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John Dos Passos, "Manhattan Transfer"

Elisabetta Blasi
(24.01.2011)

Non me ne voglia, la Regina del Giallo dall’aldilà ove è traslata, se parafraso il titolo di un suo noto lavoro.

Ma proprio quest’assonanza, mi suggerisce il funambolico, filmico architetto Dos Passos: istantanee in quanto snocciola la filigrana dei suoi anomici personaggi come se ne fotografasse le tranches de vie; di un delitto perché il Grande Assassino è il Golem- Capitalismo.

L’epopea di/in una New York scannerizzata per un trentennio: dalla fine dell’Ottocento fino all’epoca proibizionista post-Grande Guerra, dove già traluce – con un certo alone profetico, dato che il libro esce quattro anni prima – The (Big) Wall Street Crash e consequenziale Grande Depressione (raccontata poi mirabilmente da un altro romanzicronista: John Steimbeck).

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio al Giappone", 2011, cifratipo, olio su carta

Del resto, uno dei protagonisti del mega Transfer (apprendo dal dizionario italiano/inglese che il lemma può essere svariatamente tradotto; qui m’interessa l’accezione DECALCOMANIA) pare proprio andargli incontro, al baratro che neanche il New Deal risolse. E infatti Jimmy Herf, rampollo eretico, orfano fin da giovanetto di una madre svampita vagamente bohémienne, del credo capital-liberista professato dai suoi familiari Enrichissez-vous!, viene sorpreso dall’alba di un nuovo giorno «[…] in marcia su una strada asfaltata, fra terreni incolti, ingombri di detriti fumanti. Il sole brilla rossastro nella bruma, su rottami rugginosi, scheletri di camion, carcasse di Ford, masse informi di metallo corroso. […] Ha fame e le scarpe cominciano a gonfiargli bolle sotto le piante dei piedi. A un incrocio […], un bar ristorante. Il Lighting Bug (1). Spende con prudenza l’ultimo quarter per la colazione. Gli restano tre cents per portargli buona o cattiva fortuna. Arriva un camion da trasporto […] <> domanda all’uomo dai capelli rossi che sta al volante. <> <(ultima pagina).



Istantanee, si diceva, che ritraggono ogni ceto sociale attraverso uno o più “campioni”: dall’inurbato Bud, che dalla marginalità non ce la farà a distaccarsi, vittima di un darwinismo sociale, inesorabile compagno di viaggio di uno sviluppo industriale privo di reti di protezione (il Welfare State è ben di là da venire; ed oggi lo si riconiuga e parcellizza nella risacca global-neoliberista); a Gus, lattaio irlandese che invece ce la fa, a risalire la scala sociale fino a diventare parlamentare, mercé quella che Marx chiama l’accumulazione di capitale fornitagli da un contenzioso da lui vinto contro le ferrovie per un infortunio sul lavoro. Questo grazie a George, un avvocatucolo donnaiolo piccolo-borghese, che si va a cercare il suo primo cliente – Gus appunto – e ne fa un eclatante successo professionale, che a sua volta dà la stura anche alla sua, di scalata socio-professionale.

C’è poi James, cugino omonimo e coetaneo del succitato Jimmy Herf, rampollo anch’egli di un’aristocratica famiglia del Hew England, la quale ha acquisito il “titolo di nobiltà” dall’aver partecipato alla Guerra d’Indipendenza un secolo e passa prima. Un po’ come avvenne per la nobiltà di toga in Francia, con la differenza che allora si trattava di giureconsulti che acquistarono il titolo pagandolo, così costituendo, assieme alla nobiltà di spada, la base sociale del nascendo Stato assoluto, alla fine del tunnel del Medioevo e delle guerre civili di religione.


Ma torniamo alla carrellata di Dos Passos: James, a differenza di Jimmy, non si sottrae a consolidare la propria posizione sociale, diventando bancario prima e banchiere poi, grazie al tessuto di relazioni sociali acquisito da bennato qual è.

Abbiamo, ancora, chi si è arricchito abbracciando il percorso della devianza criminale: il mozzo francese Congo, donnaiolo e lestofante, che ha sviluppato la sua scalata nella società criminale (che, com’è noto, s’inchiavarda alla società civile tramite un sistema di “convergenze parallele” fatto di colletti bianchi e quant’altro) cogliendo il favorevole momento del Proibizionismo (l’equazione contrabbandieri di alcolici-gangster è fin troppo evidente).

Protagoniste femminili, in pratica ce ne sono due: quasi che una fosse la metà oscura dell’altra. Da un lato abbiamo Ellen-Elaine-Helena, attrice di drammi e varietà, figlia di Ed, un parsimonioso contabile precocemente vedovo, la quale attraversa vari matrimoni (tra cui quello con Jimmy) uscendone sempre indenne e un po’ più consolidata in un’affermazione sociale che la porta prima ad essere reporter, altrettanto à la page di quando era attrice, e poi interrompere bruscamente quest’inconsapevole sua emancipazione sposando il donnaiolo di cui sopra, divenuto procuratore distrettuale e candidato sindaco di New York.

Suo inesorabile doppio Anna, una sartina ebrea anche lei con molti sogni, ma molto meno fortunata (soprattutto in quanto figlia, non unica, di una madre vedova che certo non ha le possibilità di creare un salvadanaio alla Ed): un incendio al laboratorio dell’atelier di moda in cui viene sfruttata come cucitrice la ridurrà sfigurata, dandole l’ulteriore mazzata. E invece Ellen, dall’altra parte del mondo (nella fattispecie, il salotto di prova dell’atelier stesso), scamperà al rogo. Sia fisico che metaforico.

Altre donne, altri uomini, altre coppie, fanno da sottofondo e talora interagiscono con i protagonisti principali, una su tutte la Decalcomania immensa che è New York, ritratta attraverso la liturgia dei ferry boat, dell’alternarsi delle stagioni, delle voci dei suoi abitanti, dal magnate al derelitto.

Una precisazione prima di concludere questo invito alla lettura: non paia che l’autore sia da annoverare tra i veristi, pur intessendo una trama di vincitori e soprattutto vinti alla Verga. Dos Passos ricorda piuttosto la maniera impressionista, arrivando, attraverso le pagine di questo modernissimo ordito non-narrativo, a preconizzare gli autori dell’ipertesto, i distruttori del tale britannico.


(1) Baco Rilucente, si potrebbe tradurre. Mirabile sintesi che racchiude in sé tutto il romanzo.

John Dos Passos (Chicago, 1896/ Baltimora, 1970), architetto, romanziere e saggista statunitense. Attivista di sinistra, nel 1967 riceve l’italico Premio Feltrinelli dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

“Manhattan Transfer”, compare nel 1925; nel 2002 viene “importato” chez nous da Baldini & Castoldi (ora Baldini Castoldi Dalai), Milano, con la bella traduzione di Alessandra Scalero. L’edizione qui esaminata è invece ricompresa nella collana “La biblioteca di Repubblica”, n. 102, che integralmente trovo alla sede dello S.P.I.-Cgil di Grottaglie, e sistematicamente attingo da essa.

Un abbraccio pour cela agli amici Mario, Roberto, Salvatore, Antonio, Benedetto e tutti gli altri amanti della cultura e fattivi animalisti.


22 gennaio 2011, Elisabetta Blasi

Nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968. Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).
Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista.
Attualmente collabora con le riviste web www.kultunderground.org, www.kultvirtualpress.com www.transfinito.net, www.lucidamente.com. Riveste l’incarico di Responsabile Cultura nel Coordinamento cittadino del circolo del Partito Democratico della sua città.


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