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Per niente

Marina de Carneri

Le sorti dei sessi sono inevitabilmente intrecciate, ma la presa di coscienza della dura legge della sessuazione come prodotto storico, che è stata la conquista del movimento femminista, ha trovato pochi interlocutori in campo maschile e corre costantemente il rischio di rifluire nell’oblio della feticizzazione dilagante.

(29.08.2011)

Il grande merito di Jacques Lacan per quanto riguarda la teoria della differenza sessuale sta nell’aver detto ad alta voce una verità da sempre dissimulata, cioè che la Donna non esiste. Con questa formula, che ha sorpreso e scandalizzato, Lacan intendeva fare un’affermazione sulla non esistenza di un universale femminile, voleva cioè dire che la donna non esiste in quanto concetto nel codice simbolico delle culture umane. Tuttavia, che la Donna non solo non esista, ma nemmeno possa esistere in quanto universale dipende da come si costruisce l’idea di universale, di inconscio, di desiderio, di fallo e di significante. Vediamo cosa dice Lacan:


la donna esiste in quanto esclusa dalla natura delle cose che è la natura delle parole e bisogna dire che se c’è qualcosa di cui esse stesse si lamentano abbastanza per il momento è proprio questo—semplicemente, non sanno quello che dicono, ed è tutta la differenza fra loro e me.[1]


Riformuliamo: le donne si lamentano di essere escluse dalle cose, cioè dai luoghi dell’azione, del potere, e della produzione, ma nel loro lamentarsi non colgono il fatto che la loro esclusione si gioca su un altro livello, quello della natura delle parole che, precisa Lacan, determina la natura stessa delle cose. Le donne quindi non sanno quello che dicono non solo perché sono state storicamente escluse, ma perché la vera causa della loro esclusione sta nella natura delle parole.

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Hiko Yoshitaka, "Per niente. Omaggio a Marina de Carneri", 2011, cifratipo, olio su carta

Insomma, l’universale femminile non può esistere perché è escluso dalla natura stessa del linguaggio, cioè dal modo in cui il senso si costituisce. In questo modo di ragionare è sottintesa una concezione dell’universale che nasce dal dibattito in ambito scolastico. Nel medioevo la questione era di comprendere se l’universale inteso come identità di specie o di genere fosse un’entità reale interna alla cosa stessa (in re), cioè ciò che la cosa realmente è in sé (ousia, nella dizione aristotelica), se fosse un’idea platonica nella mente di Dio (ante rem), se fosse un semplice nome (flatus vocis), cioè una convenzione verbale senza nessun legame con la realtà come pensava Roscellino, oppure se fosse invece un concetto, vale a dire il risultato di un processo di elaborazione logico-linguistica capace di manifestare l’essenza delle cose. Questa posizione, detta “concettualismo” fu sostenuta da Abelardo nel XII secolo ed è la stessa a cui si rifà implicitamente Lacan.

Nella determinazione della differenza sessuale, Lacan mostra di concepire l’universale che definisce il genere sessuale come l’effetto di un discorso (ciò che Abelardo chiamava sermo), un’elaborazione logica che agisce a livello inconscio e che permette all’essere umano di definire se stesso in relazione all’altro. La pratica della psicanalisi porta Lacan a concludere che mentre esiste un concetto/discorso che definisce la mascolinità, non ne esiste uno che definisce la femminilità se non come polo negativo della diade sessuale. Non disponendo di un universale che la rappresenti nella sfera sociale, la femminilità è invisibile anche a se stessa, anzi per essere esatti è inesistente. Per esprimere questa idea, Lacan dice che esistono le donne ma non La Donna, cioè esistono tante donne diverse, ma non esiste La Donna in quanto concetto, se non dal punto di vista della Madre perché l’unico modo in cui la femminilità si può “scrivere”, afferma Lacan, cioè può emergere nel sistema simbolico (vale a dire nella cultura) come universale è attraverso la funzione materna, cioè la funzione di generazione e distruzione, di vita e di morte di cui rimane traccia nelle mitologie orientali e occidentali, inclusa quella cristiana e di cui anche Freud ha scritto ne “Il motivo della scelta degli scrigni”.

In questo breve saggio, Freud mette in luce il tema letterario e mitologico della triade femminile (ad esempio, le Moire, le Parche e le Norne) che si allaccia al motivo dell’obbligo dell’eroe di scegliere fra tre donne, tra le quali alla fine viene sempre preferita la meno appariscente, la più umile e la più silenziosa. Si tratta, osserva Freud, di una donna definita da un segno meno: colei che non parla, colei che non si mostra, insomma colei che non è, cioè la Morte. Ma a volte si dà anche il caso opposto, dice Freud, perché secondo un procedimento apotropaico di inversione, nel tema della triade la scelta può anche cadere sulla più bella e desiderabile, Afrodite, come nel caso del giudizio di Paride. Dice Freud:


Sappiamo già come l’uomo impieghi l’attività della sua fantasia per soddisfare quei desideri che non trovano appagamento nella realtà. Così la sua fantasia si ribellò all’intuizione calatasi nel mito delle Moire e creò l’altro mito—che deriva dal primo—nel quale la Dea della Morte fu sostituita dalla Dea dell’Amore e dalle raffigurazioni umane che ad essa possono essere equiparate. La terza delle sorelle non soltanto non è più la morte ma è addirittura la più la più bella delle donne, la più buona la più desiderabile, la più degna di essere amata.[2]

Vediamo allora che la donna appare nell’immaginario collettivo maschile non come un soggetto desiderante, ma come qualcosa di più e di meno, come un’immagine archetipica, come uno schermo su cui vengono proiettati il desiderio e la paura dell’uomo. Dice ancora Freud:


Si potrebbe affermare che ciò che è qui raffigurato sono le tre relazioni inevitabili dell’uomo nei confronti della donna: verso colei che lo genera, verso colei che gli è compagna e verso colei che lo annienta; o anche le tre forme nelle quali variamente si atteggia l’uomo nel corso della vita, l’immagine materna: la madre vera, la donna amata che egli sceglie secondo l’immagine della madre e infine la madre-terra che lo riprende nel suo seno. Ma quando un uomo è ormai vecchio, il suo anelito all’amore di una donna, quell’amore che a suo tempo aveva ottenuto dalla madre, è vano. Solo la terza delle creature fatali, la silenziosa Dea della Morte, lo accoglierà tra le sue braccia.[3]

