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La poesia c’è ancora: interessa un settore piuttosto ampio di scrittori, non di lettori. Per limitarci al dominio linguistico italiano (ma non credo che il resto del mondo alfabetizzato stia molto meglio), una volta sconfitto il “baco del millennio” si sperava di assistere a novità. Come sappiamo, nei libri di storia la data d’inizio del XXI secolo e del III millennio riguarda ambiti nefandi e per nulla poetici. Dov’è finita quella tutto sommato cavalleresca Poetical Licence agognata negli anni Sessanta? L’obsoleto concetto di Palus putredinis, di Waste Land, può ancora avere nessi con l’attuale stagnazione? È logico evincere che le novità in vista siano pochine? Intendo chiedere lumi ad alcuni saggisti con libri appena usciti. Giorgio Linguaglossa, calabrese-romano, nato a Istanbul, esperto del settore, generazione di mezzo, temperamento assai schietto che non le manda a dire (quindi isolato), ha recentemente dato alle stampe il volume di saggi: La nuova poesia modernista italiana (1980 – 2010) [Roma, Edilet, 2010, pp. 262, € 13]. Gli ho rivolto alcune domande-pretesto:
