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testo letto il 12 settembre 2010 in occasione della presentazione della mostra di Mario Ceschi alla Galleria dei Foschi

Curatori, critici, galleristi, artisti, camorristi, idraulici e intellettuali organici

Gegio Frasca
(29.03.2011)

Tante mani e poco cervello. Lo scacco italiano in ambito artistico e culturale e poi manifatturiero ha origini lontane.


L’arte è risultato il settore che, più di tutti, sta pagando lo scotto della sconfitta nella guerra fra imperi che possiamo dire ancora in corso, ma, di fatto, attuatasi in occasione dalla seconda guerra. Tale scotto si traduce nella rinuncia allo sviluppo di un’arte italiana sulle basi e sul proseguimento della scuola classica e mediterranea.


Tale prospettiva è stata di fatto cancellata con il dopoguerra. Ma ancora non bastava, e l’idea d’impero non ha cessato di alimentare la geopolitica degli ultimi decenni, determinando qualcosa di cui a tutt’oggi non valutiamo gli effetti: noi poveri italiani eravamo così presi dal problema di Cosa nostra da non accorgerci dell’esistenza di una Cosa loro.


Ma a chi è andato il bottino: ai tedeschi, agli americani? O a entrambi. O forse agli inglesi? Ma i tedeschi non erano… bah! Eppure nessuno si chiede che lingua parla il mercato dell’arte: deutsche, english, chinese…


Se è vero poi che la CIA promosse l’arte americana del dopoguerra in Europa, è altrettanto vero che in Italia paghiamo i nostri “Servizi” per cose ben più importanti, per esempio scoprire – con un tempismo da manuale – che i cinesi sanno produrre l’acqua calda meglio di noi. Sarebbe a dire? I cinesi ci comprano le aziende per copiarle, soppiantarle, fagocitarle ecc.


Vecchio mestiere, quello imparato da chi esporta e che un qualsiasi imprenditore cool non saprebbe dire in italiano: know how.


In ambito artistico è avvenuta la stessa cosa. E sì che questa è anche l’era della genetica, cioè avremmo imparato, più o meno, come si muovono i geni (a parte il fatto di andare all’estero). Così qualcuno ha acquistato una molecola per invadere un intero settore, come sanno fare gli americani, per esempio quando importano un artista europeo per esportare, poi, trecento artisti americani.


Ma come, in questo scorcio di secolo o negli ultimi due secoli? O da quando si è deciso che la lingua europea è l’inglese?

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Alessandro Taglioni, "L’altro tempo", 2011, olio su tela, cm 100x100

Italia, bottino di guerra


Ciononostante, alcuni paradossi ci vengono in aiuto. Testimonianza vivente sono quei beni monumentali e paesaggistici sui quali, fino “a ieri”, nessuno ha posato lo sguardo languido e cannibalesco (fino a ieri): chessò, qualche borgo medievale, qualche dipinto, qualche suppellettile che è rimasta in piedi forse perché quegli idraulici che, per ingannare il tempo, facevano gli architetti, non se ne sono occupati.


Meglio se il borgo è non restaurato, meglio se trascurato, però. Meglio che quel tal curatore, quell’addetto, quell’estimatore o, peggio, quell’amministratore non ci metta sopra gli occhi e le mani.


Ma allora significa che siamo condannati a vivere con la sindrome di Pompei? Città giunta fino a noi soltanto perché fortunosamente sepolta da tonnellate di cenere? Beh, allora, non è che ci conviene chiedere alla camorra di seppellirla di nuovo, questa volta con i rifiuti tossici, in maniera che gli umani se ne stiano alla larga per qualche secolo? E cioè che un qualche architetto, che di straforo fa anche l’idraulico, non ci metta del suo?


Così, altro paradosso, per restare in terra campana, mentre abbiamo capito che siamo gli unici a fare bene la pizza (almeno fino a ieri, visto che i cugini africani, del resto bravissimi, ormai ci hanno rimpiazzato), in realtà compriamo i prodotti alimentari quasi esclusivamente dai francesi. E ci possiamo ulteriormente consolare sapendo che in questo contemporaneo tripudio modaiolo e fashionesco, orgogliosamente italiano (per ora e ancora per poco), ci siamo finalmente sbarazzati di qualche griffe restituendo ai cugini d’oltralpe le eccedenze del lusso italiano di cui veramente ne avevamo pieni i polsini.


Ciò detto, sempre fra parentesi, fa ben sperare che un giorno non lontano la ex Milano da bere non sia invasa sette settimane su due solo e soltanto da spacciatori e consumatori di “stracci pesanti”.

