Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

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Fulvio Caccia
Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

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Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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"Una famiglia borghese. L’Italia dei galantuomini fino all’avvento delle camicie nere", di Vincenzo Gasparro

Monica Cito
(30.05.2011)

«Gaetano Allegretti, corrispondente da Ceglie de IL RINNOVAMENTO, 1° luglio 1906: La nostra ridente Ceglie, per chi nol sappia, si aggruppa, quasi sur cocuzzolo di un’alta e ubertosa collina, elevandosi circa a 310 metri sul livello del mare. Essa abbraccia un vasto orizzonte; à l’aria sana, clima piuttosto temperato: terreno ottimo, il quale coltivato a dovere, abbonda di cereali, graminacee, di vino, di squisitissimi fichi e di oli che gareggiano con i primi della Penisola (la mostra campionaria tenuta ultimamente in Brindisi ammaestri» (dal capitolo “Il pane onesto del lavoro”)

In un momento di crisi culturale e politica, attimo infinito di un capitombolo artistico totale, siedo al tavolo di lavoro e leggo il mio secondo libro (dopo “Le cave di pietra” di Aldo Galeano) di microstoria. Meglio: termino la lettura di questo testo alto, documentato, nel quale la storia generale del periodo è intrisa dalla quotidianità politico-sociale di un popolo, quello cegliese, mastodonticamente colpito dall’idea rugginosa di potere, evaso al logico ed infinitamente emozionale, catapultato nel mistero di se medesimo, sfibrato dalle contraddizioni di un’epoca-epopea, e dalle precipue particolarità: corsaro, autolesionista e sempre un po’ infantile nel correggere i tiri, nel reprimere le mere nere faziosità.

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Hiko Yoshitaka, "Maneggi tellurici dell’umanità", 2011, cifratipo, olio su carta

Illuminata dai passaggi, assaporo il fluido discorrere dell’autore col campo minato della politica ed il prezioso attacco che fa della lingua attuale e dell’andata, vivificando il cordone del sudato argomentare su dinamiche di potere che paiono trascendere la storia/storie e pervadere l’oggi, quasi più vecchio del passato e significato dal gesto inarrendevole dei ricordi rimembrati. L’escavo del sacro-profano approdo all’inenarrabile, che placido diviene cronaca, con voce di fondo e comunità di fatto non estinta; che, ripetendosi nell’errore, si consolida nelle figure mitologiche.


Il borgo che uccide la politica ne ha contemporanea necessità, senza poter esserci fuori dai costrutti argomentativi che, trasformandosi in fatti ed azioni proponibili, scavate dalla memoria, sappiano rendere veste e piega nuova ai luoghi.

Una grande cattedrale di materia decadente, racchiude le spoglie esimie di questo giardino dei Finzi-Contini tutto meridionale e tutto compaesano.
Il paese descritto io l’abito, come molti, da troppo tempo, e si è cristallizzato da sempre in abiti locali-voci del deserto e folle ubriache al seguito (o dar seguito…) ed eventi, e tutto per mancanza di partecipazione; quella che Gaber fantasticò essere la libertà.


Alla corte della buona cucina: Ceglie Messapica, danza un libro di scavate memorie, smussate, riatte, sceneggiate, intervallate dal commento sapido e meravigliosamente platoniche nel rivisitarci l’essenza di un popolo, che da tempo trova la dritta e anela al giusto, ma anche da troppo tempo fatica, arranca e s’istruisce, ma lascia al margine la cultura.

Un libro pieno e troppo denso, capace di creare troppa nostalgia, l’anelito al rinvigorirsi di una domanda, sempre la stessa: è possibile la vera politica e la vera crescita e la vera propositività, e magari la democrazia?
Il tempo salverà Ceglie, forse; quel tempo che oggi la vede paese-città-prospettiva in potenza ma non in atto.

La scrittura cavillosa, la tensione limpida, la padronanza lessicale, l’editing pieno, le citazioni consone e non roboanti, danno le dimensioni e le carature, i luoghi ed i discorsi, l’andamento e, in prospettiva, un capitolo altro fuori dal testo: quella chiusura circolare tipica di chi molto ha letto.
A me ha dato un po’ di fiducia, l’idea che nulla è perduto, che si può sperare credere e fare.



Maggio 2011

Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.
Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.

Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere intollerante al glutine e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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30.07.2017