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perché mangiamo come parliamo e perché affrontiamo la teoria come affrontiamo un pranzo

La tavola intellettuale

Diego Busiol
(6.12.2010)

La tavola era spoglia, senza tovaglia. Al centro una teglia di pasta al forno con verdure e formaggio, un piatto di polpette svedesi, di quelle che vendono al ristorante dell’Ikea, e un vassoio di sashimi. Le portate non seguivano un ordine particolare, ognuno poteva prendere ciò che voleva. Non erano stati serviti antipasti, né sarebbero arrivati frutta o caffè alla fine. Essendo l’unico straniero ero anche l’unico che mostrava una qualche perplessità di fronte a una tale combinazione di odori e sapori. Polpette, pesce crudo, formaggio fuso…ottimi, presi uno alla volta, ma…tutti insieme? Bestemmia, eresia!

Mangia come parli

Ovunque mangiare è un momento di convivialità: parole e cibo vanno di pari passo. A chi piace mangiare da solo? Ci ritroviamo intorno alla tavola per mangiare, ma soprattutto per parlare.In Italia un pasto può andare avanti per delle ore.

Parole e cibo escono ed entrano dalla bocca. Abbiamo fame di sapere, siamo assetati di informazioni, divoriamo libri, riceviamo notizie piccanti, digeriamo concetti, a volte diciamo parole dolci. Troviamo alcune idee decisamente disgustose, altre le consideriamo cibo per la mente. Qualcuno più esplicitamente può chiederci di parlare come mangiamo.

Ci poniamo nei confronti del cibo come ci poniamo nei confronti della parola. E’ curioso che anche nello stesso Paese il cibo cambia su base regionale, proprio come i vari dialetti. Molte ricerche sono state condotte sulle differenze tra lingue (in appendice) e sulle differenze circa il cibo e il mangiare nel mondo (Mintz, 1996; Mintz and Du Bois, 2002; Debevec and Tivadar, 2006), ma quasi sempre questi due temi sono stati trattati separatamente, come se appartenessero a due campi diversi. I linguisti ci spiegano dettagliatamente le differenze tra le lingue inglese, italiana e cinese, salvo poi dirci cosa queste differenze implicano per noi come esseri parlanti. Dall’altra parte, gli antropologi fanno un discorso sostanzialista: quale cibo in quale cultura, se cotto o crudo, buono o meno buono, salutare o no, adottando in definitiva la stessa logica di anoressia e bulimia. Penso invece che dovremmo abbandonare questa logica del significato per una logica della significazione: noi non siamo ciò che mangiamo, come suggerito dagli antropologi; siamo piuttosto come mangiamo, e mangiamo come parliamo: la sintassi della tavola riflette la sintassi delle lingue.

I linguaggio non è solo un riflesso della mente, o un medium. Diverse ricerche hanno mostrato come il linguaggio strutturi il modo in cui rappresentiamo il mondo. Boroditsky, Schmidt e Phillips (2002) mostrano che persone parlanti diverse lingue pensano in maniera radicalmente differente e che “differenze nel pensiero possono essere prodotte solo da differenze grammaticali, in assenza di altri fattori culturali”. Partendo dalle differenze linguistiche possiamo allora provare a vedere come queste strutturino il modo in cui costruiamo il mondo, il modo in cui pensiamo, fin anche al nostro approccio al mangiare, all’arte, alla poesia, alla conoscenza.

Ad esempio, sia in italiano che in inglese possiamo avere periodi molto lunghi e complessi, con un sacco di frasi collegate, ciascuna di esse in un preciso ordine rispetto alle altre. Prendiamo ad esempio il sonetto 29 di Shakespeare:

When, in disgrace with fortune and men’s eyes,

I all alone beweep my outcast state

And trouble deaf heaven with my bootless cries

And look upon myself and curse my fate,

Wishing me like to one more rich in hope,

Featured like him, like him with friends possess’d,

Desiring this man’s art and that man’s scope,

With what I most enjoy contented least;

Yet in these thoughts myself almost despising,

Haply I think on thee, and then my state,

Like to the lark at break of day arising

From sullen earth, sings hymns at heaven’s gate;

For thy sweet love remember’d such wealth brings.

That then I scorn to change my state with kings.