Sarà pure la morte, ragiona l’inconscio maschile, ma che almeno abbia un corpo di donna. Questo mette in luce il fatto che l’attrazione inconscia dell’uomo verso la donna sia prima di tutto di tipo anaclitico cioè “per appoggio”, (Anlehnung) poiché deriva dall’amore che il bambino prova per la persona a cui deve la sopravvivenza (a cui si appoggia), cioè la madre.[4] In questo senso, l’amore maschile per una donna si costituisce su un livello profondamente primitivo, cioè non dialettizzato dal cambio di oggetto che è richiesto invece al soggetto femminile: non c’è un passaggio compiuto dalla madre alla donna, la donna in fondo rimane sempre la madre e la madre è amata in funzione delle cure che dà, non per quello che è. Ciò che lei è in sé e per sé insieme a quello che lui significa per lei viene mascherato da una presunta simmetria (“il suo desiderio è il mio”), oppure semplicemente rimane fuori cornice, ai margini, non interessa l’uomo che ama vedere del femminile ciò che lo appoggia e a cui si appoggia, cioè che si presta a fargli da completamento.[5]

Ma perché secondo Lacan da un punto di vista linguistico e simbolico l’universale “Donna” non può costruirsi, mentre l’universale “Uomo” esiste? Si potrebbe obiettare che poiché esistono due parole diverse per definire i due sessi, devono esistere anche due definizioni diverse di ciò che li caratterizza. E infatti esistono: una rapida occhiata al dizionario ci informa che “uomo” significa “individuo di sesso maschile della specie umana opposto e complementare alla donna”, che è a sua volta descritta come “opposta e complementare all’uomo”. Certo, sono definizioni poco informative, diciamo pure tautologiche, ma vediamo che ricorre l’idea di completamento: un sesso sarebbe complemento dell’altro, anche se in fin dei conti se si va a cercare nei miti, la cosa non è davvero reciproca perché, come è noto, nella seconda versione della creazione riportata dal Genesi, Dio creò la donna da una costola dell’uomo, non viceversa. Tuttavia, i dizionari moderni sono politically correct, coltivano la simmetria perché non vorrebbero sminuire nessuno; anche loro cercano di dissimulare il fatto che la Donna non esiste. Non è quindi a livello della definizione delle parole che si deve cercare il significato della femminilità e della mascolinità, ma al livello delle significazioni che hanno luogo su quella che Freud chiamava “l’altra scena”, cioè nel campo dell’inconscio. La portata rivoluzionaria della psicanalisi sta appunto nell’aver rilevato la forza determinante dell’interpretazione inconscia nella formazione degli individui e delle istituzioni umane. Si tratta però di capire che cos’è e come funziona l’inconscio. Vediamo prima di tutto come si poneva la questione per Freud.

Il dato su cui si basa la differenza sessuale è prima di tutto morfologico; è la differenza visibile dei corpi che si fonda su un tratto distintivo principale che dà valore a tutti gli altri: la presenza o assenza del pene, cioè dell’organo sessuale maschile. Freud fu il primo ad accorgersi che avere o non avere il pene viene ad assumere nella mente di un bambino di sesso maschile un significato che va ben oltre la semplice constatazione di una differenza. Dal punto di vista di un maschietto, l’esistenza di esseri umani privi di pene sembra costituire un’insormontabile causa di angoscia perché suggerisce la possibilità della castrazione, cioè l’eventualità di uno smembramento, un decompletamento del proprio corpo, un corpo che il bambino sta per giunta faticosamente imparando a coordinare e controllare. Insomma, l’incontro del maschietto con la femminilità è già fin dall’inizio un disastro, una minaccia terribile alla propria integrità fisica: ne va davvero della sua vita perché il suo corpo potrebbe finire in disiecta membra, in pezzi staccati. Non c’è da meravigliarsi quindi che nella narrazione biblica questo senso di decompletamento venga rappresentato come la creazione della donna da una costola dell’uomo. Ma esiste anche un altro mito che esprime l’angoscia di castrazione, è quello di Pandora, la donna creata da Zeus perché sia una punizione per gli uomini. Zeus vuole punire gli uomini per il loro eccesso di tracotanza, di padronanza, perché Prometeo aveva rubato il fuoco agli Dei. Zeus quindi chiede a Efesto di creare una donna che possieda tutte le virtù (pan doron, tutti i doni) e a lei consegna un vaso con l’ordine di non aprirlo mai. Quando Pandora va in sposa ad Epimeteo, fratello di Prometeo, non riesce più a trattenere la curiosità e apre, o forse dovremmo dire, manda in pezzi il vaso da cui escono tutti i mali del mondo, oppure secondo un’altra versione, da cui volano via tutti i beni del mondo, tranne la speranza. Il vaso integro o chiuso, quindi, contiene e mantiene il bene, ma il vaso aperto o infranto indica un corpo ferito, mutilato, castrato e di questo è responsabile la donna, punizione per l’uomo, causa di tutti i mali.

È difficile convincersi che un regime culturale che è durato millenni si fondi anche su interpretazioni immaginarie primitive, difficile ma altrettanto difficile da smentire. In “Analisi terminabile e interminabile” Freud con un certo umorismo osserva:

Di tutte le false credenze e superstizioni che l’umanità reputa di aver superato non ce n’è una di cui non sopravvivano residui ancora oggi fra noi, o negli strati più infimi dei popoli civilizzati, o addirittura negli strati più elevati della società civile. Le cose, una volta venute al mondo, tendono tenacemente a restarci. Talora verrebbe perfino da dubitare che i draghi preistorici si siano davvero estinti.[6]


