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Goffredo Parise, "Il prete bello"

Marina Monego
(18.10.2010)

Nel 1953 quando scrive “Il prete bello”, Parise è un letterato che si trova a Milano per lavorare presso la casa editrice Garzanti. Sebbene sia contento della sua nuova attività, vive “ore di vuoto, di tristezza, di solitudine” nella grande città, specie la sera.

L’ideazione del romanzo è quasi una reazione: “Volevo dunque scrivere un altro romanzo che mi tenesse compagnia durante l’inverno milanese, che mi divertisse, che mi commuovesse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine: un romanzo con molti personaggi allegri e sopra ogni altra cosa un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo” (Fogli sparsi- Incontro con Longanesi).

La stesura avviene soprattutto di notte, nelle ore lasciate libere dal lavoro. Parise cena, rincasa presto in compagnia di una bottiglia di vino e scrive. In breve tempo il libro è pronto, viene rifiutato da Longanesi, che pure l’aveva incoraggiato a scriverlo e ne aveva voluto seguire le varie fasi, perché lo ritiene opera di retroguardia della letteratura italiana, di “approccio di tipo populistico e tematiche veristiche”.

“Il prete bello” esce invece per Garzanti ed è un clamoroso successo, il primo best seller del dopoguerra. Le traduzioni sono numerose, la critica però si divide e, tra tante voci favorevoli, si levano anche detrazioni, che rimproverano al romanzo toni di “disimpegno” sorretti da una macchina narrativa tradizionale, seppur funzionante.

Prezzolini nell’”Illustrazione italiana” (1954) lo paragona al Lazarillo de Tormes e ai testi picareschi spagnoli, Giovanni Raboni (1983) ribadisce quest’idea. Comisso lo presenta al convegno “Romanzo e poesia di ieri e d’oggi. Incontro di due generazioni (S.Pellegrino Terme 1954) e lo elogia ampiamente.

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Marina Monego, "Il prete bello" di Goffredo Parise

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Opera di Christiane Apprieux

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30.07.2017