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"Il licantropo" di Stefano D’Arrigo

Claudia Ciardi
(27.06.2010)

Secondo le riflessioni di Walter Benjamin, sviluppate in considerazione dell’opera di Nikolaj Leskov, il ricordo è l’elemento musale dell’epica. Mnemosyne nei panni di levatrice veglia il parto del racconto e si prende cura della madre narrante. Questa Aracne ostinata o ingegnosa Filomela che denuncia la sua pena ricamandola su un arazzo, sprezzante Minyade che crede con la sua operosità di vincere Dioniso o fedele Penelope in grado di dissimulare le sue intenzioni davanti al telaio, presta di volta in volta la sua identità mutevole alla grande opera di tessitura della parola, costantemente in bilico tra smarrimento e inventio del proprio potere evocativo. Tutte insieme sono le genitrici mitiche dell’inganno di Sheherazade, che lavorano le finissime maglie di una rete di storie fittamente intrecciate.

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Christiane Apprieux, "Faisceaux d’hypothèses

Le quattro prose di Stefano D’Arrigo, proposte da Siriana Sgavicchia per le edizioni di Via del Vento, si allacciano l’una all’altra e culminano nell’archetipo narrativo incarnato dalla nonna dello scrittore, su cui sono sedimentati il ricordo e l’immaginario fiabesco della sua infanzia. Una risalita dalla lontananza del tempo della tradizione che è anche itinerario nello spazio di un’isola le cui coordinate sfuggono ai suoi abitanti, che solo ne parlano eccitati e sospettosi come piccoli innamorati sprovvisti.


Somiglia a una confessione questa passeggiata notturna, la miniatura di un journal intime in cui le diverse prose vengono a comporre un diario lunare, portavoce dei conflitti e delle incertezze che minano l’identità del narratore, e dove chi ascolta si ritrova continuamente insidiato dalla caduta in una dolce follia e dalle ossessioni che assumono la forma fragile e straziata dell’ombra del licantropo. Questo gorgo psicologico al cui interno condensano i ricordi del vissuto è soggetto a una deriva inarrestabile che D’Arrigo tenta di volgere verso una forma significante. Proprio la sua istantanea rappresentazione prima di venir meno, sostiene ancora Benjamin, permette all’esperienza di diventare tramandabile come storia narrata. La Lettera a Michele è il fulcro o centro radiale di una memoria fortemente fisica, fatta di odori e di occhi, ché il ricordo va osservato in se stessi e attraverso gli altri se lo si vuole dire veramente riconosciuto e salvato. E la presenza incombente della morte è il limite, la soglia oltre la quale si assiste alla dissoluzione del tutto ma che al contempo conferisce autorità a quanto viene narrato.


Questa assonanza di sguardi, ricercata dai protagonisti delle Due scene, la quale precede la catàbasi delle loro vite, riflettendosi negli “occhi della Signora-dalla-coda di gatto” che aspetta di avviarli al suo buio e nello specchio che fissa l’immagine dello scrittore, lacerato dal dubbio e dalla paura che un salto irreparabile e folle sia avvenuto in lui, è pure l’espressione di quella voce «mimante» in cui si ritrova l’origine della tecnica narrativa. Ma D’Arrigo fin dall’inizio scopre le carte, volendo mettere in scena una pièce in cui l’autenticità gestuale, intesa come veritas mimica che corrobora il messaggio, è più che altro da leggersi nel nudo cuore. Ed è alla vista della luna che avviene la discesa nel Sé ossia il ritorno al ventre cosmico e primitivo della parola: dalla passeggiata nel chiaro ambiguo e ammaliante dell’astro, dal presagio di un volo imminente su un ippogrifo, che coglie l’autore mentre cammina lungo un viale di Messina, alla navigatio fantastica verso Taormina nelle notti passate ad Alì Marina insieme alla nonna.


Sheherazade è riuscita a ingannare il tempo, o meglio, ha saputo riconciliarlo al racconto, tessendo così la via di una iniziazione alla fabula, la sola capace di avvicinarci a quella misura di saggezza che è possibile distillare dal vissuto.


Siriana Sgavicchia in questa galleria di memorie in metamorfosi risveglia la facoltà comunicante di una parola che si scopre nascere e appartenere profondamente al gesto onirico e fantastico del suo narratore, invitandoci a seguirne e interpretarne nuovamente le traiettorie sensibili.




Claudia Ciardi, giugno 2010



Titolo: Il licantropo (e altre prose inedite)

Autore: Stefano D’Arrigo

Curatore: Siriana Sgavicchia

Casa editrice: Via del Vento

Anno di pubblicazione: 2010


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30.07.2017