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Cahier de voyage 02. Mahabalipuram

Luciano Troisio
(13.12.2010)

Mahabalipuram, agosto 2010

LA PALLA DI BURRO DI KRISHNA

[Cercasi matematico o fisico teorico disposto a eseguire calcoli relativi alla traiettoria che assumerebbe la palla di burro, una volta che si mettesse in moto.]

Cominciamo col dire che il peso sarà sull’ordine delle centinaia di tonnellate, il diametro di alcune decine di metri, che la forma è quasi perfettamente sferica, che è di roccia, posata per miracolo su un solo punto a mezza costa di un calvo declivio roccioso. Per quanto ne so, ne esiste soltanto un’altra: si trova in Myanmar, è interamente coperta d’oro e sopra ha una pagoda d’oro.
L’unica cosa certa: incombe su Mahabalipuram, se si muove distrugge tutto dove passa. Finora non è successo.

Io ero già stato qui, un millennio fa, viaggiavo assieme a Giovanna, Rosetta, Gianni (torinesi), a Fuma e Miglia (coppietta milanese). Con loro proseguii il viaggio a sud, passando in nave, salendo arrampicandoci su reti come Capitan Uncino, a Sri Lanka. In quella circostanza la gaiarda Giovanna aveva nelle mutande circa 300 grammi di erba. Nonostante alcuni risvolti erotici assai piacevoli (che qualificarono il vagabondare sempre piuttosto banale), dopo circa un mese mi vidi costretto ad abbandonare la bella affiatata compagnia, ormai ottenebrata.

(Non ho mai fumato in vita mia. Ciò che mi teneva avvinto era la liberale procacità delle fanciulle impegnate nel sociale “affinché il privato diventasse pubblico”. Erano i primi anni settanta. Ma quando è troppo è troppo! Non posso entrare in particolari che il bigotto editore censurerebbe).

Mi chiedo: è possibile che io allora non abbia visto la palla di burro? Perché non ne avevo nessun ricordo fino a un paio di giorni fa (mentre ricordavo perfettamente altre sfere più morbide e anche anche non dissimili da quelle delle sculture del grande altorilievo di Mahabalipuram (ove mi trovo tuttora). Il lettore, giustamente digiuno di arte indiana, deve essere subito e necessariamente informato almeno sul fatto che nessuna dea indhu è dotata di misure inferiori alla sesta, che anche le stupende veline di allora tendevano a mettersi con semidei di buon salario, che il grande altorilievo di oltre 30 metri di larghezza e 12 di altezza (riprodotto in molta pubblicità dell’Ente Indiano per il Turismo), rappresenta storie tratte dai libri hindu del Panchatantra. É facile da ricordare perché nella parte destra ha due elefanti di enormi proporzioni, il secondo, più piccolo, con una zampa sospesa; e si trova a poche decine di metri a sinistra rispetto alla misteriosa e gigantesca palla di burro.

Io stesso non capisco e non so darmi una risposta. Quelle ragazze erano giovanissime (me lo ricordo perché ottenevano sconti sui vari biglietti d’entrata, per via della loro età scolare), non avevano interessi culturali, eravamo alla fine degli anni sessanta... erano belle, eravamo giovani... avevamo il mondo in mano (ora non più).

Pensandoci, perché per me ormai è diventata questione assai seria, il rimestare nei depositi dei ricordi (non dico di bambino ma) di adulto che ha “letto tutti i libri”, che fatto molti viaggi, e certo non può confondere un luogo con un altro, un continente con un altro...

Non ho osato toccarla nemmeno con un dito, ovviamente da sotto, perché è enorme, la distanza inganna, chi si avvicina per fotografarsi diventa improvvisamente piccino piccino, deve cambiare fuoco...

Da quanto è lì un manufatto fotografato milioni di volte? Quante incisioni antiche lo ritraggono? E dipinti, e disegni? E ci sono prove nei libri indiani, e in quelli inglesi? Qualche triste disegnatore britannico, di quelli che agli inizi dell’ottocento facevano gli “schizzi”, l’avrà inserita in un suo portfolio? Qui devo confessare a me stesso la mia ignoranza, di cui sono responsabile solo difronte a me stesso (e nemmeno di fronte al partito, che di tutto quanto è colto ed estraneo al Collegio si fa un illustre baffo):

non so rispondere!

L’avrò già vista ritratta sfogliando qualche libro? Qualche rivista? E visto che nei pressi ci sono vari grandi Gopuram, e che i monumenti superstiti appartengono a filoni di arte Pallava, e che nei mandapa lì nei pressi sono scolpite scene del Purana (storie in sanscrito risalenti al V secolo d. C.) che devono essere celebri almeno nelle università indiane, studiate accuratamente almeno dall’accademico di ruolo (e dal suo miserabile borsista in attesa di concorso), potrebbe essermi sfuggita?
In fin dei conti, dalla descrizione della guida Lonely non ne sarei stato attratto per niente, e di ciò non mi stupisco, lo dico in tutta onestà...-

Da quanto è lì, è certo una bella domanda, ma subito ne incombe un’altra: chi ce l’ha messa? E perché?

Io domani me ne vado, ma chi abita qui avrà pure qualche preoccupazione.

Da profano ho fatto certi conti: ammettiamo che una forza qualsiasi, anche un minimo terremoto, metta la palla in movimento; si muoverebbe adagio, scenderebbe, devierebbe lentamente verso sinistra, travolgerebbe alcuni Gopuram, proseguirebbe, perché non è teoricamente pensabile il poterla fermare nemmeno con il lingam di Shiva, distruggerebbe nella scia le misere case del paese, si dirigerebbe per forza di cose verso il livello zero, cioè verso il mare che è a poche centinaia di metri; credo che prima di inabissarsi centrerebbe il romantico tempietto sulla spiaggia, detto Shore (ingresso: indiani/stranieri rupie 10/250). Non mi pare che ci siano altre soluzioni possibili.

Qui mi fermo, o finirei per rievocare una scultura vivente, le prominenze sue di roseo raso.


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30.07.2017