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Dal revisionismo alla controvisione: la posta in gioco delle immagini

Giancarlo Calciolari

L’uomo non può farsi immagini e semmai si può dire che l’uomo è fatto dalle immagini, sulle quali per altro l’ipotesi teologico politica non ha nessuna presa. La presa è delle immagini. Questa è la controvisione.

(29.08.2011)

La pseudo vita vede, prevede, sino alla mondovisione. Ma potrebbe fare le pulci su tutto, nel senso della micro visione, quella della microfisica del potere di Foucault. Questo per dire che il revisionismo come ciascuna visione è contro la vita. Il prevedere la vita (che è l’operazione richiesta da Platone e che inaugura la mitologia della caverna) è il modo di creare la propria prigione.


La storia è la ricerca. Se la ricerca è sospesa o evitata, negata o tolta, allora rimane la storiologia del sistema in tutte le sue varianti algebriche e geometriche. Il revisionismo storico appartiene al “visionismo” storico in tutte le sue varianti. In altri termini la legittimazione del pensiero nazifascista ha come sovrano che decide nello stato di emergenza un nazifascista. Se n’era accorto Lenin che ogni partito ha la struttura del partito fascista. I partiti non ne traggono la conseguenza logica per mettere in gioco la loro presunta istituzionalità teologico-politica e rifondarsi come dispositivi temporali ciascuna volta differenti per ciascuna battaglia.

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Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", 2011, cifratipo, olio su carta Artem di Fabriano, cm 50x70

Il nazifascismo è la versione storica del Novecento delle genealogie di potere che hanno imboccato questa strada per contrastare l’avvento dell’anticristo, prima della fine del mondo e del ritorno del figlio di dio. E questo anche per gli atei che datano sempre a partire da Cristo. I vari sistemi di gestione del potere applicano i tre principi dell’antivita: principio di identità, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso. Sono gli stessi principi del razzismo. Quindi se il nazifascismo è legittimato, non solo in Olanda e in Ungheria, ma anche in Francia e in Italia, è perché nuove esclusioni sono in gioco, visibili, come negli sbarchi a Lampedusa, o invisibili come nell’enorme spaccio di psicofarmaci che non è secondo a quello della droga.


Non c’è una dottrina politica che sfugga all’ipotesi teologico politica. La querelle del secolo scorso tra un giurista e un teologo, Carl Schmitt e Erik Peterson, ha posto la questione senza risolverla, nel senso che il nazista Carl Schmitt ha mostrato come la liquidazione di ogni teologia politica sia una leggenda. E l’amico di Schmitt, in divergente accordo, Jacob Taubes non ha trovato l’uscita dalla dicotomia amico-nemico e quindi nemmeno quella dalla teologia politica, che reperisce nelle lettere di Paolo. Parrebbe quasi, secondo Taubes, che si possa vivere privatamente la teologia e pubblicamente la politica. Quanto meno è l’auspicio e la via della lettura e dell’opera di Taubes.


Possiamo astrarre dalla vicenda di Carl Schmitt che la teologia politica è il fondamento di ogni razzismo avendo di fronte il nemico, quello che ha un’altra teologia politica. La guerra di religione come guerra civile globale. È ancora tale la situazione nel pianeta. È questa teoria teologico-politica che lo porterà alla distruzione, nel senso che ogni teologia (per limitarci alle quattro più note: ebraismo, cristianesimo, islamismo e ateismo) dovrebbe terminare con l’eliminazione delle altre teologie. La chiesa universale e la guerra santa perseguono la stessa strategia. E così ha fatto l’ateismo di stato nell’Unione sovietica.


Jacob Taubes s’accorge con apprensione che l’ebraismo è teologico politico; e l’aveva ben capito Spinoza che ha cercato di distogliere la vita dalle ipoteche teologiche e politiche. Per altro annotiamo come non ci sia teologia-politica in Gesù e come questa appaia solo con Paolo. Ma c’era già nel pensiero greco: dalla caverna prigione di Platone al sistema (anche sillogistico) di Aristotele si tratta proprio della stessa questione della teologia politica, della logica del fallo con i suoi “due pesi e due misure”, per chiarezza: un peso e una misura per gli amici e un peso e una misura per i nemici, e ogni algebra superiore o più complessa può essere ridotta a questa alla logica diadica amico-nemico.


Non c’è bisogno di provare sulla propria pelle i volta faccia degli amici per incominciare, non a prendere i propri nemici come gli unici amici, ma per sospendere la credenza nel nemico, eminentemente gnostica. La gnosi non ha davanti la qualità, l’approdo alla verità e alla cifra, ma ha davanti la quantità divisa in buona e cattiva.


La parola è inconfiscabile, non c’è sistema teologico politico che possa tacitarla. I sistemi sono sempre in crisi, sono “uroborici” nel senso che come il mitico serpente si divorano circolarmente la coda. Non differente è il serpente del Genesi, “astuto” o “nudo” che sia. Occorre non cedere sull’essenziale, sulla libertà della parola (e non del soggetto). Occorre più che mai la politica dell’ospite e non la teologia politica dell’amico-nemico. Politica dell’altro tempo. La politica singolare dell’abduzione per ciascuno e non la politica logico-deduttiva e oggi sempre più seduttiva (liturgica e cerimoniale) degli uni contro gli altri.


Il revisionismo, sia quello presunto buono che quello cattivo, distrae dall’accorgersi che la legittimità del “visionismo” , conformista o anticonformista è posticcia, come il revisionismo stesso. L’uomo non può farsi immagini e semmai si può dire che l’uomo è fatto dalle immagini, sulle quali per altro l’ipotesi teologico politica non ha nessuna presa. La presa è delle immagini. Questa è la controvisione.


In ciascun momento della vita occorre instaurare nuovi dispositivi senza più giustificazione teologico-politica, senza più iconolatria e iconoclastia.



Giancarlo Calciolari


13.8.2011


Scritto per la rivista “Helios Magazine” di Reggio Calabria, diretta da Pino Rotta


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