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"Mangiare" di Paolo Rossi

Giancarlo Calciolari
(22.08.2011)

La lettura di Mangiare di Paolo Rossi lascia la sensazione di una lunga lista di questioni da leggere e da mangiare, ovvero da digerire. Invece gli argomenti della lista sono dati in modo connotativo sotto veste denotativa, ossia strutturale. La notazione di Paolo Rossi si pone dinanzi la lista estensiva senza incursioni in profondità. Nella tesi di base sullo statuto del cibo e del mangiare accoglie (non è proprio ancora “accettazione”) la tesi più diffusa proprio per la sua diffusione, senza citare che nello specifico si tratta dell’elaborazione dell’antropologo Lévi-Strauss. Nel realismo antropologico, il mangiare effettuerebbe il passaggio dalla natura alla cultura. “La preparazione del cibo è una mediazione fra natura e cultura”.

La lista di Paolo Rossi nello slang della quarta di copertina diventa l’immaginario. L’apocrifo, quello che ancora attende la lettura. E nell’attesa il canone regna e governa. Così per l’appunto la lista diviene canonica, il canone stesso. Ciò su cui quasi tutti sono d’accordo. Noi non siano d’accordo.

Curioso come la grande sapienza dello storico, professore emerito e accademico, funzioni come la fabbrica della immagini di Hollywood, o come la lista del postmodernismo dell’architetto Paolo Portoghesi, o come la lista delle liste di Umberto Eco, che classifica i problemi senza mai giungere a nessun risultato teorico.

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Hiko Yoshitaka, "Elemento della parola", 2011, cifratipo, olio su carta di puro cotone Artem di Fabriano

La tesi del lavoro di Paolo Rossi è semplice: se non ci fosse lo storico a mantenere la memoria oggi avremmo già dimenticato la Shoah. Come se la Shoah non letta e disseminata nella vita di ciascuno potesse delegare la sua lettura all’archivista.

La memoria della tavola dei veleni, nella speranza dell’antidoto per realizzare la tavola dei rimedi. Lo storico abita nella farmacia di Platone? Le idee di cui fa la storia non operano più? Ha proprio digerito tutte le agonie spronate da Marguerite Yourcenar ?

La storia delle idee ha una sua forza: diventa un modo di non pensare, genera comportamenti, come quello di limitarsi all’archiviazione delle idee.

Come leggere le idee? Intanto visitando gli archivi dove sono rubricate. Questa è la ragione della nostra lettura di Mangiare di Paolo Rossi.

Certo, contro il piacerismo della teologa Adriana Zarri, Paolo Rossi giunge a chiedersi se “il cibarsi e il mangiare hanno invece qualcosa a che fare con un punto centrale e decisivo della teologia cristiana?”. Dal piacerismo all’orrorismo l’algebra e la geometria del piacere non portano da nessuna parte. Noi abbiamo imboccato da anni l’ipotesi di Paolo Rossi e l’abbiamo portata lontano. C’è una lettura precisa dell’eucaristia e della transustanziazione nel nostro Teoria della cucina.

Della lettura letterale, della lettura simbolica, e della lettura cifrale nel testo di Rossi interviene solo una lettura letterale, dove il mito dell’orda primitiva di Freud è preso realisticamente al punto che “il cannibalismo è all’origine della civiltà”. Il pasto totemico e tabuico, quello dispensato nella caverna farmaceutica di Platone, formalizzato dalla sillogistica di Aristotele, è il modo di mangiare del dio superiore nelle sembianze dell’uroboro. Il modo del dio inferiore (la logica del fallo si propone sempre come “due pesi e due misure”) è quello di avere minori cose da mettere sotto i denti, oltre al fatto che il cerchio si stringe, ovvero si tira la cinghia.

Lettera, primità. Simbolo, secondità. Cifra, terzità.