Come vediamo questa non è altro che un unico lungo periodo di ben venti frasi. È come un lunghissimo pranzo di venti portate, dagli antipasti al caffè. Prendo spunto da quanto dice Cerantola (2010) e domando: come tradurre questa enorme quantità di cibo in cinese? Probabilmente su una tavola cinese vedremmo venti diversi piattini e ciotole allo stesso tempo, senza neanche poter distinguere cosa viene prima o dopo, dal momento che non c’è una sequenza temporale.

Questa è la differenza tra ipotassi e paratassi. Il vocabolario Treccani definisce l’ipotassi come “Procedimento sintattico (detto anche subordinazione) per cui le proposizioni sono ordinate e espresse nel periodo secondo un rapporto di dipendenza cronologica e causale, che comporta normalmente una stretta subordinazione di modi e di tempi” e la paratassi come “il collegamento tra due o più proposizioni all’interno di un periodo mediante giustapposizione o coordinazione e non mediante subordinazione (per es., parlava e rideva, opposto a parlando, rideva; ha ragione lui, credo, opposto a credo che abbia ragione lui)”. I linguisti sono in genere concordi nel ritenere che ipotassi e paratassi sia anche ciò che maggiormente contraddistingue l’inglese o l’italiano dal cinese. (Nida and Taber, 1982; Ning, 1993; Li, 2006;).

Come per la sintassi, possiamo dire che anche a tavola, in occidente più che in Cina, si enfatizzino la subordinazione, la sequenza temporale, la struttura. In un pranzo italiano vedi arrivare i piatti uno alla volta, e non puoi sbagliare: puoi cominciare con degli antipasti, poi arriva il primo, poi il secondo col contorno, poi dolce, frutta e caffè. Il nome stesso della portata segna l’ordine d’arrivo in tavola, non il contrario. Un primo è un primo perché è definito tale, non perché viene posto casualmente in quel punto della sequenza: una pasta resterebbe un primo anche se volessimo invertire l’ordine di arrivo in tavola! C’è un ordine preciso e ogni piatto è subordinato agli altri, così come le frasi di un periodo. Ad esempio siamo portati a non mangiare sia carne che pesce nello stesso pasto: l’uno esclude l’altro. Piuttosto, un pasto è strutturato intorno ad un piatto principale, e tutto il resto si accorda intorno al sapore di quella portata: così se ad esempio decidiamo di mangiare pesce, ma desideriamo anche un primo, difficilmente quel primo avrà un sugo di carne. Al contrario, cosa troviamo su una tavola cinese? Troviamo tutto, e tutto allo stesso tempo, perché non c’è una sequenza temporale, i piatti sono tutti li: carne e pesce, tofu e funghi, piccante e agrodolce. Il Dim Sum poi è l’apoteosi di tutto ciò.

Allora un parallelo tra il modo in cui parliamo e mangiamo potrebbe non essere privo di fondamenta. Il linguaggio ci struttura così profondamente che non riusciamo a rendercene conto, ma tutto ciò che facciamo muove dalle stesse premesse: dalla scienza, all’arte, al cibo, all’architettura, ovunque potremmo trovare delle analogie interessanti. Ad esempio, non è la stessa Hong Kong strutturata come la tavola cinese, organizzata come un pranzo cinese? Con i suoi distretti così differenti tra loro eppure posti uno di fianco all’altro; e allo stesso tempo senza un vero e proprio centro attorno a cui si sviluppi la storia, il discorso della città, com’è invece così tipico delle città italiane?

Mangiare a un’altra tavola

Trasferirsi a Hong Kong e gustare una cultura così diversa è un’esperienza impareggiabile perché mi dà modo di assaporare queste differenze ogni giorno. Mostra, a mio avviso, che non ci sono valori, gusti, logiche, comportamenti che possiamo considerare universali. Appena arrivato a Hong Kong mi è sembrato di perdere completamente le coordinate, non riuscivo a relazionarmi con le persone. Mi sembrava davvero di stare su un altro pianeta, cosa per altro da non disprezzare! Ma il malinteso, che sempre c’è, qui si rivelava piuttosto come limite alle relazioni e non come occasione di rilancio. Piuttosto che lamentarmi anch’io, come fanno in genere gli occidentali espatriati, e decidere che tanto “con i cinesi non si può comunicare”, ho cercato di mettermi in posizione d’ascolto. Ascolto distratto, attenzione fluttuante. Ho cercato di cogliere il discorso locale, le abitudini, quali questioni mi venivano poste, e come. Ho cercato di mettere in questione i miei valori e perché credevo certe cose piuttosto che altre. Ho provato cioè a mettere in discussione il mio modo di procedere, piuttosto che credere che fosse l’unico possibile. Il confronto con un’altra cultura, una cultura così radicalmente diversa, può essere davvero “unheimlich”, straniante, e al limite può instillare una punta di angoscia. Perché in definitiva ci mette più facilmente a confronto, e con più forza, con le nostre questioni.