In questo caso, il drago preistorico che ci troviamo ancora a cacciare è il pregiudizio nei confronti della femminilità che ha attraversato i secoli e non ha risparmiato neppure la psicanalisi e il suo fondatore attraverso l’illusione della specularità tra i due sessi, il presumere che i due sessi siano uguali nella misura in cui i loro sguardi coincidono in un punto: il desiderio del pene. Quando Freud si mette a analizzare lo sviluppo sessuale femminile, infatti, ipotizza che la bambina provi per la femminilità lo stesso orrore che coglie il maschietto. Vedendosi priva del pene, il primo impulso della bambina sarebbe prima di tutto quello di considerare se stessa mutilata e mancante e poi in seconda battuta di provare invidia per l’organo posseduto dal maschietto. Ciò che il maschietto teme potrà succedergli se non si comporta come viene richiesto dai genitori costituisce per la bambina la triste constatazione di una punizione già avvenuta. La convinzione inconscia della propria inferiorità è, secondo Freud, una ferita narcisistica costitutiva della femminilità stessa. Insomma, la costruzione della femminilità in quanto posizione psichica deve necessariamente passare attraverso la presa d’atto della propria castrazione e il desiderio del pene. E le conseguenze di questo processo di significazione inconscia sono pesanti: la donna viene concepita o come un maschio incompiuto, sospeso nella perpetua ricerca di un risarcimento che ripari la propria inferiorità originaria, per esempio attraverso il matrimonio e la maternità, oppure come un maschio insicuro in continua competizione con gli uomini e in rivalità con le donne nello sforzo di dimostrare il valore del proprio organo immaginario. In ambedue i casi, la femminilità non esiste in se stessa, ma si definisce come un ondeggiamento tra la percezione della mancanza e il desiderio di identificazione con il fallo, cioè con l’uomo. La donna è quindi o un uomo mancato o un uomo inferiore e invidioso. Questo coincide da un lato con l’immagine della madre e della moglie, colei che ha trovato un risarcimento e dall’altro con quella della femmina castratrice che non ha ceduto, una Megera (una delle tre Erinni: Megaira, “l’Invidiosa”) assetata di vendetta, che il mito significativamente ritrae come una creatura alata con chiome di serpente e con in mano una frusta. Madre, moglie, morte: di nuovo la triade femminile che si ripresenta, ma questa volta non come oggetto di analisi critica, ma come trama inconscia che sostiene la speculazione psicoanalitica stessa. È in questo contesto che Joan Rivière in uno scritto del 1929 avanza il concetto di femminilità come “mascherata” poiché, nota, “le donne che desiderano la mascolinità possono indossare una maschera di femminilità per evitare l’angoscia e la punizione da parte degli uomini”.[7]

La nozione di femminilità come maschera è molto importante perché introduce qualcosa che non è presente nel pensiero di Freud se non in modo oscuro. Cosa significa portare la femminilità come un maschera? O meglio in che cosa deve consistere la femminilità perché la si possa portare come una maschera? Rivière analizza il caso di una donna impegnata in un lavoro considerato tipicamente maschile che la portava a scrivere e parlare in pubblico. Anche se svolgeva questo lavoro con successo, dopo ogni apparizione in pubblico la donna si sentiva angosciata e preoccupata come se avesse fatto qualcosa di sbagliato e avesse bisogno di essere rassicurata e perdonata. Questa insicurezza la portava a cercare di ottenere dagli uomini presenti non solo un elogio del proprio lavoro, ma anche un apprezzamento sessuale che cercava di sollecitare con un atteggiamento seduttivo. Perché questo comportamento? Questa è l’interpretazione che Riviere ne dà:


L’esibizione in pubblico delle sue capacità intellettuali, che era eseguita con successo, significava mostrarsi in possesso del pene del padre, avendolo castrato. Dopo l’apparizione in pubblico, veniva presa dal terrore della punizione che avrebbe poi ricevuto dal padre. Ovviamente il tentativo di offrirsi sessualmente era un modo di propiziarsi il vendicatore. … La funzione della coazione non era solo di procurarsi l’approvazione degli uomini, era soprattutto di garantirsi l’incolumità mostrandosi incolpevole e innocente. … La femminilità quindi poteva essere indossata come una maschera sia per dissimulare il possesso della mascolinità, sia per evitare le rappresaglie previste una volta sorpresa a possederla.[8]


Notiamo prima di tutto che nella sua analisi Riviere fa coincidere pene e fallo: “L’esibizione in pubblico delle sue capacità intellettuali significava mostrarsi in possesso del pene del padre”. Se il pene è l’organo sessuale maschile, il fallo (dal greco phallos riportato alla radice sanscrita phalati= germogliare e phal=gonfiare) è inizialmente un’immagine o una qualsiasi riproduzione del pene in erezione. La differenza tra pene e fallo è fondamentale perché nel momento in cui l’organo riproduttivo maschile entra nell’ordine della rappresentazione, comincia a obbedire alle leggi del linguaggio e quindi il suo significato scorre su una linea metaforica o metonimica. Nella civiltà greca e romana il fallo è simbolo di fertilità e di buona salute; diventa quindi fascinum, che è inizialmente l’attributo sessuale del dio Priapo e poi un amuleto a forma di corno che si appendeva al polso per scongiurare il malocchio. Il termine fascinum venne poi utilizzato per indicare il malocchio, stesso, cioè il potere malefico dello sguardo degli invidiosi e degli adulatori. La tappa finale e paradossale di questa fuga di senso è l’odierno significato di fascino che rovescia quello iniziale, poiché “fascino” secondo il vocabolario significa infine “potenza di attrazione e di seduzione”. Dunque quel che inizialmente segnalava invidia, si capovolge nel suo contrario e diventa espressione di potere erotico. Non tutte le lingue offrono il vantaggio di mostrare così chiaramente lo sviluppo di un pensiero inconscio. Nel momento in cui l’organo sessuale maschile diventa fallo, cioè simbolo di potere, il suo significato si distacca sempre di più dalle funzioni riproduttive e diventa qualcosa che ognuno può portare, come un amuleto, o indossare come una maschera per sostenere lo sguardo invidioso di colui o colei che non ha il fallo. Ironicamente, chi non ha fallo, ha fascino. Chi ha fascino prova invidia, ed è per dissimulare l’invidia che finge di avere fascino. L’invidioso diventa allora invidiato perché simula di avere qualcosa che non ha. Che cos’è allora il fallo e chi ce l’ha veramente?

La lettura psicanalitica ortodossa identifica pene e fallo, come fa Freud e anche Rivière, e insiste sul fatto che il desiderio di fallo si fonda sull’invidia del pene. In realtà si tratta dell’opposto: è il desiderio di fallo che può produrre l’invidia del pene. Insomma, a dispetto di quel che pensava Freud le donne vogliono il fallo, non il pene, o alternativamente potremmo dire che sono indotte a desiderare il pene nella misura in cui un certo regime culturale (e non una necessità strutturale) riesce a convincerle che il pene equivale al fallo. D’altra parte i “portatori di pene” spesso nascondono l’invidia del fallo, fallo il cui possesso può essere attribuito ad altri uomini, ma anche a donne. Non si spiega altrimenti il risentimento e il desiderio di rivincita che molti uomini manifestano verso la bellezza femminile e il potere che ha su di loro. Davanti al potere di attrazione del corpo femminile, l’uomo si consola considerandosi il vero e solo falloforo in quanto portatore di pene. Non per caso si riscontra così spesso nei discorsi di molti uomini (psicoanalisti inclusi) la presunzione inconsapevole che il pene sia un tratto anatomico intrinsecamente desiderabile, l’assenza del quale non può che affliggere chi non lo possiede. E qui ancora una volta l’etimologia può venire in aiuto. Se cerchiamo il significato originario della parola “pene”, troviamo che in latino penis significa ciò che pende, cioè semplicemente una “coda”. Una volta caduto il fascino del pene (che per altro viene tenuto accuratamente velato per preservarne l’illusione), rimane una coda, che è pur sempre un membro, ma molto meno affascinante del fantastico fallo, anzi piuttosto ingombrante se attribuito a un essere umano: come convincersi che una bambina alla sua vista venga istantaneamente colpita dall’incurabile desiderio di possederlo? Incurabile perché come dice Freud:


mai nutriamo così forte il sospetto di predicare al vento come quando cerchiamo di indurre le donne a rinunciare al loro desiderio del pene in base al fatto che è irrealizzabile e come quando ci proponiamo di persuadere gli uomini che un’impostazione passiva nei riguardi di un altro uomo non sempre significa l’evirazione e in molti rapporti umani è anzi indispensabile”.[9]


