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Uomo-Donna

Christian Pagano
(7.03.2011)

E Dio creò l’uomo a sua immagine
a sua immagine lo creò,
uomo e donna lo creò. (Genesi l, 27)



Questa espressione biblica in forma di chiasmo (figura letteraria che incrocia i termini) che costituisce, di fatto il chiasmo genetico e iniziale, e cioè l’incontro reale uomo-donna, pone una problematica, che ritorna costantemente all’attenzione della coscienza umana, come l’araba fenice… poiché meglio di qualsiasi altra esprime l’incrocio tra diverse forme di contrarietà, quella fisiologica, che è inutile negare, ma che, a parte quella sessuale, non è sempre evidente, e quella piuttosto psicologica, che comunque comporta l’uguale diritto alla differenza, sovente coperta dall’inevitabile bisogno di complementarietà necessaria per convivere, variamente espressa nel corso della storia.

Sicché il punto d’incontro di questa due coppie è non solo oggetto di complessità, termine oggi alla moda, ma anche di complicità, sovente consenziente, a volte imposta, in fondo sempre ineffabile come il punto di incrocio di due rette, invisibile in sé, ma intorno al quale come intorno a un perno gira la ruota della vita. In altri termini il problema uomo-donna non è solo questione d’intelligenza ma suppone la messa in opera di una volontà destinale.

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Christiane Apprieux, "Il corpo dell’arte", 2011, bronzo

Man mano si prende coscienza che il cosiddetto concetto di “uomo” non corrisponde solo a quello della dichiarazione dei diritti universali, originati dalle Lumières. La persona non è né può essere solo un concetto, senza rischiare di vanificare tutto, ma un fatto incontestabile ogni volta unico e “reale”. In questo senso la persona è sempre una buona novella oggetto di amore e di rispetto, perché libera, prima di essere soggetto di dovere e diritti.

Ma occorre anche dire che in quanto “fatto” la Persona, a meno che voglia negare se stessa e quel che dice (il che è assurdo), suppone una certa "passività" genetica, nessuno potendo affermare di essere all’origine di se stesso.

Per cui procederei, prima di concludere, in tre tappe:

- a partire dalle radici religiose, piuttosto discriminanti;

- l’incompiuta conquista d’una uguaglianza;

- l’éternel féminin, proprio della natura umana.


1. Dio teme la donna ?


Occorre ammettere che tutte le grandi religioni, in maniera più o meno forte, hanno operato fin dall’inizio una discriminazione tra uomo e donna, a partire dalla pratica dei riti religiosi. Vi sono alcune spiegazioni :


a) i riti di inizializzazione che richiedono a volte prove fisicamente difficili, sono sovente una compensazione maschile per tutti i nati di donna quando entrano a far parte della tribu: una specie di una seconda nascita;


b) se è vero, come dimostra René Girard che i primi sacrifici non sono che la consacrazione di una violenza iniziale, operata su una vittima espiatoria, per spegnere un conflitto latente che mina un gruppo ancestrale, allora è ben la forza dell’uomo che occorre per ufficiare il rito espiatorio, poiché si tratta di un rito cruento;


c) questa spiegazione è confortata dal fatto che il desiderio umano, a differenza dell’istinto animale, a parte i bisogni primari ( fame, sete, ecc.) non è binario ma trinario e cioè l’uomo non solo desidera qualcosa ma desidera il desiderio dell’altro, al punto di dimenticare perfino l’oggetto del primo desiderio... Ciò si chiama anche gelosia, largamente distribuita nel genere umano, e soprattutto nel rapporto uomo-donna.


Questo stato di cose origina una crisi mimetica interminabile che non trova modo di placarsi, se non ricorrendo a un linciaggio catartico (come capita ancora nelle folle) seguito da un sacrificio espiatorio di vittime spesso innocenti. Ed è così che nacquero i primi riti, in periodi di crisi, tanto più essendo che attributi alla collera degli dei occorreva placarli in una maniera o l’altra. Ciò ha portato comunque a riconoscere all’uomo un ruolo mediatore del sacro, passando così da una funzione pratica a una rappresentazione mentale, sovente inconscia, che perdura ancora. Del resto il termine “sacro santo” viene proprio dal luogo dell’azione sacrificale, separato (in latino sanctus) anche per motivi igienici. Ma è importante osservare che la giustificazione di tali sacrifici, ricorrendo a narrazioni mitologiche, è presente in quasi tutte le tradizioni letterarie dell’antichità. Tutte? Meno una.