Oggi molti psicoterapeuti e psicoanalisti vengono in Cina per “formare” i cinesi. Questa operazione non è comunque nuova, è stata fatta molte volte in passato in Paesi differenti e con risultati modesti, e non abbiamo motivo di pensare che possa andare meglio in Cina. Probabilmente però potrebbe essere un’esperienza interessante per ciò che il confronto con la Cina potrà dire a noi e alla psicanalisi circa i nostri assunti, i nostri limiti. Potrebbero essere interessante per cogliere l’abuso della razionalità e del ragionamento di cui si nutre il discorso occidentale; o il nostro continuo cercare il perché? delle cose; potrebbe farci mettere in questione l’eccessiva fiducia che a volte abbiamo verso la tecnica (a scapito ad esempio della poesia, dell’arte); potrebbe rivelarci qualcosa circa il nostro insistere alla ricerca della verità, per farci magari guadagnare una dimensione un po’ più narrativa; o ancora potrebbe servire ad allentare un po’ la costante necessità di ricerca di senso e di significato, di cui sembra che non riusciamo a fare a meno. Ho una formazione psicanalitica, eppure invece che domandarmi come esportare la psicoanalisi in Cina (1) preferisco domandarmi cosa il confronto con la Cina può dare a me a alla mia pratica della psicanalisi. Come questo soggiorno a Hong Kong può diventare esperienza e come può aiutarmi a riconoscere i limiti del mio discorso? Come può portarmi a ripensare la teoria?

Come possiamo proporre la nostra cucina?

Sembra che l’unica cucina che possa essere esportata con successo ad ogni latitudine sia il fast-food. D’altra parte è esperienza comune che, quando siamo all’estero, i ristoranti che propongono la nostra cucina nazionale raramente ci soddisfino. Questo in genere perché tali ristoranti mentre cercano di proporre una cucina che suona in qualche modo “esotica” nel posto in cui si trovano, cercano allo stesso tempo di andare incontro al palato dei clienti locali. Spesso il risultato finale è dunque un ibrido che non ha nulla a che vedere con la ricetta di partenza. Ho riscontrato questo fenomeno sia nei ristoranti italiani all’estero che nei ristoranti cinesi in Europa. Cito questi due esempi per domandare: possiamo praticare la psicanalisi in Cina senza cedere sulla qualità e senza dover offrire una versione precotta, premasticata e predigerita della psicanalisi? Come possiamo evitare la logica del fast-food? Ad esempio: la psicanalisi può essere semplicemente presa e fatta a pezzetti, per poi essere rimischiata con altre pratiche filosofiche o psicologiche? Siamo soliti considerare lo spezzatino molto buono a tavola, ma molto meno valido sul piano scientifico. Diverso il discorso in Cina e a Hong Kong, dove lo spezzatino (sul piano scientifico) gode di maggiore popolarità.

Perché con gli stessi ingredienti un cuoco cinese ed uno italiano prepareranno due pasti molto diversi, ovvero: perché affrontiamo la teoria come la cucina

Ci sono almeno un paio di questioni:

