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"Non ti farai immagine..."

Giancarlo Calciolari

L’immagine né sostanziale né mentale.
L’immagine nella sua anatomia, nel suo teatro e nel suo cinema, non accetta il sistema delle immagini e questo paradosso è ancora un modo di avvertire la dissidenza delle immagini, che non accetta neanche chi si ritiene dissidente.

(9.05.2011)

L’ipotesi di partenza, dopo aver scritto la nostra tesi di laurea sull’immagine mentale, nel 1982, era quella di una memoria delle immagini attiva, una memoria che non sia più consultabile come un archivio di una biblioteca immobile, ma come se, lungo una fantasia che proviene da Borges, dalla sua biblioteca infinita, la biblioteca di Babele, una biblioteca che trovandosi al suo interno per leggere ci scagliasse con un dispositivo ignoto i libri addosso, e non senza una logica.

L’immagine non è una fotografia immobile depositata in un archivio che avrebbe un parallelismo con il cervello, la memoria psichica, che richiederebbe per altro di precisare quale sia il dispositivo di lettura di estrazione dall’archivio, di evidenziazione dell’immagine, un’immagine che ti salta addosso. Era forse questa immagine che ha cercato di indagare Aby Warburg, un’immagine non sepolta, un’immagine sopravvivente, un’immagine postuma, l’immagine del dopo la vita, Nachleben. Il modello è quello del sogno, delle immagini del sogno. Non siamo noi a estrarre le immagini dall’archivio onirico, non siamo noi i registi del sogno, il regista è inconscio.

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Hiko Yoshitaka, "Assetto sorannaturale", 2011, cifratipo, olio su carta

Non sostanzializzare l’inconscio è un altro paio di maniche. Lo temeva anche Breuer, che per altro non ha capito la nuova scienza del giovane amico Freud.

Ci sogniamo che qualcuno ci sta parlando e noi portiamo il cappello che regolarmente mettiamo d’inverno, e ci fa una notazione che implica di non avere oltre i 52 anni. Non abbiamo deciso noi l’età, il cappello, che torna dal sogno, e ci possiamo interrogare, cosa che diviene rara, sul cappello, sul cappello d’inverno, su altri ricordi connessi al cappello, letture che abbiamo fatto sul cappello, o che altri hanno fatto sul cappello. E in effetti, non siamo privi di materiale, che non utilizziamo qui. Quel che conta è che la narrazione del sogno è un aspetto della narrazione della vita, della narrazione del viaggio, e quindi come ciascun elemento va letto, ciascun elemento entra nella parola, entra nel viaggio della parola, che non è altro che il viaggio di vita.

Abbiamo da pensare sul numero 52, l’associazione che procede dalla libertà della parola, come ciascuna associazione, è con il numero 53, che è l’anno in cui Casanova, secondo Arthur Schnitzler, si sente vecchio. Ci fu un intervista per i 53 anni di Philippe Sollers, in Francia, e con l’occasione citò per l’appunto Il ritorno di Casanova. L’età in questione: i 53 anni. Allora, perché nel sogno sono 52, per un maggior margine di sicurezza? Nel sogno facevamo notare che avevamo ben oltre i 52 anni, ovvero 5 anni in più. La nostra risposta ha provocato incredulità dell’interlocutore. Un sogno dell’apertura? Siamo giovani o vecchi? C’è una reticenza nel dire 57 che spinge l’apertura verso la chiusura di una età che collima con il tempo che resta? 5 anni di meno è un’altra figura dell’ironia. Come dire che 53 sono gli anni della vecchiaia quando è l’età in cui Lacan comincia a tenere il suo seminario?

Altra presunzione raccontando il sogno è che sia trattato di un’interlocutrice, ma in effetti non abbiamo questi elementi da trarre dal sogno, e quindi pur con enigmi (perché, quali sono gli elementi che entrano chiaramente nella parola già chiari e qualificati), c’è da chiederselo, questo parlare del sogno sollecita il viaggio della vita, interroga, pone infiniti quesiti, e così prosegue a scriversi e a costituirsi il palinsesto dal quale noi traiamo gli elementi della loro combinazione in direzione della qualità, in direzione della cifra.

La cifra della vita. Nulla da decifrare. Come non c’è da decifrare il sogno, le sue immagini, non c’è da ritrovare le formule patetiche, non c’è da trovare un archivio delle immagini primordiali che agirebbero sulle altre. Non c’è immagine maestra, non c’è immagine padrona, se non nell’abdicazione all’anatomia delle immagini, per la costituzione di un cinema e di un teatro delle immagini personali e sociali. Questa lezione non ha potuto trarla Aby Warburg, pur con il suo lascito istituzionale a Londra.

