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Cahier de voyage 01. Colombo - Madras

Luciano Troisio
(6.12.2010)

Colombo, 16 luglio 2010

Dormito profondamente al Juliana. La costosa stanza non ha finestre e puzza di muffa. Non ho fatto problemi essendo sfinito da 8 ore di autobus. E poi a mezzogiorno me ne vado.

Stanotte alle 3.10 un ubriaco ha bussato rumorosamente alla mia porta! Che era chiusa solo con catenella (ricordandomi della precedente al secondo piano, molto complicata da aprire dall’interno una volta chiusa a doppia mandata, essendo difettosa come quasi tutto in questo volgare albergo).
Ieri partito da Trinco. Mi è capitato anche stavolta un giovane vicino di posto, aitante bue che si è addormentato immediatamente e mi pendeva affettuosamente addosso. Non potevo muovermi e il caldo era opprimente. Un senso di tristezza mi ha invaso. Pensando che non ce l’avrei fatta per 8 ore di seguito, ho gentilmente chiesto all’imbonitore (fisionomia da intellettuale di uomo troppo maturo per quel lavoro da ragazzacci, con occhiali, nonostante l’aspetto Papua): posso pagare un secondo posto? Ha arricciato il naso e si è allontanato. Ormai mi stavo rassegnando al mio destino di avere il manzo addormentato sulle palle per altre 8 ore, quando l’imbonitore è tornato e mi ha detto: pay one more seat. Pagate immediatamente altre 340 rupie. Ha fatto un solo cenno al bue che è sparito in un baleno. Ma allora non dormiva, ma allora faceva l’indiano e sapeva benissimo di dare fastidio! È andata bene e l’umore è subito migliorato.
Il braccio tenuto fuori dal finestrino si è scottato e ora è rosso fino al segno della mezza manica.

In 8 ore da costa a costa. Paesaggio discreto, strada buona, nessuna perquisizione ai molti posti di blocco, spettacolini a bordo ogni fermata organizzati da mendicanti locali, barbuti mutilati cantanti con tamburello e sonagli, eroi di guerra, ideologi con foglietti, venditori di catenine, frutta, equivoche frittelle, deformi, emiplegici molto lenti a salire sull’autobus, scapigliate zingare incinte, abilissime comunicatrici della loro nefanda condizione, donne giovani esibenti una mano paralitica, quasi sicuramente delle simulatrici; sgomento. Poi in tuk tuk, a Colombo distretto 3, i soldati ci hanno fermato, mi hanno cortesemente salutato in inglese e autorizzato il pilota a procedere, in singalese. Ora sono le 11.15, tra un po’ scenderò per andare alla Sri Lankan Airlines a prendere la navetta gratuita per l’aeroporto. Arriverò a Chennai che sarà già buio.

Consueto dolore persistente, da computer, alla parte destra del collo.

Madras, 17 luglio 2010


Il driver mi ha proposto subito di portarmi lui all’aeroporto per sole 1500 rupie, mentre l’autobus costa 100. In conclusione: non mi ha portato da nessuna navetta; capito che non l’avrebbe mai trovata, nonostante fosse salito nel grattacielo a chiedere informazioni alla Sri Lankan (nel frattempo la polizia mi ha importunato chiedendomi un’elemosina “una tantum” per aver il pilota parcheggiato il tuk tuk dove non si doveva, e per volere di Buddha). Tornato quasi subito il furbo di tre cotte, gli ho detto di portarmi alla stazione degli autobus che era a pochi centimetri. Ha voluto un’oblazione di cento rupie in più per troncare consensualmente la nostra relazione. Di autobus per l’aeroporto ce ne sono sempre, appena uno è colmo parte, e se ne fa sotto un altro. Ma la molta gente che sale non c’entra nulla coi passeggeri in partenza. Infatti io soltanto avevo bagagli. Sono persone che lavorano nei pressi oppure truffatori che verso mezzogiorno vanno su piazza, abbastanza riconoscibili per certi particolari, da chi frequenta aeroporti. Ad es.: il mio vicino di posto, un uomo autorevole sui cinquanta, teneva in mano un foglio A4 arrotolato. Sono riuscito a sbirciare cosa era scritto all’interno: in caratteri cubitali a pennarello la parola finiva in kamal. Quindi partiva da Colombo, faceva 30 km. per incontrare agli arrivi il signor ...Kamal. Che probabilmente non esiste, ma quel foglio serve a legittimare chi lo tiene in mano, come funzionario addetto al ricevimento dei passeggeri, e invece è un trucco per attaccare bottone e indirizzare gli stanchi allocchi in arrivo (mi è successo varie volte) a tassisti e albergatori, con relativa abbondante tangente su tutto.

