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Davide Piazza. Orizzonti e sentieri

Giancarlo Calciolari
(1.03.2011)

L’orizzonte, tra oriente e occidente, tra la terra e il cielo, tra il corpo e la scena. L’orizzonte tra il “da dove vengono le cose” e il “dove vanno le cose”. Il confine che è tra due ed è anche apertura, varco. Intervallo più che chiasmo. E qualcosa passa tra il paese e lo spaesamento lungo il filo. Qualcosa si scrive in modo originario e quindi irripetibile. Altro è allora il paesaggio. L’orizzonte nella vita di Davide Piazza si scrive proprio nelle opere che l’artista ha esposto recentemente alla galleria d’Arte ART.U’. – Artisti Uniti, a Vicenza, in via Soccorso Soccorsetto, 17, dal 29 gennaio al 13 febbraio 2011. Il titolo: “Orizzonti e sentieri”.


Nessuna simmetria tra la terra e il cielo. Questo è l’orizzonte e il modo stesso per orizzontarsi. La verticalità non è il modo in cui l’alto governa il basso e nemmeno il modo della rivoluzione del basso verso l’altro. I sentieri, i segni della vita senza più significazione sociale, non hanno il loro originale nel cielo, perché sono la traccia stessa dell’originario.


Occorre prendere alla lettera l’aforisma di Leonardo: la pittura è la più alta forma di scrittura. Che cosa scrive Davide Piazza con le sue opere? Il romanzo teorico della sua vita. Romanzo artistico, romanzo culturale e romanzo scientifico. La pittura come punta della scrittura.


L’idea di Davide Piazza era quella di fare una mostra di “paesaggi che non fossero paesaggi”, nel senso del canone sociale, in modo che l’elemento linguistico “paesaggio” potesse rimettersi in gioco come originario. Al punto che l’idea iniziale per il titolo della mostra era “Luoghi comuni”, per l’appunto il paesaggio ridotto a luogo comune. Invece sintetizzando la forma del paesaggio emerge un altro titolo per la mostra: orizzonti. Sino a ricondurre poi l’orizzonte a una linea. E riuscendo talvolta in questa impresa pittorica.

“La linea divide, è quasi un muro per noi”. Nessuna specularità tra il cielo e la terra, come sognava anche Lenin. Nessun rapporto sessuale tra il corpo e la scena. “Linea che divide la parte terrena da quella dell’ignoto, dalla realtà a quello che è il reale, dal presente al futuro. La linea dell’orizzonte che sembra scontata in realtà è un po’ la metafora della nostra vita. Noi possiamo ricondurre tutto con la linea dell’orizzonte. L’orizzonte non è altro che qualcosa visto in prospettiva, non più nel passato o nel presente, ma qualcosa che sta dinanzi a noi.”


Il nero è una traccia che si trova su tutti i quadri. In alcuni, sulla terra, traccia delle diagonali, qualcosa che accorcia, che ha il senso dei sentieri. Non il viaggio infinito potenziale (quello che non si realizza mai), ma il viaggio effettivo, il tracciato tra la campagna e la città.


Il sentiero come qualcosa che avvicina l’orizzonte e che non lo lascia alla metafisica, né alla metachimica, né alla metapolitica. Il sentiero come “ferita” della vita, come qualcosa che incide il corpo. “Tagli che ci si ritrova a fronte di un orizzonte lontano”.


Gli orizzonti anche come indici della ruota delle stagioni. E talvolta, semplicemente, come orizzonti urbani, come sky line della città moderna. E occorre intendere in che senso Davide Piazza qualifica di “quasi astratti” i quadri in cui interviene la questione della città. A noi pare che tale questione intervenga in ciascuna sua opera. Non è tanto la rarefazione degli elementi identificativi delle figure, quanto la combinazione di un’arte del colore e un’arte della luce. È per via di astrazione che quel che resta di un albero, di un campo, di un fiume, di una città, entra nell’itinerario artistico. Non si tratta di una purificazione astrattiva su di una sostanza che divenga poi materia artistica, ma di un linguaggio che trova la sua condizione nel colore, nella moneta della parola. E anche quelli che chiamiamo colori ricevono il loro statuto pittorico dal fuoco fatuo che è l’oro di Colombo e non l’uovo.


“Colori che vibrano”, che emergono dalla materia, accentuata dall’uso di gesso e sabbia per indurre la superficie, quasi sempre una tavola, raramente con tela collata.

“Vibrazioni azzurre su un fondo arancione e giallo”.


“Catrame diluito, con sfumature che vanno dall’ocra al bruno, sino al bruno profondo quasi nero”. Qui il nero è il colore come sembiante, come provocazione e condizione del viaggio e dell’opera.


La partitura del colore e della luce. La loro combinazione. La luce che riscalda, che raffredda, che procede dal caldo-freddo come ironia della vita. Colore che provoca, che questiona, che “ciarla”. Questo avvertiamo parlando con Davide Piazza.


Opere che non disdegnano la lettura del fantasma, come quello della scrittura geometrica del profilo della città.” Orizzonte tagliato e ricostruito dall’uomo. Orizzonte violentato dalle costruzioni. Il mostro che è la metropoli e che divora le ore della notte”. La città cannibale. La città vampiro. La città di Caino, che rimane sempre la città della teologia politica. Come se le cose procedessero dal fantasma e non dall’orizzonte come apertura. Come se i sentieri avessero bisogno della cauzione di un aggettivo, tali nella formula dei “sentieri interrotti”, cara al filosofo Martin Heidegger.


E così per Davide Piazza nelle opere intervengono “tagli che saettano lo spazio”, che non è più quello della visione ma quello della vita. Il limite è come quello della siepe di Leopardi, senza la quale non si dà nessun infinito.


Le tecniche impiegate dall’artista sono varie e non determinano il risultato ma partecipano alla qualità del risultato.


Anche il gocciolamento, che non è un omaggio al dripping di Pollock, ma semmai lo restituisce in altra cifra, sospende il paesaggio, quello convenzionale, riducendolo alla linea dell’orizzonte. Linea che non è la retta che all’infinito si morde la coda.


Avventura densa di eventi. Filo dell’orizzonte che può nascondersi in una tempesta e non esclude il disagio di chi la guarda. Apocalisse quale “stravolgimento dei colori naturali, un mare nero, un cielo verde , le nuvole rosse! ”.


Orizzonte che non è una linea nel deserto e neanche l’ipotesi di una sua assenza nella foresta. Tale è l’orizzonte da cui procede ciascun sentiero dell’esperienza di Davide Piazza.


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30.07.2017