Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Palle, pallottole e giramenti...

Paolo Pianigiani
(17.08.2010)

Si parte da una vecchia e consunta lapide che fin dal lontano 1745 campeggia sul muro di Sant’Agostino, antica chiesa conventuale di questo Castello senza mura...

Bellissima, piena di misteri e sempre chiusa, visitabile durante l’inverno solo con il “biglietto tutto compreso” del vicino Museo della Collegiata.

Con la bella stagione però le cose miglioreranno, riaprendosi in parte e al culto le antiche porte.
Siamo nell’odierna via dei Neri e non è facile distinguere tutte le parole che affiorano a stento sulla pietra serena, installata direttamente sul muro, verso la metà del 1700. Ricorro a Olinto Pogni, un signore, curiosissimo, che ai primi del secolo scorso pubblicò un libro con tutte le iscrizioni possibili e immaginabili che si trovavano incise o scritte fra le mura d’Empoli e dintorni. Integro però le abbreviazioni.


«D’ordine degli illustrissimi Signori Otto di Balia di Firenze del dì 14 giugno 1745 si proibisce a qualunque persona il giocare a palla pallottole o a qual’altro gioco intorno a questo monastero e chiesa dei Reverendi Padri di Santo Stefano per braccia cinquanta da ogni parte alla pena della cattura carcere ed altri rigorosi arbitri»

Intanto: chi erano mai questi illustrissimi Signori, e perché erano proprio otto?

Si tratta di una antica magistratura fiorentina, nata addirittura nel 1378, formata all’inizio da 4 rappresentanti delle 4 arti maggiori e altrettanti di quelle minori. Nello scorrere dei secoli poi ebbe diverse trasformazioni, mantenendosi però sempre attiva a gestire la giustizia e l’ordine. Curava anche i fatti di legge che interessavano gli ebrei. A questi Signori Otto si rivolgevano anche i preti e i frati quando nelle vicinanze delle loro chiese o conventi avvenivano fatti che disturbavano il normale esercizio loro, fossero cerimonie sacre o momenti di raccoglimento e preghiera.

O adeguato indottrinamento della gioventù.

A seguito di regolare denuncia, gli Otto (veri e propri vigili urbani o polizia municipale come si chiama oggi) fecero installare a eterna memoria sul muro, la lapide incisa con ben chiaro cosa non si potesse fare, minacciando l’arresto e adeguate pene corporali, a completa discrezione di chi esercitava il controllo.

Ma vediamo cos’era che dava così tanto fastidio e noia ai molto reverendi frati del convento degli Agostiniani.

Palla, pallottole e quant’altro gioco. Insomma, ai ragazzi di allora, purché sapessero leggere, era ben chiaro il “vade retro” o l’obbligo di stare alla larga. La palla, però, pur essendo anch’essa di cuoio, non veniva utilizzata come facciamo oggi: non si poteva toccare assolutamente con i piedi. Era in vigore il gioco della palla con il bracciale, una specie di manopola di legno, dotata di diversi giri di punte, con la quale i giocatori colpivano una grossa palla di cuoio e la rimandavano nel campo avversario. Si richiedeva, come ampliamento del campo da gioco, la presenza di un muro laterale, dove far rimbalzare il pallone. La stretta via era perfetta come campo di allenamento, offrendo possibilità infinite ai giocatori di addestrarsi ai rimandi e ai rimbalzi.

Le partite vere, quelle che davano gloria senza fine ai giocatori più bravi, avvenivano qui da noi, appena fuori le mura, di lato a Porta Fiorentina, sul Campaccio (attuale piazza dei Denti o della Vittoria). Antiche piante d’Empoli, fino alla fine dell’Ottocento, riportano ancora l’antico nome di “via del gioco del pallone”. A ricordare questa particolare attività sportiva, cito di passaggio il Leopardi, che dedicò una delle sue poesie (non fra le bellissime, in verità) proprio a “un vincitore di pallone”. Non era un mediano o un attaccante. Era appunto un giocatore di palla col bracciale, che il poeta dell’Infinito ebbe modo di ammirare nello sferisterio di Macerata, in uno dei suoi pochi e giovanili viaggi fuori Recanati. Si trattava di Carlo Didimi da Treja, abilissimo e pagatissimo atleta, attivo nella prima metà dell’Ottocento. Poi arrivò il calcio inglese, che si giocava con i piedi, e i bracciali sparirono, rimanendo attivi nella versione successiva, che in parte ne conserva le regole: nel gioco del tamburello.

E le pallottole? Avranno usato la via anche come luogo per esercitarsi con gli archibugi e gli schioppi? No, più semplicemente le pallottole erano le nostre bocce, sfere di legno evidentemente rumorose, che si lanciavano più vicino possibile al pallino, che allora aveva nome “grillo”. Con il seguito immancabile degli strilli e degli strepiti…

Fra gli altri giochi, genericamente proibiti, c’era anche il “gioco del Sussi”, di cui è rimasto il nostro detto: e per chi lavoro io, per il Sussi?