Seguendo questa logica, la posizione femminile, che come nota Joan Rivière consiste nel attrarre il desiderio dell’uomo, viene sentita dagli uomini come un’umiliazione, come un mettersi in balia dell’altro e quindi come espressione della posizione tipica dello schiavo. E’ schiavo chi è costretto a include nel proprio desiderio il desiderio dell’altro perché in questo modo non può che cedere e perdere il proprio. L’orrore per “l’impostazione passiva” è fondamentalmente maschile. Dal punto di vista maschile chi entra nell’arena, ci entra per combattere e la dinamica è esattamente quella del padrone e dello schiavo descritta da Hegel, cioè ogni relazione umana è un duello a morte per ottenere la padronanza, cioè il riconoscimento e il controllo del proprio desiderio a scapito di quello dell’altro.

Ritorniamo alla donna della mascherata. Rivière paragona la mascherata femminile messa in atto da quella donna al gesto di un ladro che, colto in fallo, svuota le tasche per mostrare che in verità lui non ha rubato nulla. Fuor di metafora, la donna è come un ladro che ha rubato qualcosa che non è suo (il fallo) e che vuole dimostrare di essere innocente del furto comportandosi da donna, cioè lasciando il ruolo attivo all’uomo (in virtù del suo avere-lo), e sollecitandone il desiderio precisamente attraverso l’esibizione del suo (di lei) “non avere”. Con la scoperta dell’invidia del pene, Freud pensava di avere raggiunto lo zoccolo duro della costruzione della femminilità, mentre in realtà si era fermato un passo prima di riconoscere che un intero ordine culturale si è fondato sul fantasma maschile della castrazione femminile al punto che ogni tentativo femminile di costruire una propria autorità è stato tendenziosamente malinteso. Auctoritas in latino non è il potere in quanto pura forza (imperium), ma significa invece legittimità, legittimazione ad essere e ad agire. È esattamente questa legittimazione che la donna analizzata da Joan Riviere chiedeva agli uomini. Chiedeva, in effetti, di essere considerata donna anche nelle sue funzioni lavorative, ma poiché questa facoltà non le era concessa, dopo aver trasgredito, si sentiva obbligata a mostrare al mondo di essere rimasta una donna come si deve, cioè capace di attirare il desiderio sessuale maschile mostrando la sua “mancanza”. Bisogna quindi rovesciare la sua osservazione, non vero è che le donne che desiderano la mascolinità possono indossare una maschera di femminilità per evitare l’angoscia e la punizione da parte degli uomini, ma piuttosto che le donne che vogliono esprimere se stesse sono costrette a indossare prima una maschera di mascolinità per trovare una legittimazione e poi un’altrettanto caricaturale maschera di femminilità per farsi perdonare dell’usurpazione.

Per questo, in un regime patriarcale la femminilità come posizione soggettiva riesce a esprimersi solo attraverso la mascherata. Per questo, esiste un’equivalenza tra la tanto vituperata isteria e la femminilità. La condizione isterica è una posizione di lotta più o meno consapevole contro l’impossibilità di trovare spazio di espressione all’interno di un regime culturale ostile. La sofferenza nevrotica isterica deriva proprio dal fatto che una costruzione della femminilità meno angusta deve essere ogni volta inventata individualmente contro tutto e contro tutti, ogni volta con il rischio di essere confinata nella semplice patologia. Non per niente, Joan Rivière nota che dietro la maschera della femminilità gli uomini sospettano a hidden danger, un pericolo nascosto. La letteratura e anche la cultura popolare sono piene di figure femminili minacciose che utilizzano la maschera della femminilità per i propri fini: si chiamano femme fatale, o vamp(iress), si chiamano dark lady nel cinema noir e nei romanzi hard boiled americani, si chiamano Salomé, Lilith, Circe, Lamia, ecc. Se l’incidenza nella realtà di queste figure fosse pari al loro peso nell’immaginario, le presunte schiave avrebbero da tempo rovesciato i loro padroni. Il che dice molto sul valore fantasmatico di questa interpretazione. La dice lunga anche il fatto che—in Italia in modo eclatante—la maschera della femminilità può essere sopportata da molti solo se al di sotto ce n’è un’altra: quella della stupidità. Pare che solo essendo, o meglio, facendo la stupida (un’ulteriore maschera), una donna che entra nel mondo dei mass media possa far dimenticare di essere un hidden danger e tranquillizzare il pubblico maschile non tanto sulle sue intenzioni, quanto sull’incapacità congenita di metterle in atto.

Ma se il corpo femminile costituisce per l’uomo una visione traumatica perché è il segno della castrazione, si pone il problema di capire da dove deriva il suo evidente potere di fascinazione che nella nostra società ha probabilmente raggiunto il suo apice.[10] Il contributo di Lacan alla teoria della differenza sessuale è stato di intervenire nella logica binaria dell’avere e non avere sottolineando che, posto che entrambi i sessi agiscono all’interno della logica fallica, l’uomo “ce l’ha” mentre la donna “lo è”. Questo cambia le cose perché da un punto di vista maschile il fallo si identifica in primo luogo con il pene e poi metaforicamente con ogni oggetto reale o metaforico che possa essere appropriato secondo la logica del completamento per accrescere il potere di chi lo possiede, mentre per l’altra il fallo non si pone affatto sul piano dell’avere o non avere ma diventa una qualità dell’essere, uno splendore dell’essere che si manifesta come bellezza.

