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Dal cavallo di Nietzsche al cavallo di Freud, e oltre

Giancarlo Calciolari
(1.02.2011)

In una lettera a Fliess, per evocare la sua prima opera, L’interpretazione dei sogni, Freud cita una storiella tratta dal folclore ebraico: “Dove vai Itzig? Gli chiede qualcuno” – “Non lo so, interroga il mio cavallo”. L’identificazione a Itzig giunge al cuore della sua struttura. Nessuna identità ma l’inidentificazione. E sino all’identificazione del punto vuoto. L’identificazione di Itzig e l’identificazione del cavallo. Itzig come sembiante. E il cavallo come sembiante. Come “lui”. E questo dà l’entrata nel mondo dei sogni, la via regia all’inconscio (la lettura, l’interpretazione).


La questione è che nel discorso corrente, ovviamente, nessuno risponde al quesito. Ciascuno risponde al quesito, ciascuna volta in modo differente, chi si trova in un processo di lettura e di scrittura. Di domanda e di risposta. I più (“ognuno”) non leggono e non scrivono. Non trovano le risposte (ossia accettano tutte le ricette sociali pronte all’uso) e quindi non scrivono. Tra le non risposte oggi diffusissime: il tatuaggio, l’impossibile scrittura sul corpo.

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Opera di Christiane Apprieux, 2011, bronzo

Se il cavallo è l’emblema della genealogia sociale, è lo smarrimento, l’assenza di direzione intellettuale, e ognuno gira in tondo. L’ordine rotatorio che tanto ha “scassato” la ricerca di Lacan, sino a moltiplicare i cerchi nel nodo borromeo, e poi sino alla sua generalizzazione (fornitagli “involontariamente” dall’allora matematico Jean-Michel Vappereau), è per lo scarto infinitesimale che condanna alla sopravvivenza nel mito dell’idealità di una vivenza che avrà sempre gli occhi della morte.


Il cavallo di Freud non è il cavallo di Nietzsche, quello del folle abbraccio a Torino. Il cavallo è l’ipotiposi presa nel viaggio intellettuale. Nessuna paura dell’animale, perché è un elemento linguistico, come Freud insegna anche nel caso del piccolo Hans.

L’errore tecnico è di considerare l’animale come sostituto dell’uomo. I lupi, i topi, gli agnelli, gli squali, cani e gatti, falchi e colombe, come rappresentazioni sociali. Invece l’animale è figura dell’apertura, del questionamento, dell’impossibile egemonia del fantasma sulla parola, sull’originario.

Non è neanche che il cavallo d’angoscia, dopo la morte del padre Jacob, porti Freud nel paese dell’inconscio, a smuovere gli inferi (Acheronta Movebo), questo oggi lo fa ogni psicopompo con i viaggi organizzati dai terapeuti delle farfalle (psiche). È la lettura del cavallo la via di sbocco, appena l’apertura del viaggio intellettuale. Nulla a che vedere con la mucca di Cartesio, che la indica a braccio, nel cortile di casa, come la sua vera biblioteca. Ma Cartesio ha mancato la lettura della mucca, e gli resta non l’oggetto a (piccola a) ma l’algebra del piccolo oggetto: il soggetto. Ma il cogito, come mi insegna l’amico teologo Christian Antonio Pagano, viene da conato. E l’agitazione non è il fare.
Un’agitazione può essere fermata da un raffreddore, mortale, nel senso che la regina Cristina aveva forse gli occhi della morte. Ma la donna non è la morte, se non nella mitologia alla quale Cartesio non ha portato nessun elemento di lettura. E la sua direzione (il suo metodo direttivo) concorre con il massacro industriale nei macelli di Chicago per la palma di chi abbia insegnato a Ford la “catena”, non simbolica, ma di montaggio. Il montaggio genealogico, quello in cui crede un archivista intelligentissimo come Pierre Legendre.


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30.07.2017