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Il grande inganno globale

Pino Rotta
(31.07.2011)

Esiste l’ideologia della globalizzazione? In un’epoca in cui da tutti viene affermata la caduta delle ideologie c’è da porsi la domanda "principe": che cosa è l’ideologia?

Scorrendo le definizioni date da filosofi e scienziati sociali degli ultimi tre secoli le risposte in effetti sarebbero disparate e controverse, ma tutte fanno riferimento ad un "sistema". In particolare un sistema di idee organizzato e finalizzato. Per Antonio Gramsci l’ideologia in buona sostanza è una concezione del mondo che viene utilizzata per guidare la gente verso obiettivi predefiniti e valori pre-scelti. Quando il sociologo contemporaneo Zygmunt Bauman parla della globalizzazione come industria della paura, conseguenza di quella che lui definisce come società liquida, sta per l’appunto facendo un’analisi dell’ideologia della globalizzazione. La globalizzazione infatti, al pari di altre ideologie, è un sistema di idee-guida per indirizzare la gente ad abbandonare il ruolo di cittadini (status che nel diritto romano veniva dato al civis romanus, cioè di persona titolare di diritti) per appropriarsi "volontariamente" del ruolo di consumatori.

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Hiko Yoshitaka, "Logique des impasses", 2011, cifratipo, olio su carta

Consumo quindi sono! Ma cosa consumo e chi produce? Essendo la globalizzazione un’ideologia le componenti sociali, economiche e politiche che l’adottano operano una contraffazione della realtà al fine di raggiungere i propri scopi. Ecco che la società dei consumi nella realtà non può sussistere senza quella della produzione di beni e questo, secondo canoni ed esperienze storiche legate alla fase dell’industria e degli Stati nazionali, ha una logica ed un’accoglienza psicologica assertiva poiché nella concezione dello Stato nazione e del sistema di produzione pre-globale c’è ancora radicato un paradigma di progresso. Più produci, più consumi, più consumi più hai bisogno di produrre: il consumo è legato all’idea di progresso dello status materiale e quindi anche del soddisfacimento dei bisogni psicologici. Questo processo nel corso dello scorso secolo ha fatto prevalere il ceto borghese su quello proletario sia in termini di quantità che di potere. Oggi che la globalizzazione è un dato di fatto essa mostra la mistificazione della realtà su cui si è operato per affermarla. Il prerequisito per la globalizzazione è stato l’abbattimento delle frontiere commerciali, processo accelerato dallo sviluppo delle reti telematiche, il secondo requisito è stato l’abbattimento delle frontiere politiche (la caduta dell’ex Unione Sovietica in Europa, la trasformazione del sistema cinese in capitalismo di Stato, la privatizzazione delle materie prime negli Stati del Sud America con l’abbattimento, anche violento, di governi ostili). Terzo ed ultimo requisito è la produzione realizzata in aree geografiche diverse da quelle in cui si è sviluppata dell’industria preglobale, e l’ampliamento della spinta al consumo che si è mantenuto alto per circa venti anni per poi cominciare a crollare a causa della riduzione del potere d’acquisto dei salari occidentali e la morsa insostenibile del debito privato nei paesi ex comunisti. Il risultato di tutta questa operazione ideologica è stato l’affermarsi di nuove "coordinate ideali".


Il lavoro non è più considerato un diritto ma un’opportunità variabile, lo stato sociale un lusso che, date le conseguenze della globalizzazione, non ci possiamo più permettere. L’offerta è quella di ridurre non solo le nostre pretese di benessere materiale ma anche la qualità della vita e le prospettive di miglioramento di status sociale per la maggior parte delle persone, compreso il ceto medio. In una regione povera come la Calabria si chiudono i call center e si trasferiscono in Albania con il lavoro pagato a 1,80 l’ora! Disoccupati in Calabria sfruttati in Albania. La borghesia è avvisata! C’è un’ideologia legata al capitalismo che per la prima volta nella storia occidentale non è più espressione della ceto borghese. C’è una nuova classe sociale nata dall’oligarchia finanziaria, una specie di aristocrazia del Terzo Millennio. Come dice il ministro Brunetta, un intellettuale al servizio di questa nuova classe sociale, basta lagne per la disoccupazione: "Se un giovane vuole lavorare, la mattina vada ai mercati generali a scaricare casse di frutta che quello è il lavoro che c’è". All’obiezione che un giovane magari ha fatto sacrifici, assieme alla propria famiglia per laurearsi, la risposta la da il suo collega Tremonti: con la cultura non si mangia.


Ma queste risposte convengono a tutti in Occidente e soprattutto in Italia? No, convengono solo a chi non nasce ricco. Sarà dura uscire da questa mistificazione e riportare la persona ed il lavoro al centro degli interessi della politica. Sarà un percorso lungo perché la globalizzazione è un processo in atto e la consapevolezza della gente è in ritardo rispetto alla conseguenze di questo processo divenuto ideologia e cultura. Ma solo dalla consapevolezza si può cominciare per invertire un processo di mercificazione dell’uomo.




Pino Rotta, direttore della rivista “Helios Magazine”


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30.07.2017