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Lo spirito e l’impresa, non lo spiritualismo

L’azienda e l’anima. David Whyte

Maria Seddio

"Come poeta mi sento di dirti che lì sta l’essenza della poesia. Quella sfera è sacra, dobbiamo salvaguardarla. E valorizzarla. Latte e miele, sullo sfondo di un temporale".

(15.05.2003)

Parlare con David White è un po’ come sorseggiare latte con il miele mentre sullo sfondo si accendono i lampi nel cielo: ti aspetti l’arrivo del tuono e del temporale, mentre ti incanti a osservare l’eccezionalità del momento e comprendi che sta per succedere qualcosa di importante.
Ti domandi se per caso la natura stessa si sia decisa a dirti qualcosa, direttamente.

Ma di una cosa puoi essere certo: il suo modo di comunicare, la sua attenzione al linguaggio e la rassicurante cadenza della sua voce, possono portarti dentro un’esplorazione delle più nascoste convinzioni, degli invisibili miti e delle più belle immagini che hanno guidato le scelte importanti della tua vita.

Questo accade perché, quando parla, David White ha l’audacia di arrivare subito al cuore dell’argomento, ignorando le solite chiacchiere superficiali; e ti chiede subito di raccontargli quello che hai dentro, le tue speranze, i tuoi sogni.

Ti domanda della tua anima. E per anima intende la parte più vera di te.
E non lo fa per strada o davanti al camino, lo fa nei luoghi di lavoro, proprio dove siamo costretti a nascondere la parte più vulnerabile e preziosa di noi stessi.

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Paolo Pianigiani, "Labirinto rosa"

È nel posto dove lavoriamo, dopo tutto, che le nostre convinzioni relative a concetti come competenza, autostima e capacità di sentirsi parte di un gruppo, possono cambiare da un momento all’altro, in funzione di un aumento di stipendio, di una promozione, della possibilità di lavorare a qualcosa di interessante o importante per la nostra azienda.

Ed è proprio lì, dove il senso del successo o del fallimento deve essere condiviso con tutto il mondo, che molte persone si perdono dentro storie di delusione e di frustrazione.

Certo non dovrebbe essere così, ma così accade, e David White è qui a ricordarci che siamo solo noi responsabili della nostra vita e delle nostre scelte, e di come ci costruiamo attorno le organizzazioni dove lavoriamo.

E ci invita a fare attenzione alla "spiritualità", che lui ritiene indispensabile per un rapporto equilibrato sia con l’ambiente che ci circonda sia con gli altri.
David White è un un poeta, autore di molti volumi di poesia e di prosa, fra i quali il best-seller The Heart aroused: poetry and the preservation of the soul in corporate America; svolge i suoi interventi nelle aziende anche recitando poesie sue o di altri poeti. E lo fa perché il linguaggio della poesia arriva prima dentro le persone, e più a fondo.

Il suo lavoro è apprezzato in tutto il mondo ed è importante il suo contributo al movimento "Spiritualità", che sta influenzando lo sviluppo di molte organizzazioni. David White ha viaggiato molto, prima di stabilirsi a Whidbey Island, Washington.

È vissuto in Inghilterra, legatissimo alle sue origini irlandesi. Si è laureato in Biologia marina e ha lavorato come naturalista nelle isole Galapagos, ha partecipato a diverse spedizioni di studio in Peru, in Bolivia e in Cile.

Attualmente è impegnato a preparare una conferenza presso l’Università del Massachusetts, ad Amherst, dal titolo: "Taking spirituality public in the workplace". Sta lavorando al suo nuovo libro, che si chiama Attraversare il mare sconosciuto: il lavoro visto come un pellegrinaggio dell’identità.

Viene spesso in Italia, dove ha aperto una collaborazione con lo studio Galgano e Associati di Milano.
Quando parla nelle aziende, durante i suoi interventi, David ripete le frasi chiave con un tono di voce tranquillo, invitando i suoi ascoltatori a portare se stessi, come realmente sono, all’interno delle aziende, e a non far tacere le voci interiori, le convinzioni più profonde, e soprattutto consiglia gentilmente:

Non lasciate mai l’anima alla porta, abbiate il coraggio di portare chi siete, nel senso più completo, nel vostro luogo di lavoro.

Recentemente ho avuto il privilegio di parlare con David e ho approfondito con lui gli argomenti trattati in questo numero di Hamlet.

In Italia è stata introdotta una legge che limita i modi e i termini con i quali una azienda può assumere e conservare le informazioni sui dipendenti. In particolare ci sono modalità ben definite relativamente a ciò che si può o non si può fare in riferimento alle informazioni che riguardino la "sfera privata" delle persone. Cosa ne pensi?