Innanzitutto c’è una tendenza piuttosto marcata, a Hong Kong e in Cina, a combinare e mettere insieme pratiche, teorie, saperi assolutamente diversi e con diverse premesse. È una cosa che mi ha sorpreso sin da subito, a Hong Kong. Parlando con terapeuti locali mi sono sentito dire che il loro approccio era l’insieme due, tre, quattro tecniche diverse. Una cosa piuttosto insolita in occidente, dove siamo piuttosto portati a pensare che teorie diverse non possono essere integrate perché si fondano su premesse incompatibili. Piuttosto siamo portati a sviluppare una sola teoria, a cercare di dare uno statuto di solidità a quella teoria e alle sue fondamenta, e a trarne il massimo in termini di significazione rispetto ai fenomeni che ci interessano. Ma un approccio in genere esclude l’altro; l’eclettismo non ha buona fama in occidente (per lo meno sul piano teorico). Questo essere così “pratici” dei cinesi (soprattutto a Hong Kong) li porta a creare quelli che noi reputiamo dei veri e propri sincretismi. Ne consegue che in termini di efficacia cinesi e occidentali si vedono molto diversamente: i cinesi considerano piuttosto “ideologici” gli occidentali, e questi ultimi reputano “astratto” il pensiero cinese. Mentre il pensiero occidentale si è sviluppato a partire della filosofia greca e ha sempre adottato un criterio di esclusione (questo o quello, vero o falso), il pensiero cinese ha preferito un criterio di integrazione (questo e quello). Lo vediamo anche nei confronti della religione. Non sorprende, a Hong Kong, trovare dei cristiani che magari vanno a pregare al tempio buddista perché “è più vicino a casa”, e che altre volte compiono riti decisamente pagani come bruciare finte banconote da mandare in cielo ad amici e parenti che sono mancati.
Secondo, c’è probabilmente una certa tendenza a considerare “straniero” tutto quello che arriva dall’occidente, come se arrivasse cioè da un unico altrove (quale? Gli Stati Uniti), come se non facesse differenza e lo si potesse combinare senza problemi. Accade lo stesso in Italia, certo, dove molte persone si dedicano allo Yoga, praticano il Feng-Shui e mangiano Sushi senza avere la benché minima idea dei rispettivi Paesi di provenienza: è tutto orientale. Ma sarebbe comunque interessante cercare di capire quale “occidente” si rappresentano in Cina e quale “oriente” ci rappresentiamo noi. La questione non è assolutamente scontata… Il punto però è che forse su questa questione possiamo fare qualcosa, possiamo contribuire in qualche modo a creare una cultura attorno alla psicanalisi. E invece che chiederci se la psicanalisi sia pronta per la Cina e per i cinesi, perché non ci domandiamo se i cinesi siano pronti per la psicanalisi? Lo dico anche ripensando alla nascita della psicanalisi in Europa, ormai più di cento e dieci anni fa, e all’eco che ebbe in ogni aspetto della vita culturale. Da sempre la psicanalisi ha rappresentato molto più di un trattamento per le “malattie mentali” (Roudinesco, 2003). Scienziati, artisti, filosofi, letterati, registi, tutti si sono confrontati con la psicanalisi. Moltissime persone erano a conoscenza della psicanalisi, per quanto fossero o no interessate alla clinica, per quanto avessero più o meno interesse ad intraprendere un’analisi personale. La psicanalisi aveva una rilevanza notevole nel dibattito intellettuale e culturale; influenzava altre discipline e con queste si confrontava. Magari in modo anche un po’ naive, magari prendendo anche strade sbagliate, ma sempre trattando questioni di ampio respiro, questioni di vita. Non era confinata entro un recinto, non si occupava dell’orticello. E se nella pratica poteva essere considerata di élite, per pochi, era comunque conosciuta dai più e aveva ripercussioni in tanti altri campi. Allora la questione è: come creare cultura intorno alla psicanalisi, in Cina? Come far sorgere un dibattito culturale intorno alla psicanalisi, come farla uscire dal recinto delle psicoterapie, come far sorgere della curiosità intellettuale nei cinesi? Non dimentichiamo che le due figure che, tradizionalmente, storicamente, si sono sviluppate in Cina sono il “saggio” e il “maestro” (Lanselle, 2007). In entrambi i casi qualcuno che possiede la conoscenza, qualcuno che è arrivato e che ha imparato a controllare, gestire il proprio desiderio, e i propri sintomi; qualcuno che sembrerebbe aver eliminato o soggiogato il proprio inconscio, e che ora sarebbe lì per insegnare, in posizione di maestro (master). Insegnare ai bravi studenti, che non contraddicono mai, che mai mettono in discussione quello che giunge dal maestro. Quanto di più lontano dalla psicanalisi. L’inconscio non è quella bestia feroce che va sottomessa, che si può addomesticare. L’analista non è al di sopra della legge (della parola), non il controllo dell’inconscio. Non solo, ma non possiede nessuna verità sul paziente, perché “la verità sta dalla parte del paziente” (Lanselle, 2007). E allora: può un pensiero del genere essere concepibile per i cinesi? Può essere per loro accettabile?

