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Giorgio Agamben, "Il Regno e la Gloria"

Giancarlo Calciolari
(1.03.2011)

Il regno e la gloria di Giorgio Agamben è dedicato alla genealogia dell’economia. Tra le piste non psicanalitiche di lettura quella del filosofo Giorgio Agamben è una tra le più ricche e interessanti.

Che noi poniamo obiezioni e questioni alla sua ricerca e al suo testo non deve fare passare una presunta svalutazione del lavoro di Agamben, che nel panorama degli scritti filosofici e universitari è di qualche anno luce in avanti.


Economia è termine che Agamben non ritrova in ambiente teologico ma filosofico, e che passerà poi nella teologia e nella teologia politica e facendone il percorso, la filologia, quello che facevano all’università prima dell’invenzione della linguistica, Agamben si confronta con gli studi specialistici, studi di settore, che talvolta i loro lettori possono stare nel pugno di una mano (questa è la sensazione di un altro più o meno su queste piste ed è Pierre Legendre), e insegue le coppie non propriamente oppositive, essenziali, bipolari, essenziali l’uno all’altro, e sono quelle dell’essere e dell’agire, dell’ontologia e dell’atto, dell’azione, del regno e del governo, e si interessa agli aspetti delle liturgie, dell’acclamazioni, di quello che chiama l’ambito della gloria e di cui ne fa l’archeologia.


Il lavoro d’archivio è formidabile, le distinzioni che va ha reperire prima della teoria trinitaria e quindi nella teologia ebraica come quella tra il Malkut e la Shekinah, tra il regno e la dimora di Dio tra gli uomini.

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Opera di Christiane Apprieux, 2011, bronzo a cera persa

Non affronteremo i capitoli, i dettagli, gli infiniti dettagli dove talvolta si giocano parti importanti della ricerca, poiché la nostra lettura è decisamente altra. L’archeologia agambeniana arriva ha situarsi tra Paolo e Cristo, allude alla tradizione ebraica dalla quale emerge Cristo e anche Paolo, non a caso riportato alla tradizione ebraica da uno degli autori di cui in Italia e forse anche in Francia Agamben ha promosso la traduzione, ed è Jacob Taubes che ritrova l’ebraicità di Paolo, nel senso del suo messaggio, del suo testo. Mentre Pierre Legendre, allude alla Bibbia come testo di riferimento, ma è sazio della pesca infinita nell’altra bibbia che è il diritto romano canonico, che ritrova come fondamento delle società attuali. Non diversamente Agamben trova a fondamento delle società attuali la struttura teologica, il dispositivo teologico che chiama la macchina governamentale, che non precisa mai come occidentale, forse perché si tratta del governo del mondo.


Curioso come le macchine di governo orientali funzionino nello stesso modo senza aver sviluppato la stessa base di testi. Basta L’arte della guerra di Sun Tsu.


La gloria, questo aspetto che trova quasi performativo, in cui c’è il compimento stesso della polarità regno e governo, essere e ente, Malkut e Shekinah, e tutt’altro che disinnescata dal dispositivo teologico che non è stato superato e che quindi rimane come testo da leggere. Qui veniamo alla modalità di Agamben che propone di smontare e di rendere inoperoso il dispositivo govermentale con questa archeologia, che è quindi uno smontamento, non lontano dalla decostruzione, alla quale tuttavia ha sempre posto obiezioni Agamben, che non riprendiamo in questo testo.


La questione è quella dell’angelologia, di quello che Massimo Cacciari ha chiamano la necessità dell’angelo, ed è la questione enunciata da Agamben in un modo particolare, quando dice che la questione non è la sovranità ma il sovrano, non è Dio ma l’angelo. Esatto. Noi dovremo scrivere l’angelo non più necessario, ma abbiamo un’altra lettura e stima per l’angelo e quindi poniamo la questione se l’angelo sia per l’appunto la sentinella dell’ordine del mondo, sia celeste che terrestre, o se sia un modo dello specchio, dell’oggetto come impertinente, come nell’Annunciazione del Tintoretto che testimonia della sorpresa della Madonna.