È un luogo comune anche filosofico pensare alla bellezza come femminile e alla femminilità come bellezza, il che non significa altro che lì c’è un pensiero inconscio che insiste e che la psicanalisi deve interpretare al di là della sua copertura sintomatica. Kant ha scritto due testi che si occupano della bellezza, uno è la Critica del giudizio e l’altro, precedente e destinato al grande pubblico è Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764). In quest’ultimo testo, Kant ribadisce l’associazione tra donna e bellezza nei termini più tradizionali: “la donna ha un naturale e più vivo senso di tutto ciò che è bello grazioso, ornato … assai per tempo le donne acquistano un contegno pudico, sanno darsi un comportamento elegante e dominarsi in un’età in cui la nostra gioventù maschile è ancora intrattabile, sgraziata, impacciata.”[11] Da questo trae anche della conseguenze morali interessanti:


La virtù della donna è una virtù bella … le donne eviteranno il male non perché è ingiusto, ma perché è brutto. Le azioni virtuose sono per loro sono soltanto quelle moralmente belle. Nessun dovere, nessuna costrizione, nessun obbligo. La donna è insofferente di tutti gli ordini, come di ogni imposizione sgarbata; fan soltanto, le donne, quel che piace a loro e l’abilità consiste in questo nel fare in modo che le soddisfi soltanto quello che è buono.[12]


E’ il luogo comune delle donne che “fanno sempre quel che vogliono”. Trapela un filo di invidiosa e preoccupata ammirazione nelle parole di Kant: le donne non solo sono il cosiddetto “bel sesso”, sembra che la bellezza nel loro caso si coniughi con il godimento di essere semplicemente se stesse senza alcun obbligo e costrizione di far piacere ad altri. Di qui la necessità di educarle, cioè “far in modo che le soddisfi soltanto quello che è buono”. Lo stesso pensava Freud, che riteneva che le “donne amano soltanto se stesse con un’intensità paragonabile a quella con cui sono amate dagli uomini” grazie proprio alla bellezza che darebbe loro una misura di autosufficienza dal giudizio altrui. [13] Si tratta della via femminile al narcisismo, il modo in cui Freud si accorge che non è sull’avere che si basa la seduzione femminile, ma sull’essere.

O meglio dovremmo dire sull’apparire. Non solo perché la bellezza scaturisce dall’immagine corporea, ma anche perché il fascino femminile (il fallo femminile) è l’arte di esibire un autocompiacimento noncurante, di fingere un’innocente soddisfazione di sé che diventa reale nella misura in cui cattura l’uomo e lo convince della sua autenticità. È qui che emerge il vero significato della mascherata femminile, che non ha nulla a che vedere con il desiderio di possedere il fallo e di mascherarne l’assenza.[14] La bellezza si muove invece su un altro registro che non è quello della parte, ma quello del tutto, di un tutto armonico che risplende nell’enigma della propria sussistenza. Questa è anche la definizione che Kant dà della bellezza nella Critica del Giudizio. Quindi la bellezza è una maschera che serve non a nascondere (la castrazione, direbbe Freud), ma a rendere visibile il desiderio femminile.

Mentre la struttura del godimento maschile è transitiva, quella del godimento femminile è riflessiva: una donna non gode del possesso di un oggetto prelevato dal corpo dell’altro come è tipico della posizione maschile, gode invece di se stessa nella misura in cui può rispecchiarsi nello sguardo dell’altro. In altre parole anche se la destinazione finale del godimento per entrambi i sessi è il corpo proprio, il desiderio femminile può costituirsi grazie alla mediazione del desiderio dell’altro, mentre quello maschile si è strutturato in modo da poterne prescinderne. La bellezza è tutt’altro che una dichiarazione di autosufficienza è in realtà un’invocazione, serve ad attirare lo sguardo maschile nel quale la donna può vedersi riflessa e godere di se stessa.

Da questa situazione asimmetrica derivano tutti i malintesi che portano spesso il desiderio e l’amore nel registro della commedia. Freud per esempio ha visto bene la tipicità della struttura del desiderio femminile e l’ha definita “il tipo femminile più puro e autentico”. Tuttavia, ha ritenuto che fosse fondata su un incurabile narcisismo e quindi incompatibile con l’amore. Le donne più femminili, secondo lui, non sarebbero capaci di amare, ma avrebbero semplicemente bisogno di essere amate. È un ragionamento curioso poiché se l’altro è lo specchio che le permette di contemplare se stessa, è solo attraverso l’amore dell’altro che lei ha scelto e che l’ha scelta che la sua immagine può costituirsi come oggetto all’altezza del suo desiderio.

L’idea piuttosto comune che narcisismo e amore siano incompatibili e che la presenza dell’uno corrompa lo sviluppo dell’altro proviene dalla nozione cristiana di agape che si pone come superamento di eros, cioè dell’amore sessuale che mira alla sublimazione dell’altro. Agape invece è l’amore gratuito e incondizionato che procede dal creatore alla creatura e il cui paradigma è Cristo, l’uomo/dio che si è sacrificato per amore dell’umanità, quindi non per un singolo eletto, ma per tutti indiscriminatamente senza chiedere nulla in cambio. Il narcisismo, tuttavia, rende manifesta l’impossibilità dell’amore universale mostrando che eros può essere declinato sempre e solo al singolare. Un amore universale può emanare da un soggetto universale, eterno e onnisciente, Dio, se potesse esistere. Proprio per questo l’amore umano appare invece sempre sospetto: ha sempre qualcosa di carente o di eccessivo, di ostinato, di irriducibile e di irragionevole. Perché lui piuttosto che un altro? Perché non io? Perché non me? Poiché se l’altro è un operatore della mia stessa identità, non è facilmente sostituibile.

O almeno non lo è dal punto di vista del desiderio femminile. In una donna il desiderio tende a legarsi all’amore. Non così per un uomo. Sulla soggettività maschile, la logica della castrazione ha effetti deleteri. Il primo, come abbiamo visto, è la denigrazione della femminilità, il secondo è il fatto che l’identità maschile si costruisce sulla separazione e differenziazione dalla madre, cioè dal femminile. La paura della femminilità è anche paura dell’ “effeminatezza”, cioè di ricadere nell’identificazione con la madre. Quindi la castrazione, dal punto maschile (il solo in cui questa logica sia valida) significa essere costretto a rinunciare all’amore della madre. Questa mossa obbliga a una separazione e una disidentificazione dal femminile che porta all’assunzione dell’identità maschile attraverso l’interiorizzazione della figura paterna. La separazione e la disidentificazione dal femminile non vanno però senza resti. Quel che è stato ripudiato—l’affinità con il corpo femminle—ricompare nell’oggetto parziale, quello che Freud chiamava l’oggetto della pulsione e Lacan “oggetto a”. Quello che prima era una relazione (il rapporto madre-bambino), diventa dopo il complesso di Edipo, solo un frammento, un oggetto che può essere isolato e desiderato separatamente e il cui possesso dà all’uomo un senso di completamento soggettivo. Il corpo femminile diventa quindi il luogo beato in cui possono essere ritrovati gli oggetti parziali, come dimostra chiaramente, per esempio, la famosa statua di Artemide Efesia (o qualsiasi foto pornografica). La separazione del maschile dal femminile quindi, si fa al prezzo dell’angoscia di castrazione, della paura della femminilizzazione e della riduzione del corpo femminile da unità a frammento. Questi sono gli impulsi inconsci che hanno accompagnato la costruzione di un sistema culturale universale, il patriarcato, basato sulla marginalizzazione della femminilità.