L’analogon, di cui parla Jean-Paul Sartre, è quel elemento extra-territoriale, né mente né spazio esterno, né mente né corpo, che farebbe da ponte tra l’immagine che percepiamo e un presunto archivio d’immagini che attraverso l’analogon danno un input che non sappiamo e che fa sì, comunque, che noi vediamo quell’immagine. Rispetto alla percezione delle immagini, che non viene analizzata come percezione-segno, come ha fatto in parte Freud, che manteneva anche la denominazione semplicemente di percezione, occorre dire che è la struttura stessa delle allucinazioni, solo che quelle che hanno quasi tutti non si chiamano più così. Non c’è nessuna differenza, direbbe Armando Verdiglione, tra l’allucinazione e una cosiddetta percezione normale. Il percetto è il sembiante, l’oggetto della parola, il punto.


L’ipotesi di partenza era quindi qualcosa come l’immagine che salta addosso: un modo differente di nominare il potere dell’immagine. O l’immagine ha un potere su chi le vede oppure altra è la questione da precisare. Il potere soverchiante delle immagini, l’immagine che fa deragliare qualcuno, l’immagine che provoca apparentemente delle reazioni immediate sul soggetto, l’esempio delle immagine porno è apparentemente facile, è dato dall’abdicazione alla sembianza. Anche il potere soverchiante dei nomi, dei significanti, dei fantasmi, che sarebbero da precisare nella loro distinzione rispetto alle immagini, la forza del fantasma, come dei fantasmi dei quali vorrebbero sbarazzarsi i più, immagini socialmente problematiche, quasi non ammesse, e comunque eterodosse, eretiche, e tutto l’armentario teologico politico per definirle, le immagini colpite dal principio terzo escluso, sono il coccodrillo di cui nessuno può disfarsi salvo perire per bocca del coccodrillo stesso.


Se il grande attore iper-maschio ha una fantasia omosessuale, se non la prende in considerazione, se non la legge, come ha indicato Freud, la mette in azione, questo è almeno il caso dell’isteria. Perché il padre morto è più forte, oppure è più “potente” che da vivo, come noi abbiamo tradotto in modo troppo automatico per anni e anni, perché proprio c’è il tentativo di togliere il nome dalla parola per l’instaurazione del nome del nome, ossia della genealogia che ci fa (farebbe) predestinati al bene o al male. E come ognuno nella stratificazione sociale sa si lamenta della predestinazione al negativo, anche qualora che fosse proprietario di una nazione, oppure di 128 fabbriche potrebbe sempre lamentarsi di non essere stato predestinato ad averne una in più. La megalomania del fantasma in parte è anche questo. Il fantasma è copia, copia dell’immagine: acquisizione di Jacques Derrida.


La disputa dell’iconolatria e dell’iconoclastia è una diatriba di fantasmi, è una lotta fantasmatica, affinché i fantasmi si scrivano, invece non è reperibile lo scrivente nella logica del fantasma, ma nella logica puntuale. C’è lo scrivente frastico, il punto di sottrazione; c’è lo scrivente sintattico, il punto di distrazione; e c’è lo scrivente pragmatico, il punto di astrazione.


Quindi l’immagine ha presa non sul soggetto, quello è nel nome del nome che accade, l’immagine prende, come il significante prende, come il nome prende, come l’abuso linguistico prende, si tratta della presa della parola. La parola è indistruttibile. L’immagine è indistruttibile, e noi non abbiamo nessuna possibilità di distoglierci dall’immagine, di distoglierci dalla parola, di distoglierci dall’essenziale per abbracciare il mondo delle copie, il mondo del fantasma, il mondo nevrotico, che è un pleonasmo, e che Freud ha chiamato la realtà in confezione.


Quando i principi di questa realtà in confezione sono presi come tali, cioè quando la realtà in confezione è presa come principio per fare, ecco quella che viene chiamata malattia mentale dalla psichiatria, è la psicotizzazione. La confezione non abbiglia la psicosi, che è la materia stessa della parola. Paradossalmente la psicotizzazione indica la via dell’originario, proprio risultando una reazione; e quindi analizzando i motivi di questa reazione la sua rappresentazione può anche vanificarsi, dissiparsi.


Non c’è nessuna sospensione dell’inconscio, e non c’è nemmeno un battimento, un aprire e chiudere le porte dell’inconscio, la vita originaria non è sopprimibile. Occorre interrogarsi sulla modalità in cui ci interroghiamo sulla vita, in che senso? Nel senso che quasi tutte le domande che vengono fatte attorno alla memoria provengono dal tentativo di padroneggiarla, dal tentativo di dirigere la memoria a uso e consumo delle genealogie di potere. Dai sondaggi alle trasmissioni televisive, dalla carta stampata ai dispositivi di educazione sociale, dai nidi d’infanzia alla formazione post universitaria, le domande vanno nella direzione della padronanza e del controllo.

Non abbiamo di più di questa immagine letteraria a disposizione, quella di un’immagine che ci salta addosso. La sua presa è leggibile e quindi non c’è soggetto, non c’è portatore dell’immagine, in effetti non salta addosso, l’immagine nella sua anatomia, nel suo teatro e nel suo cinema, non accetta il sistema delle immagini e questo paradosso è ancora un modo di avvertire la dissidenza delle immagini, che non accetta neanche chi si ritiene dissidente.


Giancarlo Calciolari

agosto 2009 – maggio 2011


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30.07.2017