Penso che sia una chiara manifestazione del senso di alienazione e della rottura che esiste fra i datori di lavoro e i loro dipendenti. E soprattutto della mancanza di dialogo fra le parti.

Anzi le parti non si stanno parlando. C’è evidentemente la sensazione di una mancanza di fiducia e si cerca di controllare con regole precise questa paura. Questo succede quando manca la conversazione: si creano le leggi per rispondere alla impressione che qualcuno ti sta guardando alle tue spalle, con intenzioni per nulla amichevoli.

È un concetto pericoloso per il senso di comunità, e può essere negativo per la stessa produttività delle aziende. Come possono essere codificati o legalmente catalogati gli elementi che stanno alla base del rapporto di lavoro, per esempio le emozioni, la passione o il coraggio? Non esiste una leva per attivarli, se manca la ragione stessa di lavorare insieme, com’è possibile che le aziende vivano?

Mi sembra che questo bisogno di stabilire parametri legali sulla gestione delle informazioni relative alla sfera del privato, indichi piuttosto un rapporto fra due parti destinate a mantenersi lontane. Oggi più che mai c’è il bisogno invece di un rapporto fra persone mature, sincere e fiduciose. Le migliori organizzazioni favoriscono il contatto umano e lo scambio delle esperienze. E il motore che muove le aziende è la conversazione.

E da voi, negli Stati Uniti, come è affrontato questo argomento?

Anche noi abbiamo leggi e disposizioni per garantire la privacy dei cittadini, ma l’applicazione delle norme è diventata una prassi normale. Nessuno considera questo come un problema. Un motivo può essere che in Italia c’è molta meno mobilità per i dipendenti, è più difficile per loro parlare ad alta voce.

Qui negli Stati Uniti ci si aspetta che la gente cambi lavoro, non c’è la necessità di dover gestire in modo organizzato le informazioni e quello che si può o non si può scrivere di qualcuno.

Mi chiedo se sia giusto che le aziende abbiano il diritto di chiederci il nostro "privato", la nostra fantasia, la nostra spiritualità... non dovrebbero quanto meno... meritarseli?

Chiariamo un punto: nessuno ci chiede di rivelare qualsiasi aspetto della nostra anima! Proviamo a volare più in alto e affrontiamo l’argomento dei rapporti nelle aziende su un altro piano. Parliamo di come si vive nelle aziende e di come le persone comunicano fra loro. Ci può aiutare, per esempio, il linguaggio della poesia.

Occorre creare delle conversazioni che facciano emergere gli aspetti migliori delle persone, che portino a interpretazioni condivise ed escludano i vicoli ciechi. Noi costruiamo il nostro lavoro e il nostro lavoro comincia a costruire noi.

L’ambiente cambia nella direzione che noi indichiamo. La poesia offre un linguaggio per l’esperienza, ed è il linguaggio della grande identità. La poesia è un mezzo immediato per fare chiarezza e far emergere la parte più vera di noi. E crea un clima che è utile a tutti.

Allora, che cosa possono fare le aziende?

Qui da noi le cose sono ormai cambiate; ma 13 anni fa, quando ho cominciato a concentrarmi sul lavoro organizzativo all’interno delle aziende, c’era ancora un argomento che paralizzava ogni possibilità di sviluppo: Ci si può fidare dei dipendenti? Daranno la loro piena collaborazione agli obiettivi aziendali?

Da allora molto è stato fatto e credo che poche organizzazioni abbiano ancora oggi quel problema. L’aspetto del rapporto fra le aziende e i dipendenti si è spostato altrove, in zone certamente più interessanti e stimolanti. E più utili alla crescita comune.

Parliamo di come si parla nelle aziende, dei rapporti fra persone. Io mi sto sempre più concentrando sulla conversazione. È un mezzo che fa andare le persone verso il centro di quello che fanno. Dobbiamo definire un linguaggio che sia commisurato con il territorio nel quale stiamo entrando, e siamo nel territorio dei rapporti umani.

Dobbiamo allontanare dalle nostre aziende il linguaggio che chiude, che limita, che ha bisogno di essere controllato nelle sue forme perché pericoloso. Dobbiamo introdurre un linguaggio aperto, nuovo, proiettato verso l’esterno. Ci può aiutare in questo, per esempio, la poesia.

Parliamo anche di questa enorme saturazione di informazioni che ci arrivano da tutte le parti, attraverso i media più disparati. Spesso è più complicato gestire le informazioni che arrivano che semplicemente comprenderle. E lo spazio per il privato, per le nostre emozioni, diventa sempre più stretto... Che ci puoi dire su questo?

Potrei ripetervi quello che ho scritto in Poetry and the preservation of the soul... Ho definito la "via negativa" come il nostro bisogno di dire "no" a tutto quello che non è un vero "sì".

