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Dai Sijie, "Il complesso di Di"

Giancarlo Calciolari
(13.06.2011)

Muo è miope, ancora vergine e viene presentato come un adepto di uno spirito cavalleresco. Riparte per la Cina dopo un lungo esilio in Francia. Ha deciso di liberare Vulcano della Vecchia Luna, forse sua fidanzata, il suo primo amore ai tempi della scuola, che era stata imprigionata per avere divulgato delle foto proibite.


Ora se vuole raggiungere il suo scopo Muo deve attirare la grazia di un giudice il cui nome è Di.


Le vie legali sono già bloccate. Se era una questione di etica la ragazza doveva essere libera e mai imprigionata e quindi tenta di corrompere il giudice Di offrendogli quel che il suo desiderio chiede.


Ora se vuole raggiungere il suo scopo, Muo non dispone che di un’arma, la psicanalisi, sconosciuta in Cina. Nella sua lotta, nella sua battaglia, la medicina delle anime sembra rivelarsi di grande utilità. Muo divenuto psicanalista ambulante, con uno stendardo freudiano che sventola al di sopra della sua bicicletta, procede verso la sua amata attraverso un paesaggio in piena metamorfosi. La trasformazione di questi ultimi vent’anni della Cina. Metamorfosi sorprendente e anche pericolosa.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Kafka", 2011, cifratipo a olio su carta

Ma Muo è pronto a tutto pur di soddisfare il suo giudice Di. Tiranno capriccioso che soffre di un mostruoso complesso, quello di saziarsi dell’insaziabile: delle vergini.


Con Il complesso di Di Dai Sijie offre le tribolazioni di un don Chisciotte adepto di Freud, che percorre in lungo e in largo l’impero di mezzo alla ricerca di un rimedio singolare destinato al giudice Di. Una romantica e rocambolesca ricerca, inchiesta, raccontata con umorismo e finezza.


La citazione di don Chisciotte precisa che non è tanto con spirito cavalleresco che se ne va a spasso tra commedia e tragedia Muo in Cina. Perché don Chisciotte non è l’ennesima storia cavalleresca, ma con don Chisciotte si conclude il momento cavalleresco. Non c’è più romanzo cavalleresco, in una estrema ironia, anche quella dell’affermazione di Sijie che in Cina gli intellettuali sono un po’ come don Chisciotte: hanno cercato di cambiare la Cina, ma è stato un sogno appunto da don Chisciotte, non c’è stato nessun risultato.

C’è il passaggio per l’occidente, per la Francia, dell’autore e quindi non solo il don Chisciotte di Cervantes ma anche rispetto alla psicanalisi diciamo questo: c’è Bouvard et Pecuchet di Flaubert. E dietro c’è l’astuzia della ragione prima della ragione di Freud e quindi dell’astuzia dell’inconscio, ed è Ulisse di Omero.


Quindi tre questioni che indicano già che non è nel solco di queste tre, ma un’ipotesi abduttiva di transposizione di questi aspetti che si inventa l’impersonaggio Muo che è quello del primo psicanalista cinese, nel romanzo e non nella storia dell’introduzione della psicanalisi in Cina. Psicanalista che mette una banderuola sulla bicicletta con su scritto: interprete dei sogni e si avvia a questo nuovo mestiere. Sceglie il livello popolare di diffusione della psicanalisi, laddove l’introduzione della psicanalisi in Cina tocca il livello delle professioni e dei funzionari, ossia il livello dell’oligarchia.


In effetti il complesso di Di apparentemente è il complesso di un perverso che cerca vergini per soddisfare il suo erotismo, cosa che apparentemente Muo non mette in discussione, anzi cerca in tutti i modi di procurargli questa vergine che farà si che così corrotto e sempre corruttibile il giudice Di liberi la giovane Vulcano della Vecchia Luna. Era non certo il sole di Mao ma addirittura un’appartenente alla vecchia luna, al vecchio impero, che non è più quello che si sta trasformando sotto gli occhi di chi per anni non si era più confrontato con la trasformazione del paese cinese.


Don Chisciotte per il desiderio impossibile di usare il sapere libresco per vivere la vera vita, la vera avventura, che indica la non accettazione dell’imprigionamento dell’amata e una non accettazione del modo dell’accusa, del modo dell’imprigionamento. Bouvard e Pecuchet bisogna metterli per terzo e Ulisse ancora prima. Ulisse è ancora la pretesa di tornare nel proprio paese e di far valere con l’astuzia della ragione la verità, contro chi? Contro i Proci, contro l’unica nomenclatura che c’è, l’unica oligarchia che c’è, che non è mai quella della qualità ma quella della quantità, infatti volevano sbafarsi anche Penelope e questo progetto non basta più. L’astuzia della ragione, occorre l’astuzia dell’inconscio.


