolico, reale, immaginario, le tre grandi categorie inventate da Lacan. A partire dalla loro organizzazione si può parlare di struttura. La struttura è un reale, nel senso che Lacan dà a questo termine nella sua triade: immaginario, simbolico, reale.


Il reale non è la semplice realtà che è una congiunzione tra simbolico e immaginario. Il reale è quel che c’è di strutturale. C’è un reale dell’immaginario e se si è la preda di un delirio, c’è un reale del delirio. Lacan ha definito il reale in molti modi: è ciò che ritorna allo stesso posto come le stelle; per un soggetto saranno i suoi punti di godimento che sono dei punti traumatici, per esempio come nei sogni traumatici, dei punti che ritornano.


Lacan ha anche potuto dire: “Il reale è l’impossibile”, per esempio: l’impossibile da simbolizzare. La struttura è reale nel senso che fornisce la disposizione di un certo numero di elementi reperibili, simbolici. Ma questa disposizione di per sé, se si notano gli effetti e le conseguenze, non si arriva a oggettivarla come tale, non si riesce a simbolizzare la consistenza di questa disposizione in quanto tale per mezzo dei termini che la compongono; manca una garanzia, e questo fa dire che ciò corrisponde al reale come impossibile da dimostrare. Questo reale come impossibile, Lacan dice che è legato al numero. Quando si parla c’è sempre qualcosa che appartiene al numero in gioco. È il caso di dirlo poiché il reale del numero è quello del soggetto dell’inconscio. Come si conta questo soggetto? Accade che lo faccia con un errore di calcolo e che così si identifichi a ciò che si conta come più di uno.


La nozione del reale non è la realtà ma è legata a ciò che il filosofo Alexandre Koyré ha potuto formulare del reale nella scoperta della scienza a proposito del movimento d’inerzia: se niente si oppone, il movimento sarà all’infinito. È qualcosa che nessuno ha mai osservato, si è dovuta costruire l’equazione del movimento d’inerzia per far avanzare la scienza moderna; il reale è qualcosa che si pone in una formula ma che non si osserva mai.




A.G. Vorrei farle una seconda e ultima domanda: ha detto che l’analista è implicato, che non è esterno nel processo della cura, come lo sarebbe il medico che guarda. Che cosa comporta questo elemento in termini di etica dello psicanalista?


E.P. La sua domanda mi ha fatto pensare che Lacan ha dedicato un anno di seminario con questo titolo, L’etica della psicanalisi, nel 1959-1960, per dire che questa domanda è fondamentale.


Si tratta in effetti di vedere in cosa l’etica della psicanalisi rinnova l’antica questione dell’etica. Lacan studia i punti di vista di Aristotele e di Kant. Per Aristotele il Bene è ciò che è buono per sé, ciò che fa piacere. Nella sua etica Aristotele esclude i malati mentali mentre la psicanalisi si occupa della malattia mentale.


Per Kant l’etica è l’imperativo categorico. La lingua tedesca permette la distinzione tra il buono e il bene, Kant mostra che il bene non è necessariamente ciò che è buono. Per Kant il Bene è enunciato da una massima universale, quel che chiama imperativo categorico e che è completamente indipendente da ciò che appartiene all’ordine del piacere, dunque alla patologia, alla sofferenza, all’affetto. Esiste una regola morale indipendente da ogni esperienza di soddisfazione.


La psicanalisi permette di fare un passo supplementare che tiene conto di questi due tempi e di mostrare che la questione etica va al di là di ciò che fa piacere (che Freud traduce con “principio del piacere”), c’è un al di là del principio del piacere e Freud l’ha posto come tale: la pulsione di morte, ovvero qualcosa per il soggetto che funziona al di là del principio di piacere. È là che Freud e poi Lacan hanno localizzato la questione della ripetizione: ciò che va a ripetersi di qualcosa che manca, un oggetto di soddisfazione piena che rivela al cuore stesso della soddisfazione qualcosa di insoddisfacente, come un vacuolo, qualcosa che non è presa nel principio di piacere dell’organizzazione simbolica e che gira intorno a un buco, dove c’è mancanza di rappresentazioni e di rappresentanti della rappresentazione, quel che Freud chiamava “la cosa”, das Ding, e che Lacan chiama un reale, un punto nodale al di là del senso dei termini di Buono e di Bene, perché è un luogo radicalmente fuori dal senso, ma non fuori dal godimento.


Tenere conto di questo, la regolazione, l’aggiustamento del desiderio del soggetto rispetto alla “cosa”, costituisce per l’esattezza l’etica. Mentre le altre etiche di ordine filosofico restano tributarie di un ideale: sottomettersi a un ideale dà la regola etica. Per Lacan la regolazione dell’etica si fa sulla dimensione del reale. Lacan sposta la questione dell’etica, della sua individuazione tramite l’ideale, per dargliela attraverso la questione del reale.



Per gentile concessione del sito: Manifesto per la difesa della psicanalisi


Gli altri articoli della rubrica Psicanalisi :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

3.04.2017