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La porta d’entrata di Freud

Giancarlo Calciolari

Si può mettere in questione l’origine sin che si vuole e mai si raggiungerà l’originario, che è per l’appunto l’assenza di origine. L’atto è originario e non procede da nessuna origine, altrimenti sarebbe l’ordine circolare, quello che per l’appunto Lacan dice che lo “tracasse”, lo sconquassa.

(11.04.2011)

Lacan, séminaire du 15 janvier 1964, Les Quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse: “Ainsi l’hystériques nous met-elle sur la trace d’un certain péché originel de l’analyse. Il faut bien qu’il y en a un. Le vrai n’est peut-être qu’une seule chose, c’est le désir de Freud lui-même, à savoir le fait que quelques chose dans Freud n’a jamais été analysé… Ce que j’avais à dire sur les noms du père ne visait à rien d’autre, en effet qu’à mettre en question l’origine, à savoir par quel privilège le désir de Freud avait pu trouver dans le champ de l’expérience qu’il désigne comme l’inconscient, la porte d’entrée ».

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Hiko Yoshitaka, "Crudeltà del potere", 2011, cifratipo, olio su carta

L’isterica è il pretesto. E come appartenente al testo si tratta forse del fantasma di Dio dell’isteria. È questo fantasma che può intervenire come chiusura e come apertura. Sto parlando della porta d’entrata. Il peccato originale della psicanalisi. Intendo proprio che il peccato originale è la porta d’entrata. Il peccato secondario è quello delle piccole differenze narcisistiche. Il così fan tutti che li lascia davanti alla porta. Ecco l’importanza che ho sempre dato al racconto di Kafka. La porta d’entrata è l’entrata. L’entrata è la porta. Se la porta si vede, come in Davanti alla legge, allora c’è tutta l’algebra e la geometria della porta d’entrata. La soglia di Rilke. E anche la caverna di Platone, come un’impossibile accesso dell’accesso, oltre la porta d’entrata. Platone fa vedere tutto. La caverna platonica è oscena.

Perché “un certo” peccato? Perché “un certo” ordine rotatorio? Qual è la certezza di Lacan? L’incertezza è rispetto alla porta, al desiderio di Freud? Si tratta del suo.

“Occorre bene che ce ne sia uno”, e paradossalmente parla dello zero. Che in un solo punto del suo seminario metterà in relazione con il padre, il padre come nome, come zero. Da qui è partito Verdiglione.

Il peccato è la pietra miliare, ossia la rimozione. Occorre lo zero originario, tanto gli altri non possono che essere peccati secondari, ripartiti tra originali e copie. L’errore degli schiavi, dei rivoltosi, è di prendere le copie come originarie. Ossia abboccano alle parole di Platone (“immagina tu gli uomini prigionieri in una caverna…”). L’errore dei padroni, dei contro rivoltosi, è di prendere l’originale per l’originario, ossia di prendere Platone come maestro, ancor meglio come maître, padrone e maestro. Per altro entrambi applicano la formalizzazione della caverna data con la logica di Aristotele.

“Il vero peccato non può essere che una sola cosa” e qui è l’inghippo di Lacan, abbocca all’essere. L’ontologia della rimozione. L’essere della rimozione. Lo zero “come una sola cosa”. Lo zero come uno. Questa è l’ontologia, più nota nella versione dell’uno come zero. Da Aristotele a Plotino.



Il desiderio di Freud come zero, come nome, come padre, come una sola cosa. Come uno. Sarebbe più giusto, pur nel deragliamento, di parlare del godimento di Freud.

Tra l’altro la questione potrebbe porsi sostituendo la figura e il fondo, oppure spingendosi sino alla figura del fondo nella pittura di François Rouan, che non a caso ha interessato Lacan. Perché tutti meno Freud non trovano la porta d’entrata? Lacan è davanti alla porta d’entrata di Freud. O forse come nel racconto di Kafka è davanti alla sua?

Che cosa impedisce a Lacan d’imboccare questa porta: la porta è l’entrata? Non basta dire “perché vede la porta”, sgarrando rispetto all’acquisizione che c’è in Nomi.

“Qualcosa in Freud non è mai stato analizzato”, rispetto alla porta d’entrata. Anche rispetto alla porta d’uscita, al cancro di Freud. Questione ancora più complessa dopo la morte per cancro di Lacan.

Due risposte differenti alla questione del peccato originale. Tralasciano l’analisi della porta d’entrata? No, la risposta è coerente rispetto alla stessa ipotesi del peccato originale.

Per Liliane Fainsilber il peccato originale della psicanalisi è rispetto all’isteria femminile come porta d’entrata. Forse Freud non ha pagato il pedaggio all’isteria o alle donne? Oppure il desiderio di Freud per ciascuna isterica è la porta?

Per Gérard Haddad il peccato originale della psicanalisi è rispetto alle origini ebraiche di Freud. Non dichiarata sarebbe la trasformazione delle tecniche di lettura del Midrash. Un Midrash laico.




Perché la posta in gioco del peccato originale è così difficile? Perché nessuno trova la porta? La Guida dei perplessidi Maimonide era già sulla pista della porta che ogni perplesso non varca.

In ogni istante e per ciascuno la porta è aperta. Non solo è aperta la porta della parola, ma anche la sua stanza e la sua finestra. La finestra dell’infinito. La stanza, la casa, la fabrica, l’industria, l’atelier, l’officine, la bottega…

Non la caverna, non la prigione, non l’ospedale, non la caserma, non la chiesa, non il cimitero.