Il cannibalismo simbolico non è altro che l’impiego di metafore culinarie? Il cannibalismo politico simbolico, come quello del Manifesto Antropofago del 1928 di Oswald de Andrade propone la tesi che l’europeo deve essere divorato. È questa la digestione intellettuale. Questo è mangiare il libro? Digestione metaforica?

“Sono gli storici che richiamano all’esistenza degli olocausti e degli stermini” (77). E la lettura del cannibalismo, la lettura di ciascun episodio? Noi leggiamo anche l’impiego del plurale per olocausto e sterminio, come diluizione, soluzione del singolare caso della shoah.

“Nel corso del Novecento e all’inizio del nuovo millennio è fortemente cresciuta una notevole, morbosa attrazione per gli episodi di cannibalismo” (79). Senza lettura, l’attrazione conserva il tentativo fantastico del cannibalismo, quello di edificare la logica fallica, la macelleria umana.

“Non è possibile non segnalare il fatto” (79). La questione del segno è a livello della segnalazione, della facoltà umana di utilizzare i segni, quando invece ciascun segno nella sua tripartizione manda a gambe all’aria anche l’umanesimo più pio e buono. Segnalare i fatti o il segno nell’atto di parola? Quella di Paolo Rossi sarebbe una storiografia come segmento della sociologia, con la sua credenza sostanziale e mentale nei fatti.

“Come si affermano nuclei di idee e credenze diffuse?” (83). Evitando il nome e cercando di farsene uno per evitare d’essere dispersi sulla faccia della terra: era questa l’idea direttrice per erigere la torre di Babele.

Una pseudo vita vale un’altra rispetto alla vita originaria: questo è l’insegnamento di Paolo che non distingue più tra ebreo e gentile, tra uomo e donna…

“È bene rinunciare agli schemi del Bignami e rendersi conto che nei secoli passati (esattamente come avviene oggi) convivono personaggi e idee che ci sembra impossibile possano coesistere” (87). Accade che la rinuncia agli schemi, non avendo come orizzonte la parola nella sua logica e nella sua esperienza (che non si insegna a scuola e neanche all’università), comporta la loro assunzione trovandosi di fronte come l’albero della conoscenza del bene e del male. Infatti “rendersi conto” è uno schema mentale, che segue all’ideologia diventata luogo comune. Che cosa resta in questo caso? L’annotazione d’archivio che Bram Stoker, l’autore di Dracula, era laureato in matematica. E l’archivio è cosa eccellentissima. Un cifrema della lettura.

I libri, come quello di Furio Jesi per Paolo Rossi, “valgono a mostrare la complessità e anche la difficoltà del tema” (90). La “mostrazione”, ripresa anche da Jacques Lacan rispetto alla dimostrazione matematica, appartiene alla logica monadica o indicale. Rimarrebbe da prendere in considerazione anche la logica duale o iconica e la logica triale o simbolica. Solo la logica triale permette l’astrazione, l’abduzione, che non è una cosa difficile (né per Charles Peirce né per Armando Verdiglione) ma la cosa più semplice di passo in passo. Certamente nell’immobilismo contemplativo, che ha davanti la prigione di Platone o la sillogistica di Aristotele, pare impossibile, ossia un tabù, leggere in modo inedito un tema. Non ci pare che questa lettura che stiamo facendo del libro di Paolo Rossi sia già edita.

La mostrazione storiologica sembra gran cosa rispetto a quello che producono “tuttologi e filosofi (i due gruppi tendono a fondersi)” (93) a proposito dell’esplosione del problema del cibo, dell’alimentazione, dei modi dell’alimentazione. Noi che abbiamo letto varia letteratura sulla questione, scritti di antropologi, critici gastronomici, sociologi, psicologi, neurofisiologi, psicanalisti, psichiatri, storici, giornalisti possiamo anche essere d’accordo nel dire che rarissimi testi dicono qualcosa di essenziale sulla questione del cibo e della cucina. Per lo più si tratta di ideologie diventate luogo comune e poi mentalità. Per esempio l’ideologia di Feuerbach che sostiene l’enunciato “l’uomo è ciò che mangia” è arrivata sino al luogo comune pubblicitario e poi rimasticato come mentalità e estetica personali da tizio e caio.

