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L’opera di Christiane Apprieux non riproduce la realtà tale e quale (ovvero non abbocca ai vari ammaestramenti sociali, quelli che l’avevano distolta provvisoriamente dal suo cammino artistico) semplicemente perché il suo lavoro riguarda ciascuna volta un lembo di reale: quel qualcosa che si fa, che resta, che si trasforma. Tale è la sua invenzione artistica, scevra da ogni mimetismo, e semmai seguace della mimesi, che non è altro che la dimensione stessa delle immagini. Chi guarda le opere di Christiane Apprieux avverte la libertà come un loro aspetto, ovvero non cade nell’orbita della religione e nemmeno in quella militare, prerogativa delle avanguardie, sino alla transavanguardia. Le immagini che si stagliano dalle opere indicano come false quelle prodotte e riprodotte dallo scenario planetario di immagini, che peraltro le propone come immagini vere. Vere perché falliche. Vere perché immagini decretate tali dal potere costituito. Mentre la guerra delle immagini è degli emblemi delle genealogie di potere, filiazioni di morte, la battaglia dell’immagine di Christiane Apprieux è di vita. Certamente, un granello di sabbia. L’infinitesimo essenziale. L’irrinunciabile che decide del bello della vita.
Christiane Apprieux vive e lavora nella galassia della parola
pp. 82
ill. a colori 84
formato cm 32 x 28
volume rilegato con copertina cartonata
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