Se poi preferiamo chiamare i pazienti analizzanti è per indicare che questi non sono soggetti passivi della relazione. Non sono lì per imparare niente (dall’analista in quanto “maestro”), non sono li per confermare o per conformarsi alla versione di qualcuno. Al contrario l’analisi è ciascuna volta un’esperienza nuova, che non ha come finalità il trasferimento di un sapere dall’analista all’analizzante, quanto piuttosto la produzione di un sapere nuovo, inedito, di un sapere che neanche l’analizzante sapeva di sapere. Paradossale. Ma allora come introdurre la figura dell’analista in Cina (dove per altro è anche difficile reperire storicamente qualche dispositivo in qualche modo analogo all’analisi)? Come far intendere ai cinesi che l’analista non è né un maestro né un mentore, che non da consigli pratici o soluzioni, e che questa è una posizione etica e non una scienza spuntata che non sarebbe in grado di consegnare loro qualche ricetta di vita?
La psicanalisi non è un dialogo. È una conversazione, piuttosto, è l’analizzante che è chiamato a parlare. La parola, appunto, è qui l’accento. Tanto che si fa uso del divano per sottrarre qualcosa al campo dello sguardo. Certo questa posizione può essere scomoda, alcuni possono mal sopportarla. E i cinesi, sono pronti a parlare? O sono troppo timidi per “lavare i panni sporchi” con un estraneo? In occidente in genere capita di confidarsi facilmente con chi è estraneo. Penso ad esempio al viaggiare in treno, credo che sia esperienza comune aver fatto delle conversazioni anche impegnate con una o più persone incontrate per la prima volta, proprio per la particolarità del dispositivo treno. Ma accade la stessa cosa in Cina?

Una delle regole più importanti in analisi è “dire quello che viene in mente, senza operare censure”. Quanto è fattibile questo, in Cina, dove il codice che governa le relazioni sociali (che è qualcosa che effettivamente struttura e regola la società, e non solo una sorta di indicazioni sul comportamento da mantenere per il buon vivere tra persone) per prima cosa tende a riconoscere la gerarchia tra due individui e fissa i comportamenti che gli uni devono tenere con gli altri? Detto per inciso: come potrebbe un analizzante dire quello che “gli viene in mente” a qualcuno che gerarchicamente è sopra di lui (l’analista), quando magari ritiene queste cose poco convenienti da dire? E come potrebbe, l’analizzante, esprimere un suo dissenso o un suo dubbio quando invece il codice impedisce che ciò avvenga?

E come si pongono i cinesi nei confronti della parola? È uno strumento di comunicazione, o è legato al piacere della relazione, al piacere del parlare in sé? In Italia e nei paesi latini più che in altri siamo soliti dare molta importanza alla parola (non è un caso se certa psicanalisi si è diffusa in questi Paesi più che in altri). Consideriamo il parlare come un piacere, e possiamo farlo per ore, anche se apparentemente non abbiamo nulla da dirci. Anche nell’opinione popolare lo psico(logo, -terapeuta) è qualcuno da cui si va a vuotare il sacco, a scaricare i propri pensieri, i propri problemi. Certo, questa è una concezione deleteria della parola, ma è per dire che in genere “tenersi tutto dentro” non è una virtù, anzi si è spesso invitati a fare il contrario. Non è lo stesso in Cina, e di questo non possiamo non tenerne conto.

Per non concludere

Voglio essere cinese: penso che la tecnica debba essere funzionale all’obiettivo. Non dovremmo essere schiavi della teoria: quello sì che sarebbe ideologico. Però, d’altra parte, voglio dire che non possiamo abbandonare completamente la teoria, non possiamo procedere per tentativi. Sulla tavola cinese, come su quella italiana, per quanto diverse tra loro, c’è sempre un criterio per combinare gusti, sapori, odori. Si specificano entrambe come arti combinatorie. E qualsiasi cosa scegliamo la cosa più importante è la qualità che offriamo, il desiderio che ci anima e la cura, l’attenzione che mostriamo.