Il gioco avveniva così: il “Sussi” era il montepremi in moneta sborsato dai giocatori, messo impilato sopra un sasso di adeguate dimensioni. Con delle piaccèlle (sassi d’Arno, piatti e rotondi), a turno, i giocatori tentavano di colpirlo. Quando l’impatto avveniva il vincitore si prendeva le monete che risultavano più vicine alla sua piaccèlla, mentre quelle vicine al sasso dove stava il Sussi venivano rimesse al loro posto e il gioco continuava. Con grande disperazione dei fratacchioni, lì vicino abitanti, usi ai silenzi conventuali e meditativi…

Di sicuro avranno avuto il più classico dei giramenti di palle, per stare nel tema, reso più facile, come si sa, dall’abitudine di non portare mutande.

JPEG - 22.8 Kb

Chiudo con lo spiegare il perché di dice così, quando qualcosa ci fa agitare e ci fa salire le più remote e istintuali aggressività. Girare le palle…

Nelle le lunghe ore di attesa in trincea, durante la Prima Guerra Mondiale, alcuni reparti di soldati occupavano il tempo a capovolgere le palle di piombo alle cartucce in dotazione. Si era scoperto che, così facendo, il colpo sparato aveva effetti devastanti sul nemico. La superficie della palla di piombo, così rivoltata, provocava ferite quasi sempre mortali. Questa prassi era severamente vietata dalla Convenzione di Ginevra, ma spesso gli ufficiali chiudevano tutti e due gli occhi, specialmente quando gli scontri erano decisivi. E così, da quella incivilissima usanza, nacque il termine “giramento di palle” per indicare uno stato di eccessivo nervosismo, quando vengono messe da parte e ignorate le più elementari norme del vivere civile. E, coi tempi turbolenti di oggi, non esiste termine che venga più usato e sia sulla bocca di tutti: Maremma come girano!


JPEG - 157.2 Kb
Bracciale, costruito da Raffaelllo Pedrazzini, di Monte San Savino

Si giocava così

Questo antichissimo gioco risale al 1500 e inizialmente era praticato solo dai nobili. In seguito divenne popolare e vennero definite gradualmente le norme, fino arrivare nel secolo scorso a vederle scritte in un apposito disciplinare. Le regole erano simili a quelle che poi saranno riprese dal tamburello e dal tennis. Il gioco si svolgeva fra due squadre di tre giocatori ciascuna, nei campi tradizionali, quelle con il muro di appoggio. Nel caso che il gioco si praticasse invece nei campi senza il muro, più grandi e chiamati “alla Lizza”, erano impiegati quattro giocatori. Si trattava di rimandare al volo, o dopo il primo balzo, il pallone nel campo avversario, usando esclusivamente il bracciale. Si aggiudicava la partita la squadra che sommava più giochi, e ogni gioco era costituito da quattro “15”.

Il bracciale – attrezzo di legno cavo fornito di punte o denti - copriva la mano ed il polso del giocatore e pesava circa due chilogrammi. I giocatori più famosi si facevano costruire da bravissimi artigiani il proprio attrezzo a misura della mano che utilizzavano. C’erano naturalmente i destri e i mancini. Il pallone, del peso di 270 grammi circa, era costituito da otto spicchi di pelle di vacca conciati e cuciti insieme. La camera d’aria interna, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, era costituita dalla pelle più tenera dello stesso animale. I giocatori, chiamati, a seconda del ruolo, battitore, spalla e terzino, erano affiancati da un quarto, il mandarino, che aveva l’unico e importantissimo compito di lanciare (“mandare”, da qui il nome) il pallone al battitore al momento della messa in gioco. Il rettangolo da gioco misurava in lunghezza dagli 80 ai 100 metri, in larghezza dai 15 ai 20 metri ed era fornito solitamente di un muro d’appoggio laterale alto una ventina di metri. Dove erano presenti le mura, come nel caso della nostra Empoli, era naturale che si facessero i campi di gioco a ridosso, sfruttando la struttura muraria esistente. Altrove vennero costruiti appositi Sferisteri, che son rimasti ancora oggi con funzioni diverse, come per esempio a Macerata.


In alcune città la tradizione del gioco è rimasta viva e ancora oggi si svolgono gare e campionati, come a Mondolfo, a Treja, a Faenza e a Monte San Savino.


Per le notizie e le foto ringrazio il prof. Leone Cungi di Monte San Savino, autore del bel libro “Artisti degli Sferisteri”, dedicato ai fatti e ai personaggi del gioco del pallone col bracciale.


Gli altri articoli della rubrica Società :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 |

30.07.2017