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Mario Martinelli, "Il maestro Giacomo"

Marina Monego
(24.05.2011)

Siamo in Vallarsa in pieno autunno e il maestro Giacomo ha deciso di farsi una bella passeggiata fino al Passo Buole. La stagione accende di colori la vallata e nei boschi attorno a Obra risuonano i richiami degli uccelli, la natura si svela in tutta la sua armonia e pace.

Il maestro Giacomo è uno jobrero (abitante di Obra, paese della Vallarsa) non più giovane, un uomo buono e onesto, che ha sempre svolto il suo lavoro, non si è mai sposato forse per una sua timidezza intrinseca, che l’ha sempre reso poco intraprendente e quasi timoroso delle donne.

Mentre si gode la mattinata, un improvviso temporale lo costringe a rifugiarsi in un baito sul Loner, tra i boschi. E qui gli accadrà di tutto: fatti inspiegabili, spiriti, un antico manoscritto che parla di un “albero vecchio”, un bagolaro di cinquecento o forse mille anni, un’antica maledizione sul paese e sui suoi abitanti.

Rivelare la trama in dettaglio sarebbe scorretto, basti dire che stavolta Martinelli, prendendo ispirazione da qualche leggenda montanara, racconta una vicenda visionaria, tutta giocata tra realtà e allucinazione, tra sogno e delirio causato dall’eccesso di grappa (il potente schnops), tra gli jobreri infatti ogni occasione è valida per bere e immergere nell’alcool qualsiasi pensiero.

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Opera di Christiane Apprieux, 2011, bronzo

Il povero maestro Giacomo se la vedrà proprio brutta in alcuni momenti, si troverà addirittura un orso sul sentiero (ma lo spaventerà con un urlo possente), prenderà innumerevoli botte in testa e, lui solitamente così morigerato, sarà costretto a eccedere con la grappa, prendendosi delle formidabili ciucche.

La storia attinge ad elementi gotici: vi sono gli spiriti, un’atmosfera cupa e notturna o tempestosa, un antico delitto e una maledizione, ma la tensione si stempera nei dialoghi tra i montanari, tutti intrisi di buon senso e spirito pratico e una certa dose d’ironia, quando si svolgono in stato di lucidità.

L’aspetto favolistico non manca nella presenza di un simpaticissimo asino parlante, che si chiama Musso (in dialetto significa asino). Una volta acquistata la parola e la capacità di filosofeggiare, il ciuchino rimpiange il tempo in cui era soltanto un animale domestico.

L’ironia verso chi filosofeggia troppo si fa strada.

“Il Musso era assorto nella contemplazione della sua mangiatoia, e aveva l’aria di un filosofo impegnato ad elaborare un complicato sistema teorico. Restava immobile, per nulla infastidito dalle mosche che gli ronzavano intorno agli occhi, quasi che la minima distrazione avesse potuto determinare il crollo dell’intera struttura di teorie, edificata con grande pazienza fino a quel momento.” (p.259)

Va notato che, in conformità alla tradizione locale, Musso non disdegna una buona dose di grappa.

In questo romanzo gli aspetti principali della narrativa di Martinelli ci sono tutti, con l’aggiunta di una dimensione più tramaiola, più ricca di riferimenti a vari generi narrativi, che accresce il piacere della lettura. La filosofia di fondo rimane quella di una “vita salubre, lenta e armoniosa, come dovrebbe essere, una vita a dimensione d’uomo”.

La lingua contiene numerosi termini dialettali, quasi tutti comprensibili a chi vive nelle regioni limitrofe: strope-vimini, terlaìne-ragnatele, essere un nane o poromona si spiega da sé, baùco si dice di persona non molto sveglia, stròso-sentiero, laita-pendio, bante-parete rocciosa.

Vivissimo è il senso d’appartenenza alla propria terra, tanto che i vallarsesi non si sentono italiani, dicono infatti, a proposito di una maestra d’origine vicentina (basta varcare il Pian delle Fugasse e dalla Vallarsa si passa in provincia di Vicenza!), che “viene dall’Italia”.

Del resto Jobra era un’antica colonia penale della Serenissima – come spiega lo stesso Martinelli ne “Lo spirito del bosco” - i suoi abitanti si ritengono i discendenti di quegli uomini e quelle donne, vantano il loro carattere chiuso, misogino, fiero, rispettoso della natura, generoso e solidale con gli amici.

“E d’un tratto ebbe la nitida visione di quel che voleva dire essere jobreri! Voleva dire essere cocciuti, tenaci, e prendere la vita di petto, con la scaltrezza del contrabbandiere, o con l’audacia del brigante, o con il cervello fino e la spavalderia del montanaro, oppure con il senno di un beone, o con l’ingenuità di un maestro”. (p.312)

Proprio con l’aiuto e l’intuizione di un amico, le disavventure del maestro Giacomo giungeranno a buon fine e la vita in paese tornerà a svolgersi serenamente.

Una gigantesca spolentada coronerà la fine della maledizione sul paese, anche se qualche alito di vento misterioso soffia ancora sulla candela di Giacomo……


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Mario Martinelli (1962) scrittore e montanaro di Obra in Vallarsa.

Mario Martinelli, Il maestro Giacomo, Trento, La grafica 2010.

Marina Monego, aprile 2011



Prima pubblicazione sul sito Lankelot


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14.02.2017