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La battaglia dell’immagine

Giancarlo Calciolari
(10.01.2011)

Leggendo i libri di Pierre Legendre, in particolare “Les enfants du Texte” e “Dieu au miroir”, si evince una teoria delle immagini, che non viene mai formulata come materia per un’opera conclusiva sulla questione, eppure è data come conclusa. Legendre pone come essenziale alla civiltà l’immagine del padre e il principio stesso del padre, come ciò che distingue la cultura dalla natura del mondo animale. Senza il principio del padre e la sua immagine, ognuno sarebbe nel totem e nel tabù, ossia preda della messa a morte del padre e dell’incesto. E l’immagine del padre si staglia come immagine primordiale sull’opacità dell’origine, che Legendre chiama referenza, alla quale gli umani hanno dato vari nomi, come “Dio”, “popolo”, “democrazia”, “scienza”…

Quando in ciascuna sua opera Legendre giunge alla conclusione sprona come indispensabile il principio del padre, il principio totemico, il principio genealogico, il principio della proibizione (dell’incesto). E non può non annotare che rimane aperta la guerra tra “referenze differenti”, o in altri termini tra immagini originarie differenti. Sullo sfondo c’è l’imperio di un monoteismo sugli altri due, poiché necessariamente due su tre errano.

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Christiane Apprieux, "La battaglia dell’immagine", 2010

Occorre annotare come la guerra delle immagini procede dall’immagine del padre, che non esiste, ma se esistesse richiederebbe per l’appunto la guerra delle immagini. E come per i nomi del padre non ce n’è solo uno, anche dell’immagine del padre ce n’è più di una: il padre ebraico, il padre cristiano, il padre islamico, il padre buddista, il padre induista, il padre pagano, il padre animista…

La referenza, il principio differenziatore, il principio d’origine della differenziazione. Il principio del padre, il principio del nome, il principio d’autorità. Il principio dell’immagine. E si tratta di principio d’origine e non del principio originario della parola.

L’indagine, anche della teologia e della filosofia, riguarda il come la molteplicità sensoriale divenga senso, Sinn, denotazione. Ma i più preferiscono la scorciatoia della Bedeutung, la significazione, la connotazione personale e sociale di un termine ( e poi cercano ponti, passerelle, corrispondenze biunivoche tra la parola [la loro] e la cosa).

Lo specchio opaco su cui si staglia la prima immagine del padre – il primo e vero stadio dello specchio, è Dio. Dio non si rispecchia, non si guarda, non è parlabile. Non si parla di Dio. Blasfemia.

Eppure Legendre sviluppa anche la teoria del nome assoluto, nome che genera i nomi delle categorie (degli elementi della parola in ostaggio del discorso della conoscenza). I nomi che dovrebbero avere la stessa Bedeutungper tutti. La connotazione, che richiede l’istituzione delle immagini che fondano la parola, o che la affondano. In questo secondo caso si tratta della parola in ostaggio delle genealogie sociali e dei loro discorsi. In Legendre non c’è nessuna ipotesi sull’immagine senza più fondo, come annuncia l’Esodo.

La libertà è proprietà dell’elemento e non del soggetto, che sarebbe solo libero di morire, e prima di immaginare la prigione e la morte, come prescrive Platone dalla sua farmacia-caverna.

Contro Legendre, l’immagine del padre come Urbild [anche immagine monumentale] non fa ostacolo alla sragione e all’uccisione del soggetto della parola, anzi la fonda, per metà della terra, divisa tra appartenenti e non appartenenti all’ordine genealogico del discorso.

Legendre ritrova che il legame dell’immagine è fondamentalista. In effetti è un fondamentalismo il teoricismo di Legendre, nel senso che ci sono parole che vengono date come inanalizzabili: quali l’abisso indicibile, il vuoto simbolizzabile, l’opacità dell’origine…

Opacità dell’origine che diviene l’opacità dello specchio, e quindi di Dio. Ma “opacità” è ancora una categoria del visibile, ossia del tentativo impossibile di stabilire una fenomenologia di Dio e delle cose.

Referenza, logica dei posti, tecnica d’emblema, montaggio di immagini, messa in scena della metafora fondatrice. Non è con questi strumenti linguistici che si dissolve la credenza nella predestinazione degli umani. Infatti Legendre teorizza i “fata”, mentre si tratta di sfatare, vanificare, dissolvere la presunta sostanza che dovrebbe riempire il vuoto senza punto.