Come stanno le cose da un punto di vista femminile? In primo luogo, la bambina è chiamata a separarsi, ma non a disidentificarsi dalla madre. Di conseguenza l’oggetto della pulsione rimane inscritto nella totalità del suo corpo, ma non in forma intransitiva (cioè in un’impossibile modalità di auto-godimento), ma in forma riflessiva, cioè passando attraverso la cattura del desiderio dell’altro. Poiché una donna vive il suo corpo come un insieme continuo e non come un congegno fatto di parti al servizio di un organo sessuale sovrano, il suo desiderio invoca un Altro che non desideri una parte—le parti si producono in serie e sono infinitamente sostituibili—ma che la desideri tutta. Il nome di questo tipo di desiderio è amore. L’amore, che non va dal soggetto all’oggetto, ma da soggetto a soggetto, è l’espressione della pulsione declinata al femminile. Il desiderio per il fallo maschile non segue la logica feticistica che è tipica dell’erotismo maschile; viene invece desiderato in quanto segno e essenza del desiderio dell’altro. In altre parole, il desiderio del fallo non è affatto analogo al desiderio maschile per l’oggetto parziale. Una tale interpretazione si regge sulla tesi freudiana della donna come uomo evirato: la bambina scoprendosi mancante del pene, farebbe di tutto per ritrovarlo desiderandolo quindi come oggetto parziale sul corpo maschile secondo la logica (tipicamente maschile) del completamento, di cui abbiamo già parlato.

Per una donna desiderare secondo la modalità maschile è sicuramente possibile, se non agevole. L’identificazione maschile all’insegna dell’invidia del pene, uno dei sintomi della cosiddetta isteria, è stata individuata dalla psicanalisi come la maggiore causa di nevrosi per le donne e la fenomenologia dell’invidia fallica sembra essere infinita, applicabile a ogni tipo di sintomo e senza uscita. Il problema è che se la bambina è considerata dalla psicanalisi stessa (oltre che dal senso comune) un maschietto mutilato che si deve rassegnare alla triste sorte di non avere l’uso del pene e accontentarsi di ottenerlo per procura, l’uscita dalla nevrosi è impossibile perché la malattia è ovviamente incurabile. In questo caso la femminilità coinciderebbe del tutto con l’isteria.

In questo panorama, Lacan ha introdotto qualcosa di nuovo quando nel seminario Ancora ha affermato che “la donna non è del tutto sottoposta alla funzione fallica”. Si tratta di un modo elegante per dire che l’economia libidica femminile non si esaurisce nel desiderio del pene e nella Penisneid e che quindi non tutto—concede Lacan---nella vita psichica delle donne ruota intorno al desiderio del pene/fallo. Insomma la teoria psicanalitica ha finalmente preso coscienza del fatto che la castrazione può colpire solo chi ha qualcosa da perdere e non chi per definizione non può perdere ciò che non ha. E soprattutto che “non avere” nel caso della femminilità significa semplicemente essere estranea alla logica dell’avere e del non avere. Essere fuori dalla funzione fallica significa non essere obbligato ad entrare nella logica della castrazione. A questo punto, è possibile separare l’isteria dalla femminilità nel senso che isterica è colei che consciamente o inconsciamente è convinta di essere stata privata (o al contrario di possedere) un pene. La persuasione di questa presenza/assenza induce a un funzionamento psichico di tipo maschile basato quindi sull’angoscia di castrazione, l’invidia, la competizione e naturalmente sul rifiuto della femminilità.

L’isterica quindi protesta, esige che le venga riconosciuto pari valore, pari opportunità. Vuole che la scienza, la filosofia, la psicanalisi, riconoscano il valore delle sue rivendicazioni. La teoria psicanalitica replica definendo l’isteria come il desiderio colpevole di far esistere la donna che non può esistere perché l’isterica esige che le si spieghi cos’è la femminilità. Vuole che accanto all’universale maschile ci sia anche un universale femminile. La risposta di Lacan in fin dei conti non è diversa da quella di Freud, “la Donna non esiste”. Ma qual è la relazione tra l’ammissione di Lacan che la donna non è del tutto sottoposta alla funzione fallica, il che farebbe concludere che è positivamente diversa dall’uomo, e la dichiarazione che la Donna non esiste?

Secondo la teoria freudiana e lacaniana, il soggetto può formarsi solo passando attraverso la castrazione. Ma castrazione nella teoria lacaniana vuol dire molte cose: vuol dire riconoscimento traumatico della differenza sessuale da parte di entrambi i sessi; vuol dire disidentificazione dalla madre e identificazione con il padre da parte maschile e separazione dalla madre e costituzione del padre come oggetto d’amore da parte femminile, ma vuol dire anche entrata nel regime simbolico in quanto tale. L’intento di Lacan è sempre stato quello di legittimare la teoria psicanalitica al cospetto della filosofia. Questo lo ha portato a ridurre progressivamente il peso del complesso di Edipo individuale e a riformularlo in termini strutturali, cioè trascendentali. In questo modo il fallo non si identifica più con il pene, ma diventa il significante paradigmatico del desiderio dell’altro: desiderare il fallo significa voler essere o avere ciò che l’altro desidera, al di là del pene. Questo passaggio secondo Lacan è l’effetto di un’operazione psichica molto complessa che comporta per prima cosa la presa d’atto della propria mancanza, cioè dell’impossibilità di essere una volta per tutte l’oggetto del desiderio dell’altro. È sulla base di questa mancanza o insufficienza originaria, per la quale Lacan usa il termine di “castrazione”, che il soggetto è in grado di entrare nel regime della significazione in prima persona e sviluppare il proprio desiderio autonomo nella ricerca costante del fallo perduto.