L’approccio all’ebraismo è sopra tutto quello della cabala, che viene delle letture di Benjamin, di Scholem, di Taubes e di altri, e quindi c’è il postulato delle emanazioni, dell’agire di Dio nel mondo, Dio agente, per gli umani. L’altra via del pensiero ebraico è quella di Maimonide, come ci ha insegnato a distinguere Gérard Haddad, ed è quella di una lettura che non richiede più, perché la prende come una gnosi, l’intervento di Dio nella Storia. Svanisce la mano di Dio invisibile, invisibilità che qualifica di più il fallo che la presunta mano di Dio, e non ci sarà neanche più l’accorgersi di Henri Corbin (Il paradosso del monoteismo) che nella teologia islamica, nell’imamologia, le mani stesse dell’imam sono le mani di Dio. Lo annota precisamente, l’ipotesi del Dio agente comporta che Dio faccia anche il male e quindi sarebbero giustificate tutte le atrocità umane.


Eppure non trae questa lezione poiché non c’è nessuna clinica della gloria, non c’è nessuna lettura oltre la macchina governamentale che sta di fronte agli umani e a Giorgio Agamben, come sta la bestia dinanzi a Dante, che tuttavia si fa bene rispondere dal suo antifonario Virgilio che gli conviene tenere semplicemente altro viaggio.


Noi non abbiamo nel testo di Agamben l’altro viaggio, l’altra vita come la chiama Pirandello, abbiamo il mulino a vento organizzatissimo che dobbiamo smontare e rendere inoperoso. In breve, ogni trattato di angelologia è un impossibile trattato del fallo, quale principio genealogico; e la dogana segue al fallo.

La mano invisibile è fallica, il regno e la gloria, il regno e l’economia, l’essere e l’ente, sono rotture dell’intero che non è fallico, viene creato invisibile e bipolare come fallo, i montati e gli smontati, i ricchi e i poveri, l’ordine gerarchico che crea il criminale e il poliziotto. Per questo i bambini, che hanno ben inteso che si tratta di un gioco di ruolo, giocano ancora a guardie e ladri, a indiani e cow boy.


Smontare e rendere inoperoso l’intero dispositivo economico teologico lascia non superato il modello teologico, dopo la montata fallica lo smontare appartiene allo stesso ordine fallico invisibile come la mano di Dio. La smontatura porta ha compimento la montatura.


Questa lettura potrebbe avere preso tutt’altra via a partire da un dettaglio: dal modo in cui Agamben legge senza citare la distinzione tra senso e il termine che lui traduce dal tedesco come denotazione ed è la Bedeutung. Introduce questo per fare intendere la dislocazione della denotazione del termine “economia” e come non si tratti di un altro senso di una polisemia del termine “economia”. Ora questa via di confronto con la psicanalisi che non troviamo in Agamben, forse perché non abbiamo letto tutti i libri di Agamben, e quindi non troviamo il confronto con Freud, non troviamo il confronto con Lacan, e non troviamo il confronto né con Pierre Legendre né con Armando Verdiglione che di queste questioni fanno la lettura della loro vita.


Ora la Bedeutung è stata tradotta da Lacan con la significazione. La significazione del fallo è tra altro l’unico testo che Lacan abbia scritto direttamente in tedesco. La segnatura viene introdotta da Agamben dalla non lettura di tale questione, diciamo quanto meno dalla non lettura di Senso e significazione, Senso e denotazione, Sinn und Bedeutung di Frege. La lettura di Agamben è quella di leggere Frege senza Peirce e come abbiamo accennato senza Lacan. La segnatura è fallica, è sociale, è la macchina di scrittura quale aspetto della macchina di governo; la macchina di governo scrive per segnature, per marcature, come nella Colonia penale di Kafka. Come conciliare che qui si tratti di una nozione specifica di Agamben e non della macchina governamentale? Nel senso che ci troviamo nel caso della macchina governamentale di se stesso, nel suo regno e nel suo governo, che non sono una sua peculiarità, nel senso di una peculiarità di Agamben.


Quindi, per concludere, disattivare e rendere inoperosa la fallicissima macchina governamentale del potere è il modo per accendergli un cero, per lustrare qualche ottone.

Giorgio Agamben, “Il Regno e la Gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo”, Edizione Neri Pozza, 2007, edizione Bollati Boringhieri, 2009, con nuovo apparato iconografico.


Maggio 2010 – febbraio 2011


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30.07.2017