“Sempre più di frequente, accendendo il televisore ci troviamo di fronte a un cuoco (o una cuoca) circondato da personaggi di varia natura che parla e spiega e guida e ammaestra ed erudisce con una presuntuosa sicurezza senz’altro paragonabile a quella che viene generalmente (e ingiustamente) attribuita ai premi Nobel. La formulazione di Paolo Rossi vale per i critici d’arte, per i politici, per i professori universitari, per i maestri di scuola, per ognuno che si trovi in posizione d’insegnamento:

“Sempre più di frequente, accendendo il televisore ci troviamo di fronte a uno storico circondato da personaggi di varia natura che parla e spiega e guida e ammaestra ed erudisce con una presuntuosa sicurezza senz’altro paragonabile a quella che viene generalmente (e ingiustamente) attribuita ai premi Nobel.” Si capisce per altro che spiace al professore di non aver ancora preso il premio Nobel. Cosa che per ognuno è legittima.

“I luoghi comuni dovrebbero crollare di fronte ai dati e alle serie ricerche. Invece resistono impavidamente. A forza di essere ripetuti diventano verità”. Potremmo dire a questo proposito che anche la tesi lévistraussiana del mangiare di Paolo Rossi sembra vera solo perché è la più ripetuta da chi trova il suo simbolo nel pappagallo. I luoghi comuni vanno letti e dissipati, mentre se dovessero crollare sarebbe solo per essere ricostruiti nella stessa sostanza e nella stessa mentalità.

Lo sforzo che motiva la scrittura di Mangiare è quello che riguarda l’anoressia, come annota Paolo Rossi. Solo a questo proposito l’autore spinge il suo metodo verso l’anomalia, come quando scrive che “l’anoressia è controllo, è controllo totale” (135). Poi non c’è un’analisi del “controllo” e di come questo aspetto comporti “la convinzione di un’appartenenza ad una élite di semidei”. Eppure basterebbero queste considerazioni per accorgersi che l’approccio medico psichiatrico è fuori pista: l’anoressia permane mentale o nervosa non affrontando la questione intellettuale che pone. Occorre restituire l’anoressia alla sua intellettualità e in tal senso è anoressia intellettuale. Allora si dissipa la sua mentalità è la sua altra faccia la sostanzialità mostrata nel suo rifiuto.

“Una folla di filosofi e antropologi e psicologi e psicanalisti e psichiatri” non basta a affermare una verità. Come insegna il matematico Gottlieb Frege: potrebbe aver ragione anche uno solo e tutti gli altri aver torto. Come nel caso di questa frase (145) a proposito dell’immagine del corpo dell’anoressica come ideale. Corpo divinizzato che influirebbe su giovani influenzabili? No, qui siamo già nel business che trae profitto dalla non lettura dell’anoressia. Business che richiede la nozione di malattia mentale, che lo storico Paolo Rossi non mette (non può?) in questione, per quanto distingua tra chi parla dei “disastrosi effetti che provoca tra le adolescenti l’ideale dell’ultra magrezza che propone oggi la moda” e chi non ne parla. La parola nel suo atto originario non corrisponde al parlare di qualcosa, che è piuttosto il discorso che emerge con la filosofia. L’anoressia “parlando” è ciascuna volta una proprietà della parola che è l’impossibilità stessa di nutrirsi dei luoghi comuni.

La questione è che mangiare o appartiene alla parola oppure la lista di Paolo Rossi è solo uno stuzzichino rispetto alla ricettistica contro la vita.





Paolo Rossi, “Mangiare”, Il Mulino, 2011, pp. 156, € 14,00.


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30.07.2017