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L’artificio intellettuale

Francis Pagano
(11.07.2011)

Sulla lettura del romanzo del 1964, ma pubblicato in Italia solo trentatre anni dopo, nel 1997, -The Simulacra – I Simulacri (edizione TIF, 7.90 euro), Philip Kindred Dick dona una descrizione talvolta paradossale, talvolta originale, degli anni della politica dell’America Kennediana in soluzione fantascientifica.


L’artificio originale è quello di dio in provetta. In soluzione. Ma la solubilità di dio risulta troppo diluita, e lo scacco algebrico fa acqua.


La coerenza, che vuole essere sfuggevole per la sua narrazione frammentata -frazionata- non si trova nella trama come già data, ma nella costruzione propria di quest’ultima. La bottega delle esperienze, dei tratti, delle cifre, quadrano l’infinita parola fantascientifica.


L’autore immagina una fusione topologica tra l’Europa e gli Stati Uniti, diventati USEA: Stati Uniti d’Europa e d’America, nati dalla fusione in piena Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e la Germania. La Germania di Adenauer.


Dick pare da subito tagliato per la politica, per l’araldica della politica, infatti a capo di questa grande fusione c’è la First Lady Nicole Thibodeaux. Una donna di elegante finezza, di un infinito sapere, che presiede i cuori di ogni buon cittadino fedele.


La sua impresa, nella sua imperiale funzione, è quella di gerarchizzare, manipolare e educare i suoi fedeli a reti unificate, e il personaggio in cerca d’autore fugge, trovando come unico punto di fuga, l’Universo.


L’emigrazione su altri pianeti, naturalmente risulta, per ognuno e in ogni modo, proibita da sua maestà gourmet. E così, la paura per il grande giudice, mette a dura prova quelle poche anime temerarie, lasciando di resto la maggior parte dei cittadini a spettacolarizzare, in un talk show, la propria arte e passione.

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Hiko Yoshitaka, "Jeu des places", 2011, cifratipo, olio su carta

Ma l’osceno deve ancora arrivare, il Simulacro, Simula-crum che simula, si deve ancora rappresentare. Deve ancora volgere la sua riproduzione tecnica. La riproduzione di se stesso, la copia esponenziale della logia e della gnosi del suo corpo. La trascrizione rigorosa del sogno Laplaciano è la conoscenza del tempo di un istante, dove il corpo può essere infinitamente immortalato nella sua completezza. La completezza del soggetto, quello che si sveste o si veste, secondo l’occasione, in Nome del Padre.


La questione si fa simbolica. Sergio Benvenuto in La gelosia –edizione Il mulino- scrive della madre: “la madre è geneticamente programmata”, lei dà l’imprinting. Così, distinguendo al meno quattro fasi dell’attaccamento madre- macchina, l’unica differenza sembra essere il fine. Lo scopo. Nella macchina dice Sergio Benvenuto, la riproduzione ha uno scopo, mentre la macchina vivente (l’uomo incluso) non ha scopo. È senza gravità. È l’uomo che deve solo godere della quantità che il mercato dona. E i droghieri del globo propinano due soluzioni alchemiche, il corpo senza organi quello di Artaud e il corpo disunito –fratto- di W. Benjamin che scrive, a proposito del funzionamento dell’inconscio, d’inconscio istintuale. Forse era riferito a un istinto suicida.


E così nasce il simulacro collettivo, dove l’organismo è animato da un sovra ordine simbolico, che da il via a un metabolismo gnosologico e alla capacità di trasformare il cibo e i liquidi. Il mantenimento del tono è solo muscolare e il talento è solo meccanico. Le buon’anime fedeli sono condannate nel girone della lussuria, dove non mancano fatica e sonno, che, grazie alla fabbricazione di virus, di mercati di virus, in provetta, gli stati psichici trasmutano secondo prescrizione medica. Insomma un vero e proprio noi stessi, la cui interfaccia chimica rappresenta l’immaginario di un corpo “immortale”.


Cancellando il confine tra natura e cultura, tra il dentro e il fuori, tra l’interno e l’esterno Philip Dick, indotto da una droga divinizzata sovverte le istanze logiche, e orienta il suo occhio oltre i limiti dei modelli sistemici, proiettandosi nella galassia. Ma il contrappasso è tecnico e la cronologica è potenziale.


I dinamismi sono sempre gli stessi, la taglia è sempre su Dio/Gene.


Un Dio non dio. Un dio divinizzato.


La demitificazione porta alla divinazione del discorso. Il discorso è sempre quello dell’Altro. Dal Guru, - il santone-, fino all’uomo New Age, il Profeta. E su questo principio di ragione la beatitudine è sempre nella genetica della pasticca. Ma l’artificio è la quadratura del cerchio artificiale/naturale. Il dispositivo è intellettuale. La parola è fantascienza. La cifra è simula- crum l’esperienza/strumento vitale. L’agirArte, l’artificio, è il secondo rinascimento.

L’ateismo e il teismo, il teofagismo scrive Giancarlo Calciolari, è di Madame Gourmet la cui anoressia mentale la trascina a divorare i cuori dei suoi cittadini. La sua parola è infernale. Il desiderio di avere gli animi delle persone svela la sua finezza culinaria. L’anfibologia della sua bocca predilige le autostrade midollari, spinali e venali, con un particolare accento sulle pulsionali. La sua epoché segna il conto delle ore di trasmissione e manipolazione genetica. Una questione di principio che stabilisce una linea dell’effettivo problema. La vita contro il sapere. La vita divina e il sapere divinizzato. Il problema è filosofico?


La conoscenza, il sapere supposto nell’altro, trova soluzione nella batteria del pensiero comune, che esclude il terzo. L’altro. Al quale, se io è l’altro, all’altro s’impone la legge della divina concessione. Amen. E così la First Lady Nicole Thibodeaux gioca sull’etichetta piuttosto che sull’obbligo della sua etica. Lei si diverte a esibire il galà della cera, la geometria dell’imago, l’oscenità della sembianza. Il sistema teofagico è decisamente formale e logicista: di riduzione logica; quella di Russell, che intendeva ridurre tutta la matematica in logica. La cera è il dispositivo d’apertura.


L’ateismo è il Pharmakon moderno. L’altra faccia del teismo. Una faccia della stessa medaglia. L’UNsieme. È l’uno che si divide in due nell’infinito duplicato del duplicato, fino a inghiottirsi da solo. La bottiglia di Felix Klein o -il nastro di Möbius-. Una bottiglia non orientabile, dove non c’è più dentro o fuori. Bene o male, vero o falso. È la bottiglia del nulla. Del dio che non accetta né l’uno né il due, perché sia l’uno che il due sono troppo sostanziali/materiali. E così Philip Dick parte per l’Universo. Per l’insieme. Per la comunità. Per essere la sostanza di una nuova civiltà su Marte dove, in una notte di giubilo, si muore di nulla. Di un vuoto incommensurabile. La medicina…, il Pharmakon moderno? La potenza sessuale. La rimozione del nome che rende divina alchimia sessuale. Ma il paradosso per i simulacri di unità oscene è che 2+2= 4. La quadratura è di ciascuno. È politica, ma non è la politica di ogni simulacro. L’astrazione è necessaria e l’artificio intellettuale.


Francis Pagano


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30.07.2017