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"Pane di pietra", di Anna Sciacovelli

Monica Cito
(24.01.2011)

La plaquette che sto per proporre ai lettori di Transfinito, vide la sua luce grafica un quarto di secolo fa, per i tipi dell’editore salentino Capone.

Essa consiste in uno degli ultimi miei acquisti da un “bancarellaro” – tarantino in questo frangente – ed è risultata, oltre che brutta, anche carestosa, come si dice da queste parti; cioè esosa, se confrontata al prezzo ab origine: £ 6.000. L’ho infatti pagata € 2,00 ovverosia quasi quattromila del vecchio conio.

Due euro sono un po’ troppi, per un libro cilestrino di cui va salvato soltanto il titolo, in lettere candide e promettenti impresso sulla copertina. In più, se nel prezzo contiamo anche la spendofilosofia adoperata dal “bancarellaro” per convincermi a non desistere dall’acquisto, quei due euro acquisiscono un valore “etico” infinito, riportando alla memoria certe frasi-della-nonna: «Šté pajato», traducibile solo con una perifrasi, per non fargli perdere l’originaria icastica efficacia: dal momento che lo abbiamo pagato, non possiamo conferirlo in discarica rifiuti. Qui nel Sud-Puglia (anche denominato Salento, e c’è chi vorrebbe farne una nuova regione da aggiungere alle già venti attualmente sulla cartina geopolitica dello Stivale) le persone anziane adoperano questo distico, strettamente connesso ad acquisti edibili, anche versione-ristorante. Insomma, una volta aderito al contratto, bisogna onorarlo ed ingozzarci; con o senza gusto, perché a quel punto il nostro piacere non conta più.

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Hiko Yoshitaka, "La marca del significante", 2011, cifratipo, olio su carta

Ragion per cui, premesso che:

– un libro, dopo tanti anni, mi pare di conoscerlo a naso più che a lettura;

– il sesto senso mi stava convincendo ad arretrare;

– non ho più la giovanile capacità di leggere un libro lì dove si trova, ed abbandonarcelo se del caso;

– era sabato e volevo beceramente entrare nell’ipermercato (nel cui atrio era allestita la minifiera dei bancarellari di cui trattasi) per comperare bibite, matite, un tubetto di colla ed altre cianfrusaglie similari;

– non avrei dormito, pensando d’aver lasciato un brutto libro non venduto,
mi sono lasciata vincere dalla curiosità, dalla pigrizia nello stare in piedi e a due passi dal faccione interrogativo e zanzaresco del bancarellaro, ed ecco il libro bello che comprato.

È bellissimo, farsi una fornita biblioteca, ma se continuo a comperare le Genti, le Sarli Gianfaldoni, le Sciacovelli… il sogno s’infrange nella carta da macero. Bisogna che mi dia una regolata; ma bando agli sproloqui…

Per scrivere bene bisogna fare frasi brevi, precise: soggetto predicato e verbo: l’autrice è Anna Sciacovelli, che «vive ed opera a Bari», recita la quarta di copertina. E cosa fa? Opera, sì, ma come e dove? Tutti viviamo, finché non moriamo, ed operiamo finché non veniamo sezionati. Forse l’operare si sostanzia nel dedicarsi «allo studio e alla riscoperta di luoghi ed immagini della sua terra». È qui, l’inganno della Sciacovelli: dice che studia e riscopre la sua terra, ma io non ho adombrato né studio né riscoperta; la immagino, questa signora, come un’imbranata scalatrice alle prime armi. Cita le Murge e poi si rifugia a Marrakech «Ho scavato sulla Murgia pietrosa» (rigo tredicesimo, verso tredicesimo, con spazio – se letto – quindicesimo, di una poesiola intitolata “Ho scavato sulla Murgia pietrosa”; pag. 24).

Sara, cagnolina mia, eccoti una concorrente… tu che sicuramente continui a scavare anche in paradiso! Con rispetto parlando, naturalmente.

Ed è anche misogina, nella “lirica” AL MERCATO DI MARRAKECH. Stanca di scavare la Murgia – che per scavarla, vi assicuro che non basta la brutta o la buona poesia – se la prende con “certe” donne: «Non lasciatemi sola tra queste donne al mercato di Marrakech» (pag. 58).

A proposito della stessa poesia gentile: i «fanciulli beduini cantano come buffoni»; e con un sol colpo di spugna, sia i fanciulli beduini sia i buffoni, sono stati offesi. Ci vuole una certa capacità ad assonanze così estemporanee! Ma non c’è da meravigliarsi, forse il mondo vuole l’insulto, vuole la superficialità, la finta conoscenza, lo pseudostudioso sempre e comunque.

A quest’Anna Sciacovelli il mondo ha fatto vincere certi concorsi:

I. Premio “Campofranco”;

II. Premio “Città di Terlizzi” (comune del Nord barese);

III. Premio “La madia d’oro”;

IV. Premio “Poeti per l’Europa”;

V. Premio “Arquà Petrarca”.

In più, la Sciacovelli «ha collaborato con saggi, racconti, recensioni al “Corriere del giorno”, “Puglia”, “Il cittadino”, alcuni periodici italiani editi all’estero e a vari programmi radiofonici». Dio mio! Questa addirittura non collabora con saggisti, ma con saggi veri e propri. Guru del nuovo millennio? Dei? Poi collabora anche con racconti, non con narratori. Collabora pure con le recensioni, mica le stila… Mi scuso per la mia burloneria, ma quantomeno una virgola in più ci voleva!

Sicché scrive a tutto tondo, costei, crea anche riduzioni teatrali e per la scuola. Sarà forse un’insegnante? Ma io la leggo e la sento troppo pseudomoralista. Certo, una plaquette di sessantadue pagine potrebbe non bastare per farsi un’idea, ma permettetemi di erudirvi: «L’uomo, incapsulato/dai mass media/assiste alla sua pazzia» (pag. 7); «Troppo ho creduto nei falsi dei/che mi pregavano di restare al Sud/incatenata con fili di seta ed antiche credenze//Sono fuggita sparando al sole anatemi» (pag. 10); «Ho vissuto per strada i miei sogni/Mi bucavo mentre l’aria sapeva d’erba nuova/inseguivo le pozzanghere con gli occhi spenti/respirando il tuono che portava nel grembo/la vita per le campagne e ridevo di me» (pag. 11).

Può bastare? Tenete anche conto che, forse, ad undici-dodici anni una persona già potrebbe scrivere poesie col titolo: UOMO SANDWICH, LAMP BLACK, POSTERS, CAPRICCIO EGIZIO. E, vi assicuro, non c’è quel sarcasmo che possa rendere legittimo il verso con quel titolo. La poesia della Sciacovelli è seria serissima, parla di dolore, morte, attentati, religioni, droga, consumismo.

Però a me non piace, proprio perché è seria. Seria come la chiesa, i preti, quindi pedante, prima del suo esclusivo Eros e del suo esclusivo Thanatos. Incondivisibile, non sfiorante l’universalità neppure di sbieco, caricata d’una costruzione di dolore sfruttato dall’altrui esperienza dello stesso. Sembra una donna che non soffre: «Questo fragile cuore di latta» (pag. 13), combatte una lotta non sua. E si sente, si percepisce e «lo specchio recepisce l’eco di una nota stonata» (pag. 16).

L’apoteosi dello svilimento delle problematiche è incalzante. La storia diventa “Madrid 1936” (pag. 35) o un “Capriccio egizio” (pag. 57). E si vede che né dell’Egitto né di Madrid la scrittrice sa un tubo.

Abbiamo scoperto una furba! Una che vuole ingannarci, fingendo di sapere, vestendo i panni dell’intellettuale, ma che dice di studiare. Vorrei soltanto capire COSA studia, dato che il Sud lo abbandona nelle frasi fatte che non merita ed “Il Capitale” di Marx diventa materia per ridere. Ma poi però, contraddicendosi nelle infinite manifestazioni di chi male impara e male espone, vede la propria “Dicotomia” (pag. 9), “Le ali di una farfalla uccisa” (pag. 17) e tutto quello che del prossimo non sa, attraverso un “Frinire della paura” (pag. 19), si trasforma in luogo comune da paura.

E ti chiedi: è poesia, questa? Ti rispondi con un luogo molto comune anche tu, ma meno dei suoi: con un po’ di fantasia…


E infatti c’è anche questa, non nelle poesie ma nella valutazione di esse operata in introduzione da chi appunto Fantasia si noma, e di prenome fa Matteo. Costui, volendo farci abboccare, scrive: «[…] c’è lo svolgersi della poesia in ritmi e cadenze quasi fatali, l’allargarsi e distendersi del pathos all’ambiente, alle persone, alla umanità intera, alle cose e al cosmo, proprio come la poesia leopardiana che dall’Infinito trascorre alle Ricordanze alla Ginestra ad Amore e Morte» (pag. 3).

Un ultimo appunto: il signor Fantasia si chiede, come la scrivente, perché il libro si chiami come si chiama, dato che non c’è pane di pietra, nemmeno traslato, nemmeno in una transustanziazione. Nemmeno in una deglutinazione: «“La dicotomia” (e forse questo sarebbe stato il titolo più adatto alla raccolta) domina dovunque» (pag. 4).

Prima però di criticare con le recensioni ciò che a vario titolo crede d’essere cultura, bisogna istruirsi, studiare, ed è utile in questo momento ricordare cosa sia la dicotomia.

Dal dizionario Palazzi apprendiamo che, in senso filosofico, il lemma definisce il «metodo utilizzato dai filosofi eleatici per negare il moto, dividendo in sempre nuove metà una distanza da percorrere».

Mi accomiato chiosando un passo di Caterina Fischetti (1): «L’attesa, il fattore tempo, il farsi sentire presenti senza intrudere, permette all’adolescente di superare la tempesta adolescenziale e di riusare l’adulto in questa ulteriore e definitiva separazione, dopo averlo introiettato intatto».




(1) Ne: “La psicoanalisi infantile”, edita per i tipi della Newton-Compton nel 1996 nella collana “Tascabili economici Newton. Enciclopedia tascabile IL SAPERE, diretta da Roberto Bonchio ”. Pag. 76.


22 gennaio 2011.

Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi). Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.
Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.
Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere intollerante al glutine e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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19.05.2017