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Enrico Campofreda, Gogo Della Luna, "Hépou Moi"

Marina Monego
(1.12.2010)

A distanza di molti anni Milos e Alina, i due protagonisti di questo epistolario, si scrivono e si raccontano, discutono, ricordano, s’interrogano. Le loro mail si alternano, s’interrompono, riprendono con un ritmo imprevedibile. Vivono in città diverse, ma li accomuna un passato di lotte politiche e d’ideali.

Non sono soli, con loro c’è anche un terzo personaggio: è il professor Panagiotis, greco cipriota, il loro insegnante d’arte del ginnasio che, a Lisbona, incontra Alina e fa in modo che il suo destino incroci nuovamente quello di Milos…inizierà la corrispondenza via mail, che riserverà, nella seconda parte del libro, un clamoroso colpo di scena con un ribaltamento delle prospettive iniziali.

Milos e Alina sono stati due militanti impegnati negli anni Settanta, quegli anni che, sulla scia delle rivolte sessantottesche, hanno portato una forte spinta al rinnovamento e hanno avuto la loro degenerazione nel terrorismo e negli anni di piombo. La vita li ha dispersi dopo un’anonima denuncia ai danni del loro gruppo di lotta: Chiara, la compagna di Milos, è finita in carcere, lui è stato costretto a fuggire in Francia e a restarvi per qualche anno, Alina ora vive nel nord Europa.

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Opera di Hiko Yoshitaka, bronzo

Finite le lotte, passata la giovinezza, raggiunta la piena maturità, i due protagonisti sembrano fare un bilancio delle loro vite e chiedersi se avevano ragione o torto e a che cosa è servito tanto lottare e soffrire.

Le pagine si velano talvolta di nostalgia – per gli ideali, per la rabbia, le speranze e la libertà e anche per la giovinezza perduta, vien da pensare –oppure s’infittiscono di riflessioni e interrogativi esistenziali, alternati a ricordi, che allentano la tensione e vivacizzano il testo (simpaticissima la vicenda del gatto Mao, felino comunista!).

Lo stile è molto curato e sa dosare i vari registri in modo da non risultare mai noioso.

Le personalità dei narratori si delineano e a volte si scontrano tra una mail e l’altra, in un “jazz epistolare” come scrive la stessa Alina con una definizione quanto mai appropriata.

Scopriamo così che lei vive su una casa galleggiante e fa la giornalista senza aver mai venduto penna e idee a nessuno, ma ha anche scritto numerosi libri per bambini, nel desiderio di educare, formare opinioni basate sulla conoscenza “di ciò che fu, è, potrebbe essere e che sarà” . Alina è una donna che parla chiaro, scrive di politica, ma non fa politica e si pone tante domande profonde sulle scelte sue e di un’intera generazione.

Milos invece fa il giardiniere a Roma, in un grande condominio, ha avuto un’esistenza tutta in salita ed è rimasto col carattere di sempre: passionale e impetuoso, ruvido e spigoloso a volte, ma sempre impegnato, concreto, generoso, fedele al valore dell’amicizia e della fratellanza nella lotta. Uomo d’ideale e d’ideologia.

“Vedi Alina, ancora oggi io non respingo l’ideologia. So che ha prodotto lutti, ha fatto commettere crimini però non riesco a pensare a uomini e donne senza ideali. L’ideologia si nutre d’ideali, ciò che non deve fare è divorarli. L’ideologia ha segnato l’esistenza nostra e c’era anche di sbagliato in quel che facevamo. Ma c’era del buono, non c’è dubbio che ci fosse, abbiamo vissuto e combattuto con amore perché sbocciasse il meglio. Abbiamo avuto il coraggio di credere in quel che pensavamo e facevamo. Continuiamo a credere anche adesso che non si fa più nulla.”

Si percepisce in Milos ancora molta rabbia per l’ingiustizia insieme a ricordi e rimpianti per i sogni perduti e per quell’anelito alla libertà, quella possibilità di cambiare tutto, che poi non si è realizzata, frantumandosi in un oggi in cui si verifica un’ “osmosi fra amici e nemici che si scambiano i ruoli in un perverso minuetto” .

Si chiede preoccupato Milos: “Perché l’uomo di cui cogliamo anche il volto gentile cerca la bieca via del potere. Perché?”

Dal canto suo è sempre schierato dalla parte dei più deboli, se un tempo erano gli sfrattati e i proletari, oggi sono i migranti, i poveri, coloro che sono privati della dignità a causa dell’ingiustizia.

La lotta è stata dura, all’occorrenza violenta, ma Milos non rinnega nulla, fermo nella sua convinzione di aver avuto ragione, tanto che il lettore, a un certo momento, candivide il dubbio di Alina: “è come se la rabbia di quei giorni sia in te fossilizzata, ferma”.

Fu un periodo cruciale, in cui era necessario scegliere e schierarsi e in cui si era inebriati dalla consapevolezza di stare facendo la storia. Un’esperienza così totalizzante segna per sempre l’esistenza di chi la vive e non può esser messa soltanto nel cassetto dei ricordi, ha bisogno di venire raccontata e di lasciare qualcosa alle generazioni successive.

Tra Milos e Alina s’inserisce una terza figura: il professor Panagiotis, che ha fatto una brillante carriera diplomatica, ha avuto alterne vicende e ora è corroso da un inestinguibile male di vivere.

Figura determinante per i destini dei protagonisti, riuscirà ancora una volta a influenzare soprattutto Milos che, spinto dalla sua generosità, si lascerà coinvolgere in un gesto estremo.

Interrogarsi, cercare la verità sul passato e su se stessi diventa un leit-motiv in questo avvicendarsi di missive senza data, “perché quello che diciamo rivela quanto siamo rimasti uguali e come ci trasformiamo, e diventa inevitabile anche meditare sulle cose dette”.

Ci si chiede quanto integra sia ora la propria esistenza e ricorre l’antico saluto di Milos e Alina, che dà il titolo , poco comprensibile ai più, temo, al libro: “Hèpou Moi”, Seguimi. Fino alla Chioma di Berenice.

E così seguiamo i personaggi fino a un insospettabile epilogo, che affronta un ponderoso argomento: l’eutanasia, tema che meriterebbe una trattazione a se stante per la sua complessità. L’averlo lasciato, seppure con intensa discussione, al finale, fa rimanere un po’ perplessi.

Risulta invece interessante tutta la rievocazione dello spirito dei primi anni Settanta, le lotte anche violente, il desiderio di cambiare che esplodeva in rabbia e distruzione, lo schierarsi politico in maniera netta, che contrasta con il rimescolamento gelatinoso attuale.

Per chi ha vissuto quegli anni leggere queste pagine è respirare un’atmosfera già nota, anche se non vissuta dalla stessa parte politica. Vien da chiedersi quale sarebbe l’impressione di un ventenne, che probabilmente non ha studiato quegli anni neppure a scuola e vive in una società ben lontana da tali ideali e da quel modo di rapportarsi alla storia.

Il libro può costituire un invito ad approfondire l’argomento e a scoprire le scelte dei giovani di quella generazione, che non navigava in internet, comunicava con il telefono e diffondeva le sue proteste e il suo malessere con volantini ciclostilati, s’incontrava di persona e non virtualmente. Rispetto all’attualità, è un altro mondo, che rivive però proprio grazie alla mail, uno strumento scontato per i giovani odierni e acquisito invece da quelli di un tempo.

Enrico Campofreda, Gogo Della Luna, Hépou Moi, Adria, Edizioni AbaoAq 2010.

Marina Monego, ottobre 2010


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