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Cahier de voyage. 03. Puducherry

Luciano Troisio
(24.01.2011)

SI’, NO, MAH.

Appena venuto al mondo il neonato si esprime attraverso un’unica struttura linguistica: il pianto. Non percepisce la madre se non come capezzolo, è guidato nella sua ricerca, non dalla vista ma dall’olfatto. Posto accanto alla mammella, detta ricerca avviene con un movimento verticale della bocca (e della testa).

Quando il neonato è sazio, rifiuta il capezzolo offerto con un movimento orizzontale della testa verso destra o sinistra.

È così che gli umani apprendono i primi due gesti “preverbali” corrispondenti all’affermazione e alla negazione. Questa regola vale universalmente per l’intera specie umana (con pochissime eccezioni: la più importante è l’area della Bulgaria, dove sembra avvenga esattamente il contrario).

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Hiko Yoshitaka, "Incoerenza illegale", 2008, cifratipo, olio su carta

Fatta questa premessa, veniamo a parlare di un terzo gesto, non universale, tipico della sola grande area dell’India in generale, e culturalmente appreso dopo gli altri due: si tratta di un complesso movimento semirotatorio della testa, che comprende i due gesti descritti, fusi in un ideale più complicato gesticolare, assai difficile da interpretare e da imitare per gli stranieri, che potrebbe essere un po’ rozzamente descritto e riassunto come l’“otto” del segno dell’Infinito. Se questo gesto è accompagnato dal lemma Sì/No, il suo significato è immediatamente comprensibile. Se invece non è accompagnato da parole, o da parole incomprensibili di solito pronunciate a una velocità asiatica da indecifrabile trapano Blekedeker, o in un inglese assurdo, volgare e supersonico, per un non indiano il significato resta una specie di mistero.
(Esempio: ieri ho chiesto a un’acconcia signora se un certo autobus andava all’Ashram. Alla gentilissima risposta rotatoria per me senza significato, sono stato costretto a chiederle nuovamente: sì o no?).

Di questo gesto esiste una gamma vastissima: dall’impercettibilmente accennato, all’enfatizzato senza requie.

Immagino che sull’argomento esistano molti studi antichi e moderni.
Per quanto mi riguarda, me ne sono ormai fatto un’idea precisa:
si tratta anzitutto di una specie di formula di cortesia, che allude a buona educazione, tolleranza nei confronti dell’interlocutore, disponibilità e premura da parte di chi risponde. Rientra quindi nei convenevoli non verbali. Inutile sottolineare che la stragrande maggioranza degli umani che tratta con stranieri (e questo in tutto il mondo, occidente compreso), non ha la finezza culturale di parlare lentamente la propria lingua con lo straniero, che probabilmente la capisce con molta difficoltà. Convenevole che comprende quindi aspetti confricanti e ossimorici non secondari.

Vediamo quali significati potremmo attribuire in parole, alla risposta “non verbale” a una nostra qualsiasi domanda:

- Sì. Certamente. Ovvio.

- Lei ha il mio permesso/benestare.

- Veramente non si potrebbe, ma per questa volta glielo concedo benignamente per mia bontà.

- No. Non si può e per questo mi scuso molto.

- Càpitano tutte a me, ma vediamo di risolvere il problema.
- Prego, non c’è di che.

Quel gesto educato, se non accompagnato da parole univoche (che peraltro lo renderebbero del tutto superfluo ai fini della comunicazione) vuol dire tutto e nulla.

È molto interessante verificarne l’uso per la strada, nei luoghi pubblici ecc. Molto diffuso, ma non presso tutti, non sostituisce affatto il normale Sì/No. Probabilmente è più usato in certe regioni, da certe categorie/caste, ma non saprei dire quali.

Osservarne l’uso in televisione è assai istruttivo ma complica ulteriormente le cose. Mi pare che i politici, astutamente, lo evitino proprio per la sua equivocità: non ho mai visto il primo ministro Singh (sempre compostissimo e un po’ ingessato) o Sonia Ghandi compiere questo gesto, mentre, nelle interviste dei giornalisti ai passanti, muovere la testa parlando al microfono è quasi normale. Si può dedurre che sia più frequente presso le classi popolari.
Nei film l’impiego è completamente differente. A seconda delle “scuole” sembra che in certi sia volontariamente assente.

Risulta chiaro che la gestualità è dovunque argomento importante, sia nel teatro che nel cinema, specie nella cultura indiana che attribuisce grandissima importanza al linguaggio del corpo, alla mimica del volto, delle mani e delle dita nella danza, sia nella pantomima che nella recitazione (in questo è molto simile all’Europa mediterranea). Ogni regista decide secondo il suo codice, e certo ha affrontato l’argomento con gli attori.

Nelle scuole di recitazione è necessario affrontare il problema, specie se il film mira ad essere esportato su mercati stranieri.

Concludendo: nella sincronia del quotidiano, questo singolare gesto meraviglia gli stranieri, crea loro imbarazzo e spesso li costringe ad affrontare direttamente infiniti equivoci.


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30.07.2017