La referenza permette, per Legendre, la messa in scena delle immagini, e l’istituzione della dialettica del soggetto e della referenza. Il legame tra il soggetto con la referenza è un legame che divide e separa il soggetto. Separerebbe il figlio dal padre e dalla madre. Lo separerebbe dall’uccisione e dall’incesto. Come se questi fossero originari e non fossero il babbo natale e la “baba” natale.

Maneggiare il principio di filiazione (messo in scena dalle immagini del potere di dividere e separare) è maneggiare dell’esplosivo, secondo Legendre. Eppure il suo ordine genealogico sembra disinnescato, la responsabilità del ricorso alle armi pesa non più sulla tecnica, come per Martin Heidegger (che avrebbe dovuto spiegare “chi” ha trasformato i forni del pane in forni crematori), ma sul discorso gestionale manageriale dell’occidente. E dall’economia del male della secolarizzazione del discorso occidentale, oggi manageriale, dovrebbe uscire per distillazione la quintessenza del bene.

L’Esodo non ha torto. L’immagine non si vede e non si tocca. L’immagine è inimmaginabile. È l’inimmaginabile stesso. Qual è l’immagine che non è “fatta”, non è costruita dal soggetto? Quando l’immagine dell’artista è inimmaginabile? Quando si ode senza più vedersi?

Immagine forgiata dal Testo, come simbolo: una sorta di zibaldone dei testi delle istanze culturali, ma più propriamente, nel caso di Legendre, dei discorsi che tentano la padronanza sull’immagine.

Per Legendre noi siamo i bambini di un’immagine, anzi di una Immagine, che prende corpo in un simbolo, il testo, che scrive con la maiuscola, al modo tedesco.

Questa teoria delle immagini è quella dell’ordine dogmatico della significazione. E si tratta per l’appunto della significazione del fallo. Dell’ordine fallico. Quello dei due pesi e due misure, anche nel modo della legalità e dell’illegalità. In tal senso, quella di Legendre è una teoria della legalità.

La credenza nelle immagini allora non è altro che il requisito minimo affinché la liturgia qualifichi il fare degli umani, credenti o miscredenti.

Legendre s’interroga sul massacro per ragioni di puro gioco d’immagini. Un dominio molto difficile, dice, in cui gli elementi dimorano sparsi e come ininterpretati. Non per noi. Tale dominio è un aspetto della significazione del fallo.

L’istituzione dell’immagine del padre [Padre]. L’immagine istituita, connotata. Allora, qual è l’immagine originaria, non istituita, non costruita, non edificata, non fatta? C’è ancora l’altra vita al di là della vita istituita di Legendre.



Per Legendre la relazione procede dall’immagine, istituita. Invece è l’immagine a procedere dalla relazione, e trova la sua condizione nel punto, nozione inspaziale.

Ecco, ancora una volta lo schema di Legendre: un legame genealogico alla referenza che è rapporto alle immagini, talora all’immagine fondatrice delle immagini. Ma la ricerca dell’origine dell’immagine (che non è appannaggio esclusivo di Pierre Legendre) esclude l’immagine originaria, che è intoglibile e non ha bisogno d’essere ricercata.

Per Legendre si tratta di una teoria del discorso d’istituzione delle immagini. Non tanto dell’errore tecnico dell’immagine istituita ma del suo discorso. Immagine del discorso. Non immagine della parola.

Messa in scena di un’immagine dell’origine. Sceneggiata dell’origine. Anche Platone con la caverna dell’origine. Forse con Leonardo si affaccia una caverna originaria, nella lettura come restituzione del sue testo, che ne ha fatto Armando Verdiglione. Lo spazio inspazializzabile. La stanza rinascimentale. E la finestra aperta sull’infinito.

Quando Legendre si pone la questione della rappresentabilità dell’Immagine assoluta: è chiaro che l’immagine non si vede? Se si vedesse non si porrebbe la sua rappresentabilità. E quello che è il limite estremo dell’interrogazione sull’immagine è il punto dove inizia la nostra ricerca.

Nessuna scena dell’origine.

Vitam instituere. È un postulato o un assioma per Legendre? Edificare la vita. Non con la logica deduttiva, ma con la logica abduttiva. Progetto e programma di vita. Altrimenti è la vita circolare, l’ordine rotatorio fracassante. Quello che risulta anche dal determinismo simbolico del soggetto lacaniano, risultato del ritorno a Freud di Lacan. Mentre il “ritorno di Freud” è dato dall’ineludibilità della sua lezione di vita, sempre da leggere, sopra tutto tra le righe. Freud non ha trovato di meglio a proposito del ritorno di qualificarlo come ritorno del rimosso: si tratta in effetti dell’intoglibilità e del funzionamento dell’originario, della parola che non ha origine.