Vale a dire che non tanto la tecnica, quanto la capacità di ascolto fa la differenza. Non dobbiamo “adattare” la teoria ad un cliente immaginario, rappresentato in base al luogo comune o sull’appartenenza a questa o quella “cultura”. Non si tratta di decidere a tavolino cosa dire, ciascun incontro è un incontro nuovo, anche con un analizzante che torna per la millesima volta. E solo se sapremo ascoltare, solo se sapremo mantenere quell’apertura, probabilmente, la nostra parola si mostrerà efficace.

Appendice

Come è apparecchiata la tavola intellettuale?

Italiano e inglese sono lingue che si prestano anche ad un uso paratattico, come per altro accade, in particolare nel parlato più che nello scritto, ma in ogni caso tendono ad essere più ipotattiche. Il cinese invece è una lingua paratattica. Non esistendo i connettori (e, dunque, infatti, nonostante, non di meno, comunque, anche se, etc…) le frasi possono solo venire affiancate, giustapposte (come nel famoso detto attribuito a Giulio Cesare: Venni, vidi, vinsi).

Per Du e Yu (2008) “English emphasizes the complete structure of a sentence and pays much more attention to the grammar rules. […] The sentence structure is relatively complete and the sentence is relatively rigid”. Liu (1991) aggiunge che “Comparing with English, Chinese is not restricted to the grammar limitation and its sentence structure is more flexible than that in English” (riportato in Du e Yu, 2008, p.42). Al contrario dell’italiano, la grammatica cinese è più lineare, le frasi risultano più semplici e chiare, non troppo lunghe e articolate. L’italiano si sviluppa come un albero, il cinese come una canna di bamboo.

Huang (2009) distingue il cinese come lingua “discourse-oriented”, rispetto all’inglese che sarebbe più “sentence-oriented”. In inglese, più che in cinese, la singola frase mira a catturare, definire, trasmettere il significato. In cinese invece, il significato risulta invece dal contesto: “Chinese emphasize function rather than the form” (Lian, come riportato in in Du e Yu, 2008, p.42). E come nota Wang (citato in Du e Yu, 2008, p.42) “English emphasizes formal cohesion while Chinese focuses on semantic coherence. English is controlled by grammar law while Chinese is governed by user convenience”. Come conseguenza viene richiesto più lavoro al lettore, ma viene lasciata anche maggior apertura di significazione. Questo è lo spirito del cinese, che lascia aperto ai diversi possibili intendimenti; in cinese non c’è la stessa ossessione che c’è in occidente per “l’esatto significato”, non c’è la ricerca infinita della “parola giusta”, o l’ambizione della traduzione esauriente, che sveli che cosa quella frase “vuol dire esattamente”. Tant’è vero che quando un occidentale studia la lingua cinese si smarrisce facilmente di fronte all’impossibilità di attribuire un significato preciso ad una parola indipendentemente da un dato contesto
.
Non solo la combinazione di frasi in un periodo, ma tutto il discorso deve seguire un ordine, con un principio e una fine precisi. La retorica occidentale si è sviluppata sin dal tempo dei presocratici. L’orazione ha delle premesse che devono essere esposte, argomentate e dimostrate tramite delle prove e che poi portano a delle conclusioni. La struttura del discorso, il modo in cui gli elementi sono disposti (taxis), tutto riflette una tendenza. L’occidente ha sempre adottato, dalla filosofia all’arte, dall’architettura al cibo, la soluzione monodica: il pensiero unico, la prospettiva, il punto di vista, il piatto unico. In Cina il cibo segue altre combinatorie: l’uno non va senza l’altro, gli opposti vengono associati. Nella cultura cinese il cibo è identificato come freddo o caldo e i vari elementi devono essere associati per non creare squilibri. Obiettivo è il bilanciamento, il riequilibrio del sistema.

