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"Le voci di Petronilla" di Roberta Schira e Alessandra De Vizzi

Giancarlo Calciolari
(5.06.2011)

Roberta Schira, Alessandra De Vizzi, Le voci di Petronilla, Salani, 2010



Le voci di Petronilla alle quali allude il titolo del romanzo di Roberta Schira e Alessandra De Vizzi sono almeno cinque: la voce di Petronilla, la voce di Amal, la voce di Amalia Moretti Foggia, la voce delle due autrici del libro, definito un’opera di fantasia. Una finzione. Una biografia romanzata. Pur trattandosi di personaggi e di fatti reali.

Amalia Moretti Foggia è divenuta notissima e popolare come scrittrice di cucina dalle pagine della “Domenica del Corriere”, tra il 1926 e il 1947, con lo pseudonimo di Petronilla e nota inoltre per i consigli medici, con lo pseudonimo maschile di dottor Amal.

La fiction: come il padre di Amalia, Giovanni Battista, scrisse verso la fine della propria vita il Memoriale di un ottuagenario ai suoi figli, nel 1933, così la figlia scrive nel 1947 il suo diario di bordo, quello di una vita di una donna nata a Mantova nel 1872, in una famiglia di farmacisti da più generazioni, che trova la sua via a lato di quella del padre amatissimo, come medico e poi troverà un’altra trasformazione come scrittrice con i nomi d’arte di Petronilla per la cucina e di Amal per la medicina.

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Hiko Yoshitaka, "Le dispositif Patrick Valas", 2011, cifratipo, tecnica mista su tela

Per non accettare la conclusione della vita di Amalia Moretti Foggia dietro alla pseudonimia, come unico aspetto di un compromesso necessario con l’epoca che non accettava un medico donna e neanche poi tanto una donna scrittrice di culinaria, le autrici danno voce ad Amalia. Questa finzione obbliga alla via del romanzo, senza per questo escludere la materia storica della vita, anzi, secondo la tradizione del romanzo biografico inglese e americano oggi diventata una regola letteraria internazionale, Schira e De Vezzi hanno svolto una ricerca minuziosa delle fonti scritte e delle testimonianze che ancora si sono potute raccogliere sulla vita di Amalia Moretti Foggia.


Non c’è traccia che “Foggia” indichi un antico cognome ebraico, a parte il passaggio della famiglia per Sabbioneta prima del 1700, dove c’era una fiorente comunità ebraica, che ha lasciato una piccola e bella sinagoga. Risulta comunque un’apertura di Amalia verso l’ebraismo, sia nelle amicizie sia nelle letture, in particolare Freud, che dalle autrici è dato come letto, capito e soprattutto digerito. Occorre ricordare che nel ventennio fascista, l’epoca in cui Amalia scrive dalle pagine del “Corriere della Sera”, Freud non era accettato dall’intellighenzia. Padre Agostino Gemelli, rettore dell’università cattolica di Milano, l’aveva bandito.


L’anomalia Amalia si scrive nei gesti e nel corpo. Non sarà farmacista, come avrebbe voluto il padre, non sarà madre, come avrebbe voluto la “parte” Petronilla che scrive come se i figli li avesse, non sarà la moglie di un klein principe azzurro piemontese, e sarà tante altre cose: medico, donna impegnata nella causa delle donne, scrittrice, amica di artisti e scrittori, di intellettuali anomali, non proprio conformi al potere politico dell’epoca.
La trama delle amicizie lo indica. Anna Kuliscioff, Sibilla Aleramo, Ada Negri… Il fratello Mario, pittore, si forma alla scuola di Cesare Tallone, a sua volta amico di Sibilla Aleramo. Cesare manifestò la sua disponibilità a accogliere Dino Campana quando Sibilla interruppe la relazione con lui…


Amalia Moretti Foggia ha curato gratuitamente moltissime donne di vari ceti sociali non abbienti nella Poliambulanza di Porta Venezia a Milano. Non si è saziata dei ruoli che la società connota come femminili.

Questa è tra l’altro la pista di lettura privilegiata data da Roberta Schira e Alessandra De Vizzi, quella di una femminista ante litteram, al punto che la relazione di Amalia con il marito è inenarrabile per loro. Sembra quasi non plausibile un marito affezionato come Domenico, detto Memi. Lo sarebbe se si entrasse più a fondo nella cosiddetta personalità della coppia, ma è una via che non percorrono le due autrici. Senza ulteriori elementi, che la fiction non fornisce, Memi risulta un po’ melenso, per restare nell’ambito metaforico della cucina: un uomo via di mezzo tra la pasta frolla e il babà.

Può darsi che molti elementi siano tratti dalla montagna di quaderni dalla copertina nera lucida con i bordini rossi del diario di Amalia: non si capisce se le autrici abbiano potuto consultarli. Nel caso, il tono sciropposo della loro storia non ha nulla a che vedere con l’Amalia cuoca e pasticcera, ma con gli elementi mancanti di un compromesso con la vita.


Questa nostra lettura non è percepibile ai più: il piano del romanzo scorre come un film: si va dalle ricerche botaniche con il padre farmacista al giardino botanico di Padova, il più antico d’Europa; si va dal caffè Pedrocchi di Padova al quartiere giardino di Cusano Milanino, dove Amalia aveva la sua dimora di campagna e aveva riempito di alberi il frutteto intorno alla casa.

Restano le ricette di Petronilla e sarebbe il caso di ripubblicarle, certamente un altro libro di successo. La decina di ricette date in appendice del libro mettono appetito e spingono verso i fornelli.


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30.07.2017