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Alessandro Taglioni, "Kairòs 02", 2011, digitale su pannello, cm 100x100

Possibile che nessun curatore, nessuno storico, nessun critico si sia accorto della vera incessante performance concettuale cui abbiamo assistito negli ultimi due secoli? Ma come? E quale sarebbe? Non quella di Christo che ci impacchetta ben bene qualche palazzo e qualche isoletta, ma la performance consegnataci da un’intera nomenclatura. Quando? Tanti “ani” fa (non è un refuso), da generazioni di politici e ideologi, di addetti ai lavori, di tuttologi concettocratici, di politici corretti nonché intellettuali organici e scoreggioni. Ma cosa avrà mai combinato questa marmaglia? Chissà, forse, magari ha seppellito, a nostra insaputa, l’eventualità di una valorizzazione dell’arte e della cultura italiana e mediterranea sotto metri e metri di ciarpame sociopolitico, di manufatti, installazioni, videoscemenze, ideofrattaglie, protesi postqualchecosa e concettinutili chilometriche escrescenze di produzione propria o, soprattutto, di provenienza oltreatlantica, intervallate comunque da chiacchiere con marchio made in Italy.


Ma abbiamo ragione a non dare la colpa al critico d’arte, e neppure a dare torto allo storico, e ci guardiamo bene dal puntare l’indice contro il mercante e il gallerista, non sia mai che un giorno, per gratitudine, abbiano la compiacenza di dedicarsi alla protezione animali, all’ippica o all’agraria invece che ai beni culturali e artistici, visto che, in fin dei conti, costoro sono ben allenati alla cura di orticelli e scuderie.


Ma altolà. Alcuni dicono che non è vero. Che il mercato è florido, le fiere vanno alla grande. Le aste pure. Gli artisti italiani contano.


Se questo è vero allora da grande voglio fare il magazziniere (poi capirete in che senso), perché vi pregherei davvero di sperimentare di persona per poter dare credito a una simile fandonia.


Per esempio, entrate in una qualsiasi galleria d’arte e provate a chiedere a chi vi apre la porta che mestiere fa, se è maggiorenne, se parla italiano. Cosa vi risponde, se vi risponde? Mah. E come ha cominciato, qual’è la sua missione, che studi ha compiuto e se c’è un messaggio in quello che sta facendo? Cosa faceva prima di fare il gallerista? Il corniciaio, nella peggiore delle ipotesi, il pompiere nella migliore? E soprattutto, provate a chiedergli a chi vende. Vi risponderà come di consueto: al collezionista. Al che, potete, giusto per gioco, ma con aria distratta controbattere: “Ah, però, pensavo che i vostri maggiori clienti fossero gli artisti”. Infine, ormai più incazzati che sconsolati, una volta usciti, provate a soffermarvi dietro un angolo e provate a contare le persone che entrano in quella galleria, una, due, tre… e poi calò la notte.


Fatto ciò, provate a entrare in una banca o in un altro ufficio pubblico e, fra le code e la calca, provate a contare le opere d’ingegno (non dico dipinti o sculture perché non oserei tanto) ma oggetti di design, decorazioni, provate a soffermarvi sui materiali con cui sono allestiti gli uffici, l’arredo, ecc. Delusi? Ma non rassegnatevi. Fate un altro tentativo e passate nella sala d’aspetto del dentista? Delusi? Non stanchi e non soddisfatti, ora, provate a entrare in una casa privata qualsiasi e fate la stessa operazione. Più che delusi. A questo punto sforzatevi di non trarre le conclusioni seguenti: non è che forse il pubblico e l’arte sono inversamente proporzionali, antitetici, incompatibili? Non è che qualcuno, nottetempo, come avvenuto durante la guerra, ha imballato e caricato una teoria di camion con tutte le opere d’arte esistenti e le ha nascoste in qualche antica rocca del centrosud? Ma no, dai…

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Alessandro Taglioni, "Il passo e il piede", 2011, olio su tela, cm 70x100

Risultato: c’è il dubbio che tutta questa arte di cui si favoleggia sia imboscata in qualche Magazzino con la M maiuscola o in qualche soffitta, o addirittura in qualche supermercato perché, veramente, altrove non vi è traccia.


E, allora, ancora, per concludere, per amore di paradosso, lo affermiamo, a questo punto senza polsini, e ne siamo convinti, che l’arte non è in cura dai suoi addetti né tantomeno potrà essere salvata in virtù del proprio ambito, nel proprio settore di appartenenza, ma può trovare la cura nella sua stessa rarefazione, nella non presenza, se non addirittura assenza, e non nella famigerata frequentazione, ma in qualcosa di irrelato, di innotiziabile, insomma forse si tratta di un’arte di cui nessuno è al corrente, anzi, che nella corrente non ci sta proprio.


Dunque, rimbocchiamoci le maniche e proseguiamo a scavare sotto Pompei.



Prima pubblicazione: http://blog.taglioni.com/


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6.10.2016