Rimane però il fatto che anche se entrambi i sessi sono coinvolti in questo processo, l’organo sessuale maschile, secondo Lacan, mantiene una relazione privilegiata con il fallo in quanto significante del desiderio. Ciò significa che da parte femminile, la costituzione soggettiva deve passare per l’invidia del pene nei termini illustrati da Freud. Là dove questo non si verifica, il soggetto del desiderio non si configurerebbe e vi sarebbe la caduta nella psicosi. Per questa ragione secondo Lacan la donna non può mai essere del tutto estranea alla funzione fallica. D’altra parte, l’esperienza clinica lo costringe a riconoscere che non tutto lo psichismo femminile è riducibile all’invidia del pene, il che significa ammettere che i conti non tornano: cosa significa dire che una funzione ha effetto solo parzialmente? È come immaginare un semaforo in cui il rosso e il verde funzionano sempre per un gruppo di persone e per un altro funzionano a volte sì e a volte no. È evidente che il secondo gruppo di persone non è vincolato a quel codice. Allora è un errore concludere che la donna non sia del tutto sottoposta alla funzione fallica, se per funzione fallica si intende l’invidia del fallo maschile, in realtà non lo è per niente, nel senso che nessuna fatalità psichica o legge strutturale la obbliga a entrarci se non il peso di un regime simbolico che fino a ieri si è fondato sul nome del padre e che quindi sull’identificazione di fallo e pene. Questo regime simbolico però, è costretto ad ammettere Lacan, non funziona del tutto per tutti.

È necessario separare nettamente tra castrazione simbolica e castrazione immaginaria là dove la teoria psicanalitica le sovrappone. La trasposizione dell’Edipo dalla dimensione individuale a quella strutturale invece di ridurre l’identificazione tra fallo e pene, l’ha paradossalmente potenziata: la donna esiste nella misura in cui obbedisce alla funzione fallica, ma in questo caso con un funzionamento maschile, e nella misura in cui ne è estranea, invece, non esiste, cioè è fuori legge. Insomma, o la donna esiste in quanto uomo, oppure non esiste affatto, o meglio esiste fuori dal sistema simbolico così come Lacan lo ha definito e in tal caso fa esperienza di un godimento che va oltre il fallo. A questo punto ritornano in mente le osservazioni invidiose di Kant:

Nessun dovere, nessuna compulsione, nessun obbligo. La donna non tollera nessun ordine e nessuna triste costrizione. Fanno qualcosa solo per il loro piacere e la loro arte consiste nel fare solo quello che gli va, che per loro è il bene.


La non sottomissione alla legge fallica produce nell’uomo l’illusione che la donna viva in un paradiso di godimento senza ostacoli e che quindi non essere sottoposta a quella legge significhi essere senza legge. Si tratterebbe di un godimento enigmatico slegato dal desiderio e quindi fuori simbolico che Lacan definisce come supplementare perché sarebbe estraneo, esterno al ”tutto” del godimento fallico. Il godimento fallico è tutto, ovvero tutto il godimento è fallico, ma poi ci sarebbe un di più, non previsto dal programma, che non lo è.


C’è un godimento che appartiene a lei, una lei che non esiste, il quale non significa nulla. C’è un godimento che appartiene a lei di cui forse lei stessa non sa nulla, se non il fatto che lo prova—questo lo sa. Certamente lei sa quando le capita. Questo non capita a tutte.[15]


Un godimento che non significa nulla, che non le appartiene, che comunque non è simbolizzabile e che per di più non capita a tutte. Capita in particolare ai mistici di entrambi i sessi, prosegue Lacan. Tuttavia, quando si vanno a leggere le parole dei mistici cristiani, ci si accorge che ciò di cui parlano non è qualcosa che esce dal nulla, ma è una forma d’amore parossistico che progredisce fino a diventare estasi. Questo amore non si appoggia sull’oggetto parziale e nemmeno sul fallo come segno del desiderio dell’altro. Il percorso del mistico (perché il misticismo è sempre una via in salita con molti gradini) è proprio quello di amare l’Altro (Dio) senza nemmeno richiedere un segno del suo amore (il fallo). Tutto il percorso mistico è appunto quello di imparare a prendere su di sé il carico dell’assenza di un segno dall’altro (la notte oscura dell’anima) trasformando l’assenza in presenza e facendone il motore per raggiungere l’amore “assoluto”, uno stato in cui il desiderio gode di se stesso in modo riflessivo. A quel punto viene raggiunta l’unione mistica. Per far ciò è comunque necessario dare all’Altro una personificazione di Padre, di Madre, o di Sposo. In questo senso l’amore mistico richiede sempre una posizione femminile.

Bisogna allora concludere che il desiderio non è sempre e solo fallico, o alternativamente psicotico. Si prospetta invece la possibilità di declinarlo in modi diversi. Abbiamo incontrato finora tre forme del desiderio: quello fallico e tipicamente maschile che si rivolge all’oggetto parziale prelevato dal corpo dell’altro. Quello femminile, riflessivo, che usa l’altro come punto di rilancio per il godimento del proprio desiderio, e quello mistico, il più strenuo, che mira al congiungimento con la totalità di un Altro immaginario. Per compiere il passo mistico, tuttavia, è necessario che l’altro sia assente. Solo ad un Altro assente è possibile affidare la totalità del proprio essere senza rischiare l’annullamento soggettivo. Solo l’Altro assente può ricevere il tutto di sé che il mistico offre e restituirlo intatto e glorificato poiché nella infinitamente passiva sottomissione a Dio il mistico raggiunge il culmine dell’attività: fa esistere colui che non è. L’amore mistico quindi è una soluzione all’impasse dell’amore umano che si gioca ai limiti della differenza sessuale stando al di fuori della funzione: l’amante è sempre in posizione femminile e l’amato, in qualunque modo venga chiamato, è sempre una metafora dell’altro materno incontrato nell’infanzia che si manifesta come onnipotente.


Sarebbe facile a questo punto concludere che il misticismo è una forma di psicosi e che la stessa femminilità sia contigua alla struttura psicotica. Ma la psicosi come è stata teorizzata dalla psicanalisi si riferisce all’impossibilità da parte del soggetto di assumere l’identificazione fallica e quindi al terrore di ricadere nella femminilità e nella con-fusione con la madre. Nella misura in cui la femminilità non ha bisogno di assumere tale identificazione può essere considerata (contrariamente al luogo comune) maggiormente al riparo dalla psicosi. Tuttavia questo non la mette al riparo dalla sofferenza dell’amore. Tutti sanno che le donne soffrono per amore e che questa sofferenza è nonostante tutto ricercata come forma di godimento. Quella forma di desiderio che è l’amore si distingue dalla concupiscenza per il fatto di rivolgersi non a un oggetto ma a un soggetto. Purtroppo dell’altro in quanto soggetto la donna cade spesso in balìa perché il suo desiderio è fondato sulla mascherata e quindi non è limitato e cadenzato dal godimento fallico e può arrivare fino alla destituzione soggettiva se l’uomo che ama ve la conduce.[16] Un uomo è destinato, poco o tanto, ad abusare del “fa di me quello che vuoi” che è costitutivo di questo tipo di amore. In questo senso la scelta delle mistiche di dirigersi verso un ineffabile, ma infinitamente amoroso soggetto divino è una forma di sublimazione che oltre a richiedere molta dedizione e un notevole talento, rappresenta una soluzione individuale creativa, un trattamento del masochismo femminile.