Quello che Lacan aveva da dire sui nomi del padre mirava a mettere in questione l’origine. Eppure i nomi del padre sono il tappo sulla questione dell’origine. Il tappo greco. È Lacan che s’interroga sui tappi non solo degli orecchi ma anche di altri fori del corpo, e reperisce un tappo nell’omosessualità greca.

Si può mettere in questione l’origine sin che si vuole e mai si raggiungerà l’originario, che è per l’appunto l’assenza di origine. L’atto è originario e non procede da nessuna origine, altrimenti sarebbe l’ordine circolare, quello che per l’appunto Lacan dice che lo “tracasse”, lo sconquassa.

Perché i nomi del padre sono tappi dell’originario? Perché i nomi del padre sono coperture del nome, del padre, del padre come nome. Invece il nome del padre è il nome come padre. E pure il nome di Freud come padre della psicanalisi.
Verdiglione è il padre della cifrematica? La questione è formulata da un perplesso. Se esiste il padre della psicanalisi, come della cifrematica, il nome è tolto. Lo zero è tolto. E ognuno sopravvive nella zeroficazione. Nella distruzione del ribelle, il più grande fan del maestro.



Ecco la scena dell’origine per Lacan racchiusa nel privilegio per cui il desiderio di Freud ha potuto la porta d’entrata dell’inconscio. La via regia? Non c’è psicanalista né cifrematico, Verdiglione compreso, che non abbia accorciato la citazione di Freud. Non è il sogno la via regia dell’inconscio e neanche la via regia all’inconscio. La via regia è l’interpretazione dei sogni. La via regia è l’interpretazione. La lettura. La lettura del sogno. Di certo, la lettura senza sogno (e senza dimenticanza), come l’ermeneutica, che è solo filosofica, è proprietà dei perplessi, di coloro che si accontentano della pseudo vita, ossia della vita all’ombra del primato del fallo e della sua significazione.

Freud insiste sul sogno perché l’interpretazione della veglia era ormai ingombra e inagibile per accorgersi delle briciole dell’originario (quelle che fanno sì che non tutti uccidono o si suicidano).



In effetti si tratta di leggere. Leggere la vita. Grande pretesa, quando i più (i perplessi: i giganti e i nani della società dei due pesi e due misure, non senza altre algebre e geometrie) non provano neanche à leggere il più infimo dettaglio della pseudo vita spacciata come la vera vita.

Lacan non solo si chiede quale sia il privilegio di Freud e quale sia il suo desiderio, si chiede pure quale sia il suo privilegio e il suo desiderio.

Qual è il privilegio che non sia fallico? Qual è il desiderio che sia senza causa, eliso dalla causa? Il desiderio rappresentato, il desiderio del desiderio. Lo pseudo desiderio. Il desiderio costruibile e distruttibile. Mentre Freud indica che il desiderio è indistruttibile. Per chiarezza, anche rispetto ai credenti e ai miscredenti delle teologie politiche, a coloro che si schierano rispetto alle parti e alle fazioni, alle lobby e ai club, alle cappelle e alle cellule: ciascun elemento della vita è indistruttibile, come testimonia anche il suicidio di Hitler.


Il desiderio di Freud aveva (avrebbe) trovato la porta d’entrata nel campo dell’esperienza. Teoria dei campi dell’esperienza. Quindi la vita non è un campo unico, unificante e unificato, ma una pluralità di campi, che conferma il monismo campistico. Per Lacan c’è il campo freudiano. Pone qualche problema questa affermazione? Si tratta del campo dell’esperienza che Freud designa come l’inconscio. E se Freud non lo designava come l’inconscio? Il “de-signo” in che rapporto è con il segno? Lo sottolinea, lo toglie, lo sospende?
La nozione di campo presa nella sua indicazione spaziale apre alla topologia. Ma il campo non si vede, non si rappresenta. Curiosa comunque la porta d’entrata nel campo e non del campo.

Quello che questiona è che il campo designato da Freud come l’inconscio implica che gli altri campi non partecipino dell’inconscio. O semplicemente sono altri campi dell’inconscio ma non designati da nessuno in quanto tali?

Senza designazione da parte di Freud, possiamo dire qualcosa a proposito di questo campo?



Operiamo per riduzione? Dal campo alla porta d’entrata, alla porta, all’entrata. I nomi della porta? La porta dei nomi? Il nome come porta. Anche il nome come ritorno. Se non fosse per la traduzione di Paolo di ritorno con salvezza non avremo i nomi della salvezza. Le sue infinite teorie.


La porta d’entrata, che quasi nessuno trova, è la pietra. Pietra miliare per Freud. Pietra dello scandalo. E c’è un certo modo di negare la pietra, mondandola dallo scandalo, che comporta la pietrificazione del personaggio, dalla faccia di pietra di certa paranoia a quella del Convitato di don Giovanni.
Per altro è facilissimo impiegare questa nostra lettura di un passo del seminario di Lacan come tappo. Ma il tappo è la facilità, che non costa sforzo, che non richiede lettura né scrittura: è alla portata, ossia senza porta, senza entrata.

Dettaglio non trascurabile: noi non ci chiediamo per quale privilegio il desiderio di Lacan…


1.4.2011


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19.05.2017