Mentre il discorso occidentale si è sviluppato intorno al logos aristotelico, e ha cercato l’isolamento delle parti (in forma di concetti e idee) e la definizione di significati, il pensiero cinese ha cercato il bilanciamento degli opposti e ha dato più rilievo al tutto. L’occidente ha scelto la logica aristotelica e la sintassi, pensando che la logica fosse fondatrice del mondo e che il mondo fosse solo un libro che andava decifrato attraverso, ad esempio, la matematica. In questo modo ha fatto suo il discorso della scienza. Lo stesso non è avvenuto in Cina, dove la fonte (l’autorità) storicamente è più importante dell’evidenza. Come dice Randall Groves “instead of causal thinking or logical analysis, China utilized correlative thought, which related image or concept clusters in terms of their meaningful dispositions”, e in linea con la nostra tesi “correlative thinking is best suited to “process” understandings of the world, while causal thinking better accommodates “substance” views”. Forse anche per questo motivo gli occidentali sono in genere piuttosto seccati per l’apparente illogicità dei cinesi. Sempre Randall Groves “the Chinese give priority to the correlative while the West gives priority to causal thinking. The view that correlative thinking is merely an early pre-logical or pre-scientific form of reasoning is a result of viewing correlative thought from the perspective of causal thinking. If we begin instead from the perspective of correlative thought we realize the interdependence of the two modes”. Siamo così radicati nel nostro sistema di pensiero, così razionale, lineare, causale, che facciamo fatica a relazionarci con chiunque segua un’altra logica, o che mostri di non seguire prima di tutto la logica. Il modo di procedere dei cinesi è più impressionistico, più analogico: più paratattico. E la tendenza a considerare il pensiero orientale più primitivo rispetto a quello occidentale è ben nota come orientalismo. Ma ipotassi e paratassi rappresentano due modi di procedere distinti, due logiche e due retoriche differenti, ma è davvero difficile dire quale sarebbe meglio dell’altro.

I cinesi più facilmente procedono per analogia, piuttosto che puntare direttamente al nocciolo delle questioni: ci girano intorno. Lasciano che sia l’altro a immaginare,piuttosto che dire qualcosa direttamente. Curano di più il momento dell’enunciazione, piuttosto che il messaggio. L’occidente è assillato dalla verità, dalla sostanza, dai contenuti. La verità è la chiave che apre il mondo, tutto può essere fatto in nome della verità. E quando riconosciamo la verità siamo tutti d’accordo, e dunque siamo tutti zitti. Non abbiamo niente da aggiungere, niente in più da dire, allora silenzio: tacito accordo. In occidente solo il dissenso o l’ignoranza fanno parlare. In Cina è il contrario. Qui le relazioni sociali e le gerarchie contano di più; non si può smentire l’interlocutore, quando questo è di rango più elevato. Non ci si può permettere d’essere troppo diretti, sarebbe poco educato, irrispettoso. Poco importa che si abbia ragione. Perché nel discorso cinese anche la ragione non va da sola, non va senza qualcos’altro. Anche aver ragione non consente di chiamarsi fuori da certe regole, la ragione non basta. In Cina, al contrario che in occidente, la ricerca della verità non sempre basta a giustificare l’espressione del dissenso. Allora il modo migliore per esprimere dissenso è stare zitti. In Cina il silenzio è davvero segno di saggezza, ed è un silenzio che dice tantissimo a chi ha orecchie per intendere.

Il discorso occidentale è sostanzialista, punta al nocciolo delle questioni. Noi non abbordiamo semplicemente le questioni, le sezioniamo, ci andiamo fino in fondo. Affrontiamo i concetti fin quando non ne abbiamo fatto indigestione. Ci abbuffiamo per arrivare al dessert. Consideriamo le nostre posate piuttosto che le bacchette cinesi. Le bacchette prendono il cibo, non servono per infilzarlo. Per non parlare dei coltelli, mai visti su una tavola cinese. La stessa parola che indica le bacchette, in cinese, indica un’operazione veloce. Cibo e parole in cinese vengono presi a piccole dosi, un po’ per volta. Difficile fare vere e proprie indigestioni di cibo cinese. Raro che ci si senta appesantiti dopo un Dim Sum. La soddisfazione è diversa a tavola: il gusto della sostanza in occidente, il piacere della varietà in Cina.


(1) A proposito della “occidentalizzazione” (in particolare in merito alla psichiatria) si vedano i lavori di Arthur Kleinman dell’università di Harvard e di Sing Lee della Chinese University of Hong Kong. Molto interessante è la sintesi proposta nell’articolo a firma di Ethan Watters “The Americanization of mental illness”, pubblicato sul New York Times dell’8 January 2010 (disponibile on-line).

References

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Prima pubblicazione sul sito "Tracce freudiane"


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30.07.2017