Quello che non ci convince pienamente dobbiamo organizzarlo, e questo è già un limite perché non possiamo viverlo con semplicità.

Dobbiamo prenderci un po’ di tempo e di spazio e crearci un’isola con un posto abitabile. Come nel matrimonio, c’è l’impegno di proteggere la privacy dell’altra persona che vive con noi. Il senso del privato e il diritto al privato. Abbiamo bisogno delle stesse cose anche sul luogo di lavoro.

E dunque cosa puoi consigliare ai responsabili delle aziende?

Di non avere paura del nuovo! Quando nelle conversazioni si chiede ai partecipanti di introdurre idee nuove, partendo dalla loro creatività, si corre il rischio di infrangere il sistema precedente, le certezze acquisite, la stabilità raggiunta. Ma il sistema che ne può uscire sarà nuovo, vivo e stimolante, e sicuramente aperto al futuro.

Tutti noi costruiamo le case da abitare, le arrediamo secondo i nostri gusti, poi le lasciamo, diventiamo nomadi, e ci cerchiamo nuove abitazioni e nuovi ambienti dove vivere. Allo stesso modo chi ha il potere deve avere la capacità di mettersi in discussione. Questo consiglierei ai leader delle industrie.

E che cosa possiamo dire ai dipendenti?

Non si tratta di dire due cose diverse a due diverse categorie! Il discorso è uguale per tutti e riguarda tutti noi! Parliamo del nostro sviluppo personale, di una cosa che collega il nostro lavoro, le nostre famiglie e la nostra dignità di persone.

È importante che l’individuo non si annulli nel lavoro, ma mantenga una parte di se stesso libera e creativa, vorrei dire poetica, alla quale attingere per contribuire con creatività allo sviluppo, non solo nel privato ma anche nelle conversazioni nei luoghi di lavoro. Per uscire tutti insieme dal territorio conosciuto.

C’è una regola da rispettare in questo: ciascuno deve poter entrare nelle conversazioni, una volta che sono state aperte con queste premesse, secondo la sua personalità e la sua fantasia. Così ciascuno contribuirà con la parte migliore di se stesso.

L’Italia è un Paese pieno di poeti, oltre che di navigatori: immagino che qualche poeta si nasconda anche in qualche ambiente di lavoro. Come possiamo individuarli?

Per la verità un po’ poeti lo siamo tutti. C’è chi è consapevole e chi pensa che la poesia sia solo qualcosa di noioso da imparare a memoria. Il verbo greco da cui trae origine la parola vuol dire creare, e ha un senso molto pratico.

Dovrebbero cominciare a usare con coraggio e partecipazione il dono che hanno, condividerlo con gli altri. Introdurrebbero nuovi orizzonti nelle conversazioni e porterebbero idee nuove nelle loro aziende.

Stiamo per chiudere la nostra conversazione, David diventa silenzioso per un momento. "Senti", mi dice, "tutte le culture più antiche, le culture native, come per esempio gli irlandesi dell’Ovest, pongono una enfasi enorme sulla vita privata dell’individuo. Capiscono con l’intuito l’importanza del privato. È lì che convivono la fantasia e la creatività.

Come poeta mi sento di dirti che lì sta l’essenza della poesia. Quella sfera è sacra, dobbiamo salvaguardarla. E valorizzarla."

Latte e miele, sullo sfondo di un temporale. Questo gentile rivoluzionario ha viaggiato a lungo per portare le sue nuove idee a fertilizzare il mondo delle aziende. E del linguaggio. Linguaggio che è poesia, che vive nel cuore e parla all’anima, e non si cura del tuono dei nostri temporali personali.

Loaves and Fishes

This is not the age of information. Questa non è l’età dell’infomazione.

This is not The age of information. Forget the news, And the radio And the blurred screen. Questa non è l’età dell’informazione. Scordate il telegiornale , e la radio, e lo schermo annebbiato.

This is the time Of loaves and fishes. Questo è il tempo di pani e di pesci.

People are hungry, And one good word is bread For a Thousand. La gente è affamata, e una buona parola è cibo per mille.

David Whyte, 1995, Many Rivers Press

Bibliografia

Opere di David Whyte: Songs For Coming Home Where Many Rivers Meet Fire In the Earth The House of Belonging Poem Cards: Series I Poem Cards: Series II The Heart Aroused

Per un’ampia bibliografia in inglese vedi il sito ufficiale dedicato a D. Whyte: http://www.davidwhyte.com/

In italiano:

Il risveglio del cuore in azienda, Guerini e Associati, 1997.
Hamlet n.13, marzo 1999 Al confine tra ordine e caos, di Cristina Galgano e D. White.

Traduzione di Paolo Pianigiani

Maria Seddio, specializzata in psicologia della comunicazione e del linguaggio delle imprese, vive a New York.


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30.07.2017