All’arrivo ero rimasto solo io, come volevasi dimostrare. Mi hanno sbattuto giù con le valige in un grande cortile soleggiato, dove c’erano soltanto autobus. In qualsiasi paese civile ti portano alle partenze. Ho dovuto prendere un ulteriore tuk tuk che ha fatto un giro di circa un chilometro, abbiamo passato un posto di blocco militare che ha esaminato i documenti del ragazzo, poi fino a un marciapiede dove un altro soldato ci ha fermati definitivamente. Sono dovuto procedere lento pede con le valige fortunatamente ambedue a rotelle. Naturalmente i carrelli erano a chilometri di distanza, come ovunque.

Entrato in aeroporto con 5 ore di anticipo, ho notato che tutti i voli in partenza erano delayed. Quando sono riuscito ad arrivare al check in, la spocchiosa hostess assai elegante mi ha risposto sussiegosa che il volo era in perfetto orario e sarebbe arrivato a Chennai dopo un’ora e venti. Invece siamo arrivati alle 21.30 con quasi due ore di ritardo. Avevo profetizzato già a Kandy, acquistando il biglietto, che non avrei dovuto arrivare in una metropoli indiana (sebbene di soli sette milioni di abitanti) di sera; si deve sempre tener conto dei normali ritardi asiatici (non che in Europa le cose siano molto diverse o migliori)! Tra una cosa e l’altra, aspetta i bagagli, cambia i soldi, compra il tassì prepagato, percorri la ventina di chilometri, siamo giunti alla famosa Kennet lane, al superbo e costoso Chandra Park hotel dove intendevo scendere senza prenotazione, alle 23 passate. Era full. La hall era gremita di terree signore indiane con prole, disperate sui divani, in vana attesa. Fermato in tempo il mio driver, che silenziosamente filosoficamente aveva precorso gli eventi, rimessi a bordo i sarcina, è iniziato il calvario della ricerca di un buco onde non passare la notte sotto il firmamento esotico e in mezzo a una folla di persone poco raccomandabili. Inoltre con terribili mendicanti da tragedia greca alle calcagna, spettrali scarmigliate madri con bambino in turno di notte, canute vecchie imploranti, che resistevano impavide anche al numeroso personale di sorveglianza degli alberghi, addetto alle legnate sui moncherini. Facce patibolari, giri in vicoli semiallagati, porticine da trappola su scale piramidali, stanze lerce economiche, loschi figuri che si comunicavano messaggi, tarchiati tagliagole di piccola statura dagli occhi a palla sporgenti rossi da ipertiroideo porcino, che rincorrevano il tassì e mi gridavano: il mio albergo, la mia ghuestouse...; confesso che sono stato pervaso da un leggero sgomento, imprecando contro me stesso e la mia eterna stupidità.

Ma l’alternativa era il solo volo del mattino che partiva alle sette e bisognava presentarsi con tre ore di anticipo, il che significava alzarsi alle due e partire alle tre o anche prima (per fare i 27 chilometri da Colombo all’aeroporto abbiamo impiegato quasi due ore: di giorno il traffico è assai caotico, forse di notte no), a stomaco vuoto, sempre che il tassista prenotato si presenti, il che non è affatto sicuro. Non ho più l’età per levatacce, sebbene abbia dovuto farlo, partendo da Yangoon per Mandalay, nel dicembre scorso. Ma lì avevo l’aiuto delle premurose ragazze del Mother Land 2, che alle 4 di mattina erano già in piedi come tutto il personale, mi avevano preparato un accurato BF e addirittura procurato un passaggio in tassì con una coppia di tedeschi, i quali l’avevano già pagato (dalla Germania) e che giunti a Mandalay mi hanno carinamente portato (dietro contributo) fino in centro al loro albergo di lusso (che era al completo).

Per farla breve, deriso dai notturni mostruosi caratteristi cialtroni stradali davanti agli alberghi (invece che a letto o in un quadro di Bosh), visionati giacigli e paglioni, giustiziati scarafaggi, finalmente arrivo all’elegante Victory, chiedo al ladrone una singola: c’è. La prendo subito, nonostante costi il triplo del costoso Chandra. I rapinatori mi fanno pagare sull’unghia (il mondo notturno è più ricco di avvoltoi, completamente diverso da quello diurno, sebbene io lo conosca poco, perché alle 20 di solito sono già a letto, se non vado a qualche spettacolo per educande). Il tassista è stato assai corretto, gli ho chiesto quanto voleva di extra, parlava in un modo incomprensibile, gli ho dato cento rupie indiane in più e già gliene avevo dato cinquanta di singalesi; l’ho visto ancipite, ho chiesto al farabutto della reception se andava bene. Mi ha detto che il pilota ne voleva altre cinquanta e gliel’ho date immediatamente ringraziandolo della sua pazienza. Ha risposto col tipico dondolio della testa a formare l’otto dell’infinito, che significa infinite cose tutt’altro che univoche, tra le quali anche: va bene.


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30.07.2017