Il vuoto simbolizzato, dal testo, rappresentato in immagini istituite, è rimozione della rimozione, ossia tentativo (impossibile) di togliere la rimozione, fornendole un’origine, per altro opaca, eccetera.

Nessun fenomeno normativo senza passare per una teoria delle immagini e del processo d’identità? La normatività emerge in assenza della norma, come la legalità emerge in assenza di regola. E così la popolarità emerge in assenza di motivi (di vita).

Le immagini avrebbero una funzione, quella d’essere il terreno che nutre la ragione. Quale? La ragione sufficiente di Leibniz. La ratio spermatica, fallica, paterna, invisibile, anche nella versione della ribellione al femminile.

Non si tratta dell’antifallo, dell’antitabù delle immagini (e di ogni cosa), quanto dell’immagine originaria. Non la guerra delle immagini ma La battaglia dell’immagine, come nell’opera di Christiane Apprieux.

La logica di Legendre è la genealogica. E la guerra contro la genealogica partecipa alla stessa logica, e così la guerra per la restaurazione della genealogica. Come s’instaura la vita? Non c’è risposta senza il sembiante, il punto nella dimensione della immagini. Il sembiante, il formatore. Il tempo, il trasformatore.

E lo Stato nello statuto d’immagine del padre? Il padre come prima immagine che si sdoppia dallo specchio, Dio? Lo Stato come detentore della tecnica sociale delle immagini, magari gestite managerialmente dal maneggione monumentale di turno? Il tiranno, il despota e il vampiro pervertiscono la logica di cui parla Legendre, oppure sono il compimento della sua altra faccia, quella del dio minore (così anche Cesare al suo debutto come tribuno del popolo)?

Gli emblemi ci guardano e ci riguardano perché partecipano alla significazione del fallo, ossia confermano ognuno nella sua predestinazione.


La divisione del soggetto (che è il modo di Lacan per introdurre l’apertura sulla questione) rimanda al sistema genealogico, che non è indagato ulteriormente. Quindi la questione qui è solo quella dell’assioma, di ciò che ha valore, per Legendre. Perché il sistema genealogico vale per Legendre? Vale come valore o come postulato di valore? Il sistema genealogico come bene, contro tutti i mali: c’è la lista dei veleni sociali in tutti i libri di Legendre. Perché? Perché cerca l’origine e tirando a ritroso sull’uno gli si spezza in due: l’albero del bene e del male ricopre l’albero della vita. E come sempre l’antidoto al male darà il bene supremo.

È una logica implacabile? È la logica deduttiva, la schiena della bestia fallica, ovviamente divina, talvolta minerale, ovvero monumentale. Il principio della significazione.

La rottura del soggetto [la casse du sujet] è il soggetto della rottura. Rottura dell’intero, anche tra anima e corpo. Rottura che è la stessa separazione fallica. E solo metà del cielo è rotta (e corrotta), mentre l’altra è apparentemente integra.

I posti genealogici, posti del discorso, quello sulle immagini. La connotazione evita la notazione, la novella , la libertà della parola. Per altro, la denotazione è la detonazione di ogni genealogia. Garantito e sicuro.

Nessuna paura che con la vanificazione della genealogia svaniscano i riferimenti, i valori, le cose. Nessun trionfo della morte, nessuna anticipazione della vita.

Di quale Dio si tratta nella teoria di Pierre Legendre? Del Dio maggiore. Il Dio supremo e superno. E non esplora, Legendre, la parte del Dio minore, infimo e inferno, poiché lo legge come se si trattasse della liquidazione del Dio monumentale, mentre il minore non ha monumento. Tale Dio è quello universale, quello della monovoce, lasciando il Dio minore senza parole, sebbene proferite vociferando. Nel senso che i figli del Dio minore più blaterano e più sono muti.

Di fronte, Legendre, ha i tentativi di sovversione delle immagini identificatorie; che peraltro appartengono al sistema delle immagini. L’iconoclastia è consustanziale all’iconolatria. Entrambe perseguono la gerarchizzazione della società.

Talvolta i paradossi si affacciano nell’analisi di Legendre: come il terzo [Terzo] fondatore delle immagini identificatorie può essere partorito come immagine?
C’è l’origine dell’immagine o c’è l’immagine originaria?