Ma tutto questo dove lascia l’isteria? Tutte le declinazioni del desiderio umano incontrano un’impasse e producono una mancanza oppure un eccesso e sotto l’etichetta di isteria sono state raccolte le manifestazioni della femminilità che la cultura e la psicanalisi non hanno saputo interpretare. Alla domanda d’amore, l’uomo tende però a rispondere con il suo desiderio primariamente feticistico, se non con la denigrazione fobica. Gli uomini credono troppo alla mascherata, credono o vogliono credere che ciò che le donne fanno per attirare il loro desiderio sia ciò che esse sono. Credono, più precisamente, che il desiderio femminile abbia gli stessi oggetti di quello maschile: credono, per fare un esempio banale, che le donne portino i tacchi a spillo perché hanno bisogno di compensare la loro castrazione immaginaria e non, come è il caso, perché si incaricano di rappresentare la castrazione loro attribuita dagli uomini al fine di catturarne il desiderio. Non si accorgono, né vogliono accorgersi che il desiderio femminile non nasconde una mancanza fallica, ma simula la presenza del fallo per farne oggetto di gioco. Questo procedimento è l’essenza stessa della mascherata: una donna (estranea alla funzione fallica) che finge di essere un uomo (esibendo un attributo fallico) che simula di essere una donna (poiché l’attributo è posticcio).

Da questo punto di vista, Nietzsche, nonostante la sua spesso imperdonabile misoginia, si è dimostrato alla fine più perspicace di Freud:


Sono gli uomini—esclamò—a corrompere le donne; e tutte le mancanze delle donne devono essere scontate e emendate negli uomini, giacché l’uomo si crea l’immagine della donna e la donna si forma secondo questa immagine. Sei troppo indulgente con le donne—disse uno degli astanti—Tu non le conosci! E l’uomo saggio rispose—Volontà è la natura dell’uomo, docilità quella della donna—questa è la legge dei sessi, in verità una dura legge per la donna! Nessun essere umano ha colpa della sua esistenza, ma le donne sono doppiamente innocenti: chi potrebbe mai avere abbastanza balsamo e indulgenza per loro? Macché balsamo e indulgenza—esclamò un altro della folla—Bisogna educarle meglio, le donne! Si devono educare meglio gli uomini—disse l’uomo saggio, e fece cenno al giovinetto di seguirlo. Ma il giovinetto non lo seguì.[17]


Le sorti dei sessi sono inevitabilmente intrecciate, ma la presa di coscienza della dura legge della sessuazione come prodotto storico, che è stata la conquista del movimento femminista, ha trovato pochi interlocutori in campo maschile e corre costantemente il rischio di rifluire nell’oblio della feticizzazione dilagante. Allora forse quel che è disperatamente nevrotico e davvero isterico in campo femminile è che davanti a una tale risposta una donna (giustamente) sogni la rivincita e che nei mille modi possibili si metta a parlare il linguaggio della sfida fallica e della castrazione, l’unico che possa venire inteso.


[1] Jacques Lacan, (Paris : Seuil, 1975), p. 68

[2] S. Freud “Il motivo della scelta dei tre scrigni” in Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij (Bollati Boringhieri: Torino, 1976), p. 27

[3] S. Freud, “Il motivo della scelta dei tre scrigni” in Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij (Bollati Boringhieri: Torino, 1976), p. 31

[4] S. Freud, Introduzione al narcisismo (Bollati Boringhieri: Torino, 1976), p. 39, 42

[5] “I love you, you complete me” (Ti amo, mi completi) dice per esempio Tom Cruise nei panni di Jerry Maguire a Dorothy (Renée Zellweger) alla fine di Jerry Maguire di Cameron Crowe.

[6] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile e Costruzioni nell’analisi (Bollati Boringhieri: Torino, 1999), p. 37

[7] Joan Rivière, “Womanliness as Masquerade” The Inner World (Karnak Books: London, 1991) p. 90-101

[8] Joan Rivière, “Womanliness as Masquerade” The Inner World (Karnak Books: London, 1991) p. 90-101

[9] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile e costruzioni nell’analisi (Bollati Boringhieri: Torino, 1977), p. 69

[10] Anche il fascino del corpo femminile, tuttavia, ha una storia, se dobbiamo considerare il fatto che le statue dell’antichità classica rappresentavano nudi maschili, ma donne avvolte in abbondanti pepli. L’oggetto del desiderio al contrario di oggi era il corpo maschile, mentre quello femminile era evidentemente troppo angosciante per poter essere erotizzato. Si può ipotizzare che la sessualità in Grecia e a Roma, ai nostri occhi “libera” e “gioiosa”, fosse fondata sul tentativo, riuscito, di non volerne sapere: il perturbante, il corpo femminile, veniva accuratamente tenuto fuori dalla rappresentazione.

[11] I. Kant. Considerazioni sul sentimento del bello e del sublime (BUR: Milano, 2007) p. 106

[12] I. Kant, Considerazioni sul sentimento del bello e del sublime (BUR: Milano, 2007) p. 109

[13] S. Freud, Introduzione al narcisismo (Bollati Boringhieri : Torino, 1976), p. 4

[14] S. Freud “La femminilità” Introduzione alla psicoanalisi (Bollati Boringhieri: Torino, 1978), p. 530: “Nella vanità fisica della donna incide ancora, in parte, l’invidia del pene, dal momento che la donna tanto più deve stimare le proprie attrattive in quanto rappresentano un tardivo risarcimento per l’originaria inferiorità sessuale. Al pudore, che è ritenuto una qualità eminentemente femminile, pur essendo assai più convenzionale di quanto si potrebbe pensare, noi attribuiamo l’originaria intenzione di nascondere il difetto genitale”.

[15] Jacques Lacan, Seminaire XX: Encore (Paris : Seuil, 1975), p. 69

[16] Questa dinamica e il suo lato perverso è per esempio mostrata nel film di Roman Polanski Luna di fiele (1992)

[17] F. Nietzsche, La gaia scienza (Adelphi: Milano, 1992), n°68. “Volontà e docilità” p. 109. I corsivi sono miei.



sito della psicanalista Marina de Carneri :
http://www.resistenzadellinconscio.com/p/marina-de-carneri-phd.html


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19.05.2017