Muo è anche Bouvard e Pecuchet nel senso che si mantiene sulla superficie del testo di Freud e della psicanalisi, che in effetti quasi non interviene nel romanzo e che cosa fa? Applica non nel modo onirico, grottesco, surreale quasi, di Don Chisciotte ma lo applica smettendo ogni pretesa. Che cosa capita al nostro personaggio congiunto Bouvard e Pecuchet, capita lo scarto infinito per cui non solo l’idea per l’azione, l’idea che trova nei testi non si realizza, ma nel fare la parodia caricaturale dei testi si attiene a quello che questi testi mancano. Bouvard e Pecuchet mancano qualsiasi restituzione del testo. Nessuna trasposizione. Non possono appunto prenderli che alla lettera e deragliare. Si tratta dell’esecuzione letteraria e geometrica di ciò che viene letto.


Il complessi di Di è il complesso della presunzione che la gerarchia sia garantita da Dio, che fosse l’imperatore, che fosse il dio della gnosi, o anche il dio imparlabile, impronunciabile, indicibile, innominabile del monoteismo, che è mancato dai vari teismi.


Questa struttura ilare in cui questo arlecchino cinese con bicicletta freudiana si prefigge di liberare con ogni mezzo disponibile la sua vecchia fidanzata permette di dire, di nominare, di raccontare, di narrare la saga della trasformazione cinese, altrimenti insostenibile. Altrimenti si toccherebbe il tetto della tolleranza, e scatterebbe quello che scatta da tutte le parti del pianeta, non solo nell’impero cinese: l’esclusione, la comunicazione, la messa al bando, la minaccia di prigione, già messa in atto per la sua ex bella, la minaccia di morte.


Il complesso di Di è il complesso del potente perverso, il demiurgo che viene preso come Dio del male dalla gnosi. Questi personaggi che sembrano costruiti ad arte per le prodezze picaresche freudiane in Cina del giovane Muo sono in realtà colonne della vita cinese, della mentalità, dell’ideologia, della religione: i vari aspetti del palinsesto Cina.


La commedia umana, l’aspetto donchisciottesco, diventa quasi tollerabile e comunque passa la censura, nel senso che non l’accetta. Il romanzo termina quando ormai sono sfuggite tutte le occasioni di poter farcela, quando anche l’ultima illusione donchisciottesca è tramontata, allora il personaggio perso per strada all’inizio riemerge ed è la chance, è la deviazione per la quale non risolve la questione del potere. E ancora rimane l’eventualità di una impossibilità di toccare il nervo della colonna fallica di ogni società: le oligarchie che cercano senza mai riuscirci di avere la padronanza e il controllo degli umani e non solo delle cose.


Il complesso di Di è un riflesso della significazione del fallo, della credenza nella società quale riflesso di una struttura oltre terrena. È il complesso della sopraffazione, pone la questione del male e del perché gli empi prosperano e i giusti sono sacrificati. L’opera in italiano è tradotta con Muo e la vergine francese. La non lettura del testo è sicura. Rimane un libro divertente, a tratti tragico, ma che anche in occidente produce la stessa sensazione che in Cina, ossia, come risponde Sijie in un’intervista: “il giudice corrotto chiede una vergine e in Cina tutti troverebbero la cosa assolutamente normale”.


Sebbene il romanzo non sia stato scritto con un preciso messaggio politico, non per questo ha avuto diritto di cittadinanza in Cina. Il complesso di Di è censurato in Cina. Ovvero le oligarchie capiscono al volo che il libro è scritto per far ridere chiunque ma in effetti il dispositivo di potere ha poco da ridere. Il complesso di Di è il complesso del potere, il complesso del dispositivo gerarchico, il complesso dell’eliminazione del terzo, il complesso della significazione del fallo che implica la moltitudine dei suoi portatori irresponsabili. Il complesso di Di è la credenza nel Dio superione, nel Dio della lotteria, nel Demiurgo che non a caso per gli uni è il Dio del bene e per gli altri il Dio del male.


La ricerca della vergine ha un valore simbolico, è anche la ricerca dell’innocenza che non si trova: non c’è l’innocenza in Cina. Parola di Sijie Dai.




Dai Sijie, Le complexe de Di, Gallimard, Paris, 2003.

L’edizione italiana è stata pubblicata da Adelphi.


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19.05.2017