La rottura di questo ciclo infernale della violenza, e cioè la coscienza che certi atti e una certa sofferenza non era da attribuire ad altri o agli dei, ma a se stessi, è già presente all’inizio della Bibbia con la storia di Caino e Abele e con quella di Giuseppe venduto dai fratelli. Il tutto in una progressione ammirabile, espressa poeticamente nei Salmi, fino al Cristo che si riconosce vittima innocente. Si può così parlare di una prima “decostruzione” (termine oggi alla moda), al punto tale che nel nostro mondo la parola “vittima” (che una volta era la personificazione della colpa) ora è diventata sinonimo di innocenza. E incontestabile che l’evento della Passione di Cristo, liberamente subita, ha significato e significa ancora , per credenti o no, la svolta storica di ogni forma di sacrificio e di discriminazione in forma di vittima.


Ma non per questo, e soprattutto per la donna, tutto è diventato immediatamente pacifico. Senza citare come sempre l’Inquisizione; occorre ammettere che la storia del cristianesimo, contraddicendo il fondatore, è un seguito di violenze a tutti i livelli, con ripetuti sacrifici di donne reputate veggenti, o no, con una sorprendente similitudine col terrorismo attuale, come nel decreto del IV Concilio Laterano (1215) che accordava il tipo d’indulgenza del pellegrinaggio in Terra santa, a quanti si consacravano allo sterminio degli eretici.


Un altro argomento di cui la donna è rimasta vittima è il cosiddetto “peccato originale”, attribuito soprattutto ad Eva che per prima ha colto e mangiato il frutto proibito. In realtà quest’affermazione agostiniana è essa stessa vittima di un malinteso. Nel trattato di sant’Agostino che parla del libero arbitrio, non c’è traccia dell’atto sessuale. È piuttosto sulle orme di San Paolo e della Genesi che si pone la questione del male: da dove viene questo divario tra intelligenza e volontà, che pur vedendo il bene fa il male, come mai si preferiscono beni finiti al Sommo Bene, dove si situa la ferita del desiderio infinito e la rottura tra il Creatore e la sua creatura? Che tale espressione abbia dato pretesto a una letteratura del dolore soprattutto per abbassare la donna, che pur essendo sposa e madre, è facile da vittimizzare, essendo ritenuta sesso debole, è profondamente scioccante, anzi rivela piuttosto un sintomo di repressione da parte maschile, dei sentimenti risentiti sovente come impulsi piuttosto primitivi, irrazionali, negativi a svantaggio della forza dell’intelligenza e della “lumière” proveniente da cosiddette idee chiare e distinte.


2. “Io sono Dio non un maschio”


È quanto dice Yahvé, all’inizio del libro di Osea, che non fa che ripetere l’inizio della Genesi. Del resto si sa che uno dei nomi di Javhé era Elohim, plurale femminile...


È difficile oggi dedurre con sicurezza a partire dalle Scritture e dalla pratica di Gesù, che viveva in una società patriarcale, con unanime accettazione della priorità maschile nel culto, le varie espressioni che toccano il rapporto uomo-donna, senza una attenta analisi storico-critica. Del resto secondo gli scritti di Paolo, nelle prime comunità, esistevano molti carismi, di cui alcuni esercitati dalle donne, che sono man mano caduti in disuso... Certo, negli ultimi tempi, in tutte le confessioni cristiane, soprattutto protestanti, si è cercato di valutare la presenza femminile, idealmente e nella pratica di servizi pastorali. Ma è stato piuttosto l’accesso delle donne alla cultura universitaria e anche a certe cattedre, che ha imposto poco per volta una nuova chiave di lettura, liberatrice. È così che i due argomenti principali di discriminazione, uno fondato sulla natura, l’altro sulla Scrittura, non tengono più. La donna non è la natura in genere, e l’uomo la cultura in particolare. In ogni persona, natura e cultura s’incrociano e formano una costruzione che varia da caso a caso. Quanto al peso ancora rilevante dell’ermeneutica classica, non vi è che il lavoro delle nuove ricerche teologiche, e finalmente pare che qualcosa “pur si muove” nell’Istituzione ecclesiastica, che ritiene la parità di diritto e di fatto delle donne come aspirazione del genere umano (Gaudium et Spes, 9,2).


Ma dal diritto al fatto non è facile passare. Bourdieu, autore attento ai testi fondatori, scrive che: la forza dell’ordine maschile è data dal fatto che non ha nemmeno bisogno di giustificazione. Lo stesso autore ha rivalutato l’apporto dell’apostolo Paolo al fatto incontrovertibile e immortale della persona universale, ben distinta da ogni altra qualità, squalificando così, dal fondamento stesso, ogni questione di priorità. È un esempio di come una nuova esegesi possa rispondere alla pretesa misoginia di Paolo, che raccomanda... il velo, secondo le usanze dell’epoca, misconoscendo il messaggio di fondo.


A questo punto è solito citare la teoria classica del triplice grado dell’amore, che copre soprattutto quello uomo-donna, a partire da Aristotele che distingue l’eros (l’amore fisico) bi-univoco, dalla philia, l’amicizia fondata su una vera reciprocità ideale per ogni coppia. Si cita al riguardo l’espressione di Montaigne a proposito del suo amico La Boétie: sento che non si può esprimere che rispondendo: perché lui era lui, ed io ero io.


Ma vi è incontestabilmente un terzo grado di amore, che pur non essendo proprio alla coppia uomo-donna, la qualifica sempre, ed è l’amore dell’amore, detto anche agape, che va al di là del bisogno di reciprocità. Esso sorpassa la cosiddetta regola d’oro, presente in ogni confessione, quella di non fare ad altri ciò che non si desidera per se stesso, esprimendone piuttosto il lato oblativo. È un’esperienza sovente risentita da santi, artisti, contemplativi, mistici di ogni confessione. I Buddisti parlano della grande compassione (kuruna). Il Cristo consiglia agli apostoli di amare “come” ha amato lui, e cioè anche i nemici, i suoi stessi sacrificatori, fino alla morte. E si può affermare che l’amore assoluto è proprio quello che ritornando a quanto detto prima, è disposto al sacrificio supremo. E in tal senso è innegabile che la Passione di Cristo, autentica passione attiva e passiva di amor supremo, è il punto eterno di non ritorno e d’incrocio universale tra desideri infiniti.


L’Éternel féminin


E l’Éternel féminin,sempre più alto ci attira …( GOETHE, Faust II)


Questa espressione che appare per la prima volta in Goethe, indica il potente stimolo che guida l’uomo verso una Trascendenza. Dante parla piuttosto di Beatrice sua inspiratrice che contempla gloriosamente la faccia dell’Eterno, ma soprattutto di Maria, modello insuperabile, in quella memorabile invocazione: Vergine Madre, figlia del tuo figlio umile ed alta più che creatura...(Divina Commedia, Par., XXXIII, v 1)


Il modello e il tono è dato: questa musica riviene come un ritornello non solo nella cattolicità, ma anche nella comunità islamica, e soprattutto nelle espressioni di innumerevoli artisti, senza le quali sarebbe difficile riconoscere i musei, le chiese e anche certi panorami. Ma fu Theillard de Chardin, con il suo poema fatto in trincea, nel 1918, che fece conoscere universalmente l’espressione Éternel Féminin non traducibile con l’aggettivo femminile, trattandosi di qualcosa inerente ad ogni creatura.


Occorre dire che la visione di Theillard, scienziato, tra i primi a conciliare fede ed evoluzione, risente della sua teoria, e si presenta piuttosto come una teologia escatologica, commentata del resto da grandi teologi come padre De Lubac.


Vi è nel suo “éternel féminin”, il motore (l’alpha) e il fine stesso (l’omega) dell’universo all’immagine del Cristo: una pura Energia luminosa e casta che infonde coraggio, speranza, bontà e gioia, insomma come dice Dante è l’amore che move il sole e le altre stelle. L’amore umano del resto è conscio di questo ruolo generatore... anche se qualche volta s’impone con violenza, facendo scaturire energie cosmiche ancora incognite. Energia che non corrisponde solo alla volontà di potenza di cui parla Nietzsche, ma piuttosto alla potenza della volontà, e cioè ancora dell’amore, che Theillard, con un gesto sublime, mette per così dire nel cuore stesso dell’intelligenza, sucitando così una logica sacra, che non conosce il terzo escluso, ma che generalmente include anzi genera il “terzo” come i parenti generano un figlio.


Del resto le varie tappe dell’amore citate non sussistono da sole ma si intrecciano insieme, variamente, secondo le persone. Inutile cercare un fondamento razionale a questa attitudine, se non nella costatazione che per noi è impossibile un amore che non sia incarnato: ciò che malgrado le variazioni, e le elucubrazioni di certi filosofi, è risentito universalmente, come anche l’apporto insostituibile della donna all’edificazione di ogni uomo. E occorre dire anche, che, non per caso, nel culto greco e romano le sacerdotesse erano scelte tra le donne più capaci di sondare gli dei e l’avvenire.


Su un piano più personale, l’opera di Jung , distinguendo in ogni uomo un parte maschile (animus) e femminile (anima) introduce la necessaria dimensione incosciente in ogni essere umano le cui tendenze femminili hanno incontestabilmente un ruolo universale : come i sentimenti e pre-sentimenti, le intuizioni qualche volte preveggenti se non profetiche, l’empatia, l’apertura all’irrazionale, la sensibilità sotto ogni forma, la contemplazione della bellezza e della natura, la disposizione oblativa... insomma ancora l’amore, come dice San Bernardo : che non ha altra causa, altro frutto che se stesso, quello di essere. Amo perché amo, amo per amare.

Conclusione paradossale

Occorre notare, anche che se l’amore sommo consiste nella capacità di essere “sacro” cioè di sacrificarsi per qualcuno, oggi le cose evolvono. Almeno in Europa non si accetterebbe più di dar la vita per guerre assurde, e quelli che son contro la costruzione di questo continente, farebbero bene a riflettere, ma arriva ancora a una madre di rischiare la morte per dar vita a un figlio, o di far dono di un membro del proprio corpo... Insomma non si concepisce più un amore del tutto disincarnato, o per onore, gloria, sovente usurpate da tristi personaggi. Sicché pour ammirando il poema di Theillard, ecco due osservazioni:

- La prima riguarda il fatto che ogni escatologia, come la storia, in quanto speranza, non può essere chiusa sia pur con termini sapienti. Essa suppone un certo esoterismo, un “Deus abconditus” ineffabile, che non si può precisare, certo, ma anche un certo umanismo;

- costatando di fatto che la condizione femminile ha cambiato più negli ultimi venti lustri, che nei venti secoli antecedenti, pare possibile invertire la proposta del poeta Aragon : la femme est l’avenir de l’homme, dicendo la donna è l’avvenire dell’uomo, e viceversa.

È un’espressione di nuovo chiastica (ritornando a quella iniziale) che mettendo in evidenza non solo l’intelligenza ma la volontà, comporta una saggia complicità, perché le cose si possono e si debbono constatare da punti diversi e opposti. Si notérà allora che i due cammini, se non fosse altro che per il lasso di tempo intercorso, non rivengono al medesimo punto, ma una terza possibilità spunta all’orizzonte, cioè una novità.

In altri termini, l’uomo in qualche modo (ed è anche l’eternel feminin) è condannato a una “relativa creazione” o ricreazione continua. Questo su un piano scientifico si traduce con il principio di falsificabilità (Popper) ma in termini più generali si può chiamare principio di ulteriorità, che indica il fatto di dover andare oltre, come il “meta” in greco, trans in latino, insomma il necessario procedere che porta l’avvento del nuovo.

Il paradosso consiste nel fatto che tale ricreazione è inevitabile, e dunque si può solo rifiutare o accettare, con gioia o tristezza, decisi o perplessi. Ma non si può negarla, senza affermarla. È il caso di una possibile Trascendenza, che molti si ostinano a negare come se sapessero paradossalmente già di cosa si tratta. Allorché nulla è più presente che una certa “assenza” sia al livello della materia stessa, che non conosciamo mai a fondo, sia dell’Altro, che, come dice Levinas ci interpella costantemente ma non si lascia prendere, altrimenti non ci potrebbe essere nemmeno amore, e soprattutto con e in sé, sentendo una voce più intima, secondo la bella espressione agostiniana, del proprio intimo stesso.


Cosa significa questo nel rapporto uomo-donna ? In fondo ciò che conta è costatare che ogni persona gioca un ruolo insostituibile, ed è tale costatazione a dare dignità, verità e libertà ad ogni creatura. Nessuno può fare l’amore nella verità e la verità nell’amore, al posto di un altro. Ciò non significa assolutamente che si debba far da soli. Del resto sarebbe impossibile. Già Esiodo diceva “poveri imbecilli non sanno quanto la parte vale più del tutto”, al che Paolo VI risponde in termini eloquenti: “Per noi, la donna è il riflesso di una Bellezza che la sorpassa, il segno d’una bontà che ci appare senza limiti, lo specchio dell’esser umano ideale, così come Dio l’ha concepito a sua immagine e somiglianza”.


D’accordo. Ma allora cosa facciamo ?


Christian Pagano


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30.07.2017