Ci sarebbe un’identità pensabile nel rapporto d’unità tra l’immagine e l’esemplare divino. Dio come meta-immagine? No. Dio come ipotesi per l’indicibile opacità primaria. Lo specchio come terzo che divide il soggetto. Opacità sostanziale per lo specchio in cui gli umani si riflettono, senza riflessione intellettuale. Flettendosi. Genuflettendosi. Eppure dice Legendre che si tratta di un mito al posto dell’opacità. Cos’altro è l’immagine del punto d’origine o il discorso della messa in scena del niente? Ma per l’appunto è l’opacità il postulato, non è ancora un assioma che abbia un suo statuto nella parola.

Arriva Legendre all’imprendibile dell’immagine (insaisissable de l’image): è sulla soglia dell’immagine originaria.

Il terzo di Legendre non è l’altro tempo, l’altro, è concetto: une greffe sociale dans sa constitution humaine. È lo stesso Begriff in tedesco. Cum capere. Il graffio, non il segno linguistico. L’incrostazione di un discorso nel soggetto: parole di Legendre.

Il prodigio dell’immagine: la divisione del soggetto dalla cosa. E nella testualità che crea il soggetto sorge l’immagine del soggetto parlato anticipatamente (par avance) nel discorso del testo, scritto con la maiuscola.

I guardiani delle immagini confermano la produzione del soggetto maledetto, quello distrutto anticipatamente, destinato alla distruzione. Ma Legendre non coglie l’altra faccia della sua logica delle istituzioni, quella delle destituzioni.

Destinati alla costruzione e destinati alla distruzione? I due pesi e due misure confermano che si tratta di una riproduzione genealogica, un sistema del due, che per altro è l’inconciliabile, l’incostruibile e l’indistruttibile.

Guerra delle immagini che è anche traffico delle immagini e della significazione. È da comprendere, secondo Legendre, che il meccanismo del terzo emblematico sviluppa un discorso delle immagini fondatrici, i Fata moderni, le parole della referenza. E tuttavia il discorso non riesce nel tenere in ostaggio la parola. Gli effetti della libertà della parola sono quelli che Freud rubrica sotto il termine di inconscio. Nei termini del Genesi: gli umani si aggrappano all’albero del bene e del male (che non c’è) per non volerne sapere nulla dell’albero della vita. Inimmaginabile. Irrappresentabile. Infigurabile. Iniconizzabile. Incanonizzabile.

L’ordine dei posti di discorso di cui rileva la costruzione del terzo sostituisce per l’appunto il posto alla posizione. Il punto diverrebbe situabile, e la relazione d’oggetto una facoltà umana, decidibile dal soggetto, che scatenerebbe degli incatenamenti devastatori. Mentre invece i presunti soggetti sono già ripartiti dall’ordine fallico in soggetti incatenati e soggetti scatenati. Prede delle immagini, dell’impero della rappresentazione, della pura faneroscopia.

Il riflesso di Dio nell’uomo. Il riflesso celeste nel terrestre. Dispostismo del cielo e della terra.

Nessuna integrazione dello zero, della negatività, poiché lo zero è integro

.

Perché insistere sul terzo come soggetto sociale di finzione fondatore della immagini? Forse come antidoto alla disforia dell’approccio teorico di Legendre che si conta come “uno”?

La massa dei sacrificati non segue alla disfatta (débâcle) del padre, ma è l’altra faccia del doppio ordine che instaura il suo principio.

L’autorevolezza, l’autoritarismo e l’antiautoritarismo, negano l’autorità. Il principio del padre è senza autorità. Ecco allora la ragione sufficiente del gruppo, della comunità (del gregge e della condivisione del carico). L’interesse è invece la lettura senza più dazi da pagare alle comunità degli interpreti. Poiché una somma di acefali non costituirà mai un cervello intellettuale. Gli esempi sono legione.

Jacques Lacan nel seminario Encore (seduta del 9 gennaio 1973), dice: “A ciò che intendete di significante, date un’altra lettura da quello che significa”. E se l’immagine, come teorizza Armando Verdiglione, è la marca del significante nella dimensione della sembianza, ovvero nella dimensione delle immagini, abbiamo un altro modo di intendere l’indicazione dell’Esodo “non ti farai immagini”: l’immagine “fatta” è anche l’immagine significata”, l’immagine connotata dal potere sociale (in tutta la sua algebra e geometria della vita), mentre l’immagine denotata dal power of mind (come teorizza inauguralmente Charles Sanders Peirce) sfugge a ogni controllo. La “mente”, nel caso di Peirce è l’altro nome dell’inconscio, dell’originario. La questione intellettuale rimane quella dell’immagine originaria e non quella dell’origine dell’immagine.


Giancarlo Calciolari

30.12.2010

Testo scritto per il blog dell’artista